Giulia Basile, Il Giardino dei fiori nascosti

Il giardino...
di Luca Frudà

Questa silloge di Giulia Basile è solo in apparenza di facile lettura. Ci troviamo di fronte a un testo nel significato originale della parola: un tessuto intrecciato di parole e di poesie. I rimandi interni (ripetizioni, anafore, rime) e gli stretti legami tra i diversi componimenti (rivelati dalle ricorsività di diverse parole-chiave) rendono evidente l’organicità dell’io poetante e la costante ricerca di parole capaci di comunicare l’ignoto.
C’è anche un elemento apparentemente disgregante: l’umano vivere. Ovunque nella silloge si intuisce un’inquietudine romantica che, attraverso i pensieri della poetessa, tendono a cercare l’universale. A volte sono le stesse parole che sembrano svelare ciò che la Basile sta per dire o chiedersi, altre volte l’evidenza tende a celare i misteri di una vita che ha poche, ma importanti certezze. Ed è proprio in questi due aspetti che il titolo è perfettamente corrispondente a questa ambiguità: ciò che si nasconde dietro le apparenze è la vera ricchezza della silloge. Dietro la varietà degli argomenti trattati e la ricchezza dei contenuti vi è difatti l’evidente unitarietà del sentire poetico. In tal senso la poesia Fiori nascosti in giardino, da cui trae origine il nome della silloge, indica chiaramente nel poetare l’origine e la necessità di indagare il mondo attraverso il proprio sentire. Proprio quest’ultimo non sempre è attento, non sempre è fruibile: “ci sono fiori nel mio giardino / che non diventeranno mai parola”.
La riflessione sulla parola e, quindi, sulla poesia è ricorrente all’interno della silloge: “c’è sempre pronto / qualcuno ad afferrarla dall’abisso del tempo / finché diventa di nuovo / regina di un pensiero / che dura. / Custodita gelosamente/nel cuore degli uomini / diventa cristallo / trasparente / supporto per un volo d’ali / sulle quotidiane miserie.” Non è un caso che il libro si apra con un pensiero su di essa: “La poesia non guarisce dai dolori e dalle malattie, ma dà pillole di felicità, perché il corpo può stare dove vuole, ma l’anima per star bene deve sentirsi a casa. Ed io quando leggo e scrivo versi mi sento a casa”. Una casa, “un piccolo posto / per metterci dentro tutta la grandezza / del cuore / e lasciarne fuori una lunga scia. / È magia. / È come la follia / di chi ricorda bene il suo numero civico / ma non conosce la via.” (Poesia). La parola è fragile (Fragilità), innocente e “rivoluzionaria” (La poesia), ma indispensabile perché può collegare l’uomo “al cielo / anche quando non vuole” (Quanto resta ancora della notte?). Quest’ultimo è ovviamente un concetto tipico del romanticismo.
Ma la riflessione sulla poesia è anche un confronto con i grandi scrittori e poeti. In tal senso le citazioni di Calvino (“la poesia consiste nel far entrare il mare in un bicchiere”) e di Heidegger (“solo i poeti sono capaci di evocare le tracce degli Dei fuggiti”) poste in apertura delle due parti che compongono il libro sono solo l’introduzione a dialoghi compiuti con i grandi poeti del passato, con quelli recenti (Fernando Bandini) o contemporanei (Michael Krüger). Tali dialoghi spesso si evidenziano in citazioni (come quelle dantesche in Cade la pioggia e in Domande) o in sottili rievocazioni: il Carducci di San Martino (“I pensieri migrano come uccelli neri”, Solo si irradia il pianto), l’Ungaretti di Natale (“una cosa presa e buttata”, L’alluvione), il Pascoli di Lavandare (“nel campo l’aratro riposa”, Neve 1) o l’Invictus di William Ernest Henley (“Sei tu il mio condottiero, anima mia, / sei audace e capace, / di oltrepassare gli orizzonti.”, Anima audace).
Tornando alla parola poetica, c’è un verso della poesia Frammenti che colpisce e che sembra quasi stordire il lettore: “La parola non prende ordini dalla grammatica”. Può apparire quasi paradossale tale affermazione, ma non lo è alla luce dello sperimentalismo linguistico-strutturale della poetessa e della continua ricerca di libertà espressiva. Al centro di questa ricerca ci sono degli elementi stilistici su cui è bene soffermarsi, data l’evidente ricorrenza: anafore, ripetizioni, rimandi lessicali, rime e incisi in particolar modo.
