La chitarrista Anna Garano intervistata da Guido Michelone

garano anna foto
Il dialogo che segue è un’intervista a una nuova grande chitarrista, Anna Garano, che ha da poco pubblicato il secondo album a proprio nome, in cui emerge una musica strumentale dolcemente romantica dalle atmosfere classiche, jazz, folk. Ne parliamo con lei in esclusiva per La poesia e lo spirito.

Così, a bruciapelo chi è Anna Garano?

Una persona complicata, ma in fondo innocua. Sono una chitarrista che si diverte a scrivere musica per sé e per i musicisti con cui suona.

Parliamo ora di Lessness, cosa mi vuoi dire?

E’ un disco che contiene sia brani originali sia arrangiamenti di melodie tradizionali. E’, in parte, il risultato di alcuni incontri musicali avvenuti a New York, dove ho vissuto negli scorsi anni.

Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?

Da piccolissima amavo cantare le canzoni della radio, insieme a mia sorella che ha 5 anni più di me. Ricordo che, cantando, il tempo passava velocemente quando da Udine si andava a Messina, stipati nella Fiat 125 dei miei (a me toccava sempre stare in mezzo). Poi ho un ricordo abbastanza preciso del mio primo strumento musicale: una scatola di cartone senza coperchio intorno alla quale avevo messo degli elastici. Avevo forse 5 o 6 anni. Una sorta di premonizione (o maledizione): sei anni dopo avrei iniziato a studiare chitarra.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare una musicista jazz?

Non mi definirei una musicista jazz. Ma è vero che non c’è un’altra etichetta che mi applicherei. Indubbiamente il “jazz” è diventato un ombrellone sotto al quale ci sta tutto ciò che non è chiaramente definibile altrimenti, un po’ come la terza coniugazione dei verbi francesi (ho appena iniziato a studiare il francese), ma se c’è un posticino per me là sotto, è proprio defilato, in un sotto sotto insieme, all’incrocio, almeno per il momento, tra musica classica e musica tradizionale (principalmente il flamenco). E’ vero però che la componente jazz arriva nella mia musica, e non casualmente, attraverso i musicisti con cui suono.

Ma, in ogni caso, cos’è per te il jazz?

Per me il jazz è musica con forti radici afroamericane, in cui l’improvvisazione idiomatica ha un ruolo fondamentale; in questo senso, purtroppo, non mi appartiene come background. E, anche se non si direbbe, sento più affinità con certo free; sogno di svilupparmi in questa direzione, in futuro. Le poche esperienze che ho avuto in questo ambito mi hanno dato emozioni che desidero riprovare.

E in particolare una chitarrista?

Mi vergogno a dire che la scelta della chitarra si deve a quell’orribile motivetto intitolato Giochi proibiti, un must del chitarrista classico dilettante, che mi fu insegnato da un istruttore scout quando avevo 10 anni. In realtà ero attratta anche dal violino, ma mio padre disse che non se ne parlava nemmeno, perché era troppo rumoroso. Inoltre il mio primo insegnante di chitarra, Bruno Tonazzi, quando incontrò me e mia madre per la prima volta, fece di tutto per dissuadere entrambe dal farmi intraprendere lo studio di uno strumento che non mi avrebbe dato alcuna garanzia di sopravvivenza (non essendo presente in orchestra e in gran parte della musica da camera) e neppure grandi soddisfazioni, a fronte di grandi sacrifici.

E quindi cosa ti accadde?

Per come sono fatta, ovviamente mi conquistò. In effetti aveva ragione, basti pensare al repertorio per chitarra classica che impallidisce di fronte a quello, ad esempio, del violino o del piano. E poi la frustrazione di non poter suonare un forte che sia davvero forte in modo liberatorio. Comunque, è uno strumento che ha le sue qualità; adesso si può persino portare in cabina dell’aeroplano senza dover fare scene isteriche. Battute a parte, della chitarra amo il fatto che ti risuona addosso e il fatto che il suono esce direttamente dalle tue dita, senza mediazioni. Anzi, credo di aver sviluppato una sorta di dipendenza da questa sensazione, è un piacere che né il pianoforte né la chitarra elettrica mi danno.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla tua musica?

Ogni pezzo ha il suo carattere, ma forse si può dire che ho una predilezione per certe tonalità dell’animo. Anni fa, ho avuto il mio periodo di spleen (e infatti avevo fatto un disco che era una sorta di omaggio ai poeti maledetti), da cui mi pare di essere uscita, ma so che tendo a ricascarci. Forse un giorno scoprirò la leggerezza.

Tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull’isola deserta?

Forse sceglierei un disco di Anton Webern, in cui ci dovrebbe essere la Sinfonia op.21, ma in cui starebbe buona parte di ciò che ha scritto (l’opera omnia di Webern sta in pochi cd). La sua musica è un distillato di materia essenziale, nulla di ridondante o superfluo, un cristallo che potrei contemplare a lungo.

E se potessi portare qualcos’altro?

Allora vorrei Siroco di Paco de Lucia, la Passione secondo Matteo di Bach, il Quintetto k 516 in sol minore di Mozart, il Canto della terra di Mahler, Tabula rasa di Arvo Pärt; il raga Kirwani suonato da Shivkumar Sharma, Grace di Jeff Buckly, Silent movies di Marc Ribot.

Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?

Sicuramente i miei insegnanti reali, ovvero innanzitutto i miei maestri di chitarra. Bruno Tonