I navigli esclusivi di Giorgio Manganelli. Presentati da Lietta Amelia Manganelli

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Manganelli di Milano, città grigia, città che non amava, salvava solamente i Navigli.
Non lontano dalla casa borghese in cui abitava gli parlavano di avventure, di sangue, tutte cose per lui totalmente tabù.
La madre, soffocante come altri mai, gli impediva tutto quello che secondo lei poteva essere “pericoloso”: giocare con i maschi, attraversare la strada…

I Navigli, quindi, per lui divennero il simbolo della fuga dalla “Madre”, il simbolo della ribellione, sempre che di ribellione si possa parlare in Manganelli, già allora goffo e codardo.
Appena poteva si faceva accompagnare sui Navigli, non sia mai che il futuro Manga potesse uscire da solo… e restava lì a sognare folli avventure.
Questo legame con i Navigli, perigliosi e sanguinosi, gli restò nel cuore tutta la vita, tanto che i suoi pochi atti di ribellione hanno per teatro proprio i Navigli.
Atto numero uno: i miei genitori vivevano, da separati in casa, nella borghese casa di Via Vigoni, io non avevo ancora tre anni, estate, un Agosto torrido, gli amici intellettuali, da Maria Corti a Vittorio Sereni nel salottino rosso. Fa caldo, decisione unanime: “Si va sui Navigli, a bere qualcosa di fresco?”, “Portiamo anche la bambina!” Si parte, si arriva in una simpatica osteria, ricordo ancora un pergolato e delle tovaglie a quadretti bianchi e rossi… “Mezza pinta di birra per tutti, bambina compresa!” Circa 40 minuti dopo un Manga, affannato e disperato, corre verso casa, con in braccio la bambina che ride, canta, vomita e piange…
Atto numero due: il suo legame con Alda Merini, che io avevo conosciuto ed adorato nei pochi anni in cui ero rimasta a Milano, è nato proprio dal fatto che Alda incarnava la “naviglità”, Alda è una figlia dei Navigli e nessun altro luogo avrebbe potuto darle i natali.
Gli incontri fra il Manga e Alda avvenivano sui Navigli, sempre e solo sui Navigli e questo era per il Manga il massimo della trasgressione. Con Alda i Navigli avevano potuto riprendere il ruolo che avevano nella sua infanzia e che non aveva mai dimenticato.

Amelia Lietta Manganelli

Nella cerchia dei Navigli – Un fantasma d’acqua anima perduta di Milano

Ero un infante, pascolianamente un “fanciullino”, quando a Milano presero a ricoprire i Navigli. Ero un bambino che giocava solo con le bambine, perché le bambine non picchiano, l’attraversamento delle strade mi era inibito da un sacro divieto genitoriale – pare fosse impossibile non dovessi finire “sotto una macchina” – e tuttavia, pilotato da mia madre, ero un frequentatore della strana, avventurosa, anomala contrada dei Navigli.
Abitavo in piazza Cardinal Ferrari, in una casa che esiste tuttora, ed ero spiritualmente tutelato dalla parrocchia di San Calimero. Da questa chiesa al ponte sul Naviglio erano poche decine di metri. Ma il salto, il sussulto dell’anima era forte. Uscivo da una piazza taciturna, decorata dal muro lunghissimo di un convento abitato da femmine di una scontrosità sublime ed enigmatica, e da una clinica elegante, a sua volta ornata da una grande, misteriosa pianta, un albero da foresta; giungendo sulla strada del Naviglio, arrivavo in un luogo vivo da gran tempo, e carico dei segni di quella vita, non da bambini, ma da vecchi e potenti – allora, tutti erano vecchi e potenti. La piazza in cui vivevo era immobile, una incubatrice piena di bambini, e di bambini più grandi che leggevano “Il Corriere dei Piccoli”; ma il Naviglio era il mondo, l’agitarsi disordinato e un po’ spaventoso della vita, le barche sapevano di percorsi da e verso luoghi incomprensibili, e che sapevano di sangue, di corpo, di catrame, di sabbia.
Il punto in cui io accedevo al Naviglio era cavalcato da un ponte, e il ponte aveva delle alte spallette di pietra, e in un angolo reggeva una statua che non ho mai dimenticato: la statua di San Nepumoceno. La presenza di un santo così capricciosamente denominato, così intensamente esotico aggiungeva al Naviglio un prestigio complesso, di luogo impervio, bisognoso di protezioni, e protezioni rare, preziose, attente; aggiungeva anche una dimensione magica, da Marco Polo, come se quel santo rigido nella sua pietra fosse uno che la sapeva lunga sui Navigli, sui traffici di chi veniva e andava. Va da sé che io fossi un patito di San Nepumoceno, sia per il suo carattere lievemente inverosimile, sia per il suo oscuro, ostinato legame con i navigli. Poi, cominciarono a ricoprire quelle acque, San Nepumoceno finì nella piazzetta di San Nazzaro, palesemente infelice, e Milano divenne poco alla volta, una città “secca”.
Ora capisco che la chiusura dei Navigli fu per Milano quello che per Roma fu via dei Fori Imperiali. Non mi interessa sapere se fosse “inevitabile”; fu la perdita della coscienza della propria faccia da parte di una intera città. Il volto di Milano era gloriosamente vecchio, un volto rugoso e sapiente, astuto e malizioso, lento e vitale: il mondo del Porta; era, non poteva non essere un volto sporco di giorni, di anni, di gesti. Un volto che aveva elaborato un color grigio perfettamente modulato, un colore discreto, serale, adatto ai lunghi inverni. I Navigli erano in accordo, arcaico accordo con quella città; escluse quelle acque oscure, Milano diventò “moderna”, una cosa che qualunque città può fare, basta che si faccia fondare uno qualsiasi di questi giorni. Il liscio asfalto di via Santa Sofia, Mulino delle Armi, eccetera, si apriva ad una città “dinamica”, cioè non solo fattiva, ma un poco esibizionista. Come tutte le città antiche fattesi moderne, ora Milano ha un suo fantasma; ed è giusto che San Nepumoceno si rifiuti all’esorcismo.

Giorgio Manganelli
Da Il Corriere della Sera del 30 aprile 1981

Un pensiero su “I navigli esclusivi di Giorgio Manganelli. Presentati da Lietta Amelia Manganelli

  1. Lettura perfetta per un sabato un po’ cosi, con il sole fuori e il solito mal di testa da weekend… Alda Merini, Giorgio Manganelli, i Navigli: per una manciata di minuti sono stata li anch’io 😊 Bellissimo, grazie!

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