L’impianto anaforico di tante poesie e l’enfasi creata dalle anafore iniziali e interne non sono le sole forme strutturali presenti e frequenti: vi sono addirittura doppi impianti anaforici all’interno della stessa poesia (si veda per esempio I tuoi occhi) o particolari anafore di similitudini (Il mondo in una bolla). Diversamente la rima appare come una componente più ‘ludica’ all’interno della silloge: sembra essere occasionale, quasi involontaria, ma non lo è. In realtà la poetessa si diverte a rimare in piena libertà e per amor del suono come è evidente nelle rime in verso (Futuro, v.5) e nelle parole congiunte in rima (Anima audace, v.2 e v.7). Non mancano poi i giochi di parole nei versi (“e spera e spira”, Una madre) e nei titoli (Amore amaro, I come Isola, A come Amore), le sinestesie e le espressioni antitetiche (“silenziose parlano”, Insieme), nonché persino una poesia costruita con una lunghissima serie di apposizioni (Notte).
Il perché di tali scelte stilistiche si può riassumere nel tentativo di enfatizzare il ritmo e di creare elementi poetici originali, ma non soltanto. L’anafora sembra infatti essere spesso un’eco della nostalgia, dei ricordi che vengono dal profondo e assolve anche a una funzione memoriale. Allo stesso modo agiscono le ripetizioni delle stesse parole all’interno della medesima poesia o tra componimenti contigui. Anche l’accostamento in successione dei verbi serve ad accrescere l’enfasi nonché a conferire un ritmo più incalzante ai versi. A questa complessità si aggiunga non solo il diffuso utilizzo di incisi, tipici della seconda parte della silloge, che sembrano creare una seconda voce all’interno della stessa poesia, ma anche nella parte conclusiva del libro la presenza di numerose interrogative.
Strutturalmente la suddivisione del libro in due parti è solo indicativa della ricchezza tematica del libro e della possibile ulteriore presenza di gruppi di poesie o di nuclei tematici rilevanti. Si individuano facilmente sezioni di frammenti ‘notturni’ (La luna, Incubo, Notte, Alla sera, Sogno…), poesie sull’essere donna e sulla maternità, liriche erotiche rivolte al rapporto uomo-donna, gruppi di componimenti dedicati, come già accennato, alla parola a all’essere poeta. Le vicende personali e il tema del dolore sono ricorrenti, ma approdano spesso a un invito alla riflessione e al coraggio. Quest’ultimo elemento diviene protagonista della lotta contro il dolore e contro il cancro stesso che viene ‘deriso’ eroicamente nel suo folle tentativo ‘suicida’ di uccidere il corpo in cui vive (MONITO al mio hospite, il cancro).
Indubbiamente è l’amore, nel bene e nel male, il tema principale della silloge. Ma l’amore non è soltanto quello donna-uomo, bensì quello materno e quello verso la propria terra di origine (Gli ulivi della mia terra, La mia Puglia, Andare, Testamento di primavera). Quest’ultimo è declinato attraverso ricordi nostalgici e descrizioni di paesaggi. Tali descrizioni non sono fine a se stesse, ma sembrano annidare forme di panismo: il paesaggio assomiglia all’uomo e l’uomo fa parte di esso, ed entrambi appaiono tentare di levigarsi, cambiarsi, usurarsi (Strade). Gli ulivi divengono testimoni, la terra conserva il sudore dei contadini e persino le strade conservano memoria dei tanti piedi e occhi che “le han percorse”.
Altre poesie di grande interesse sono quelle dedicate alle “donne vittime della violenza” (A Elisa Springher, L’alluvione, Femminicidio, Agguato) e alla riflessione sul tempo e sulla storia, sulla condizione umana (Tutto il dolore del mondo, Oggi come ieri). Qui la Basile si accosta ai temi della guerra, del razzismo e del dolore con estrema semplicità nell’intento evidente di comunicare, di rivelare, di denunciare qualcosa del mondo al mondo stesso (“Quando rullano i tamburi della storia […] / L’umanità scivola nella notte / prima che possa vedere / in quale punto dell’orizzonte muore l’alba / quando il sole più non sorge.”). Non mancano neanche le critiche alla triste avidità e cupidigia dell’uomo moderno, così come ai delitti verso la Madre Terra. La luna è invece non soltanto un’altra protagonista, spesso personificata della raccolta, ma è anche in qualità di confidente, fonte di aspetti romanticamente consolatori.
Tra i componimenti più suggestivi della raccolta mi permetto di evidenziare Martirio, Esperimento, L’umanità oggi, Fragilità e bellezza e La fine: in questi componimenti emerge pienamente quella completezza e quel senso che solo la poesia vera sa esprimere.

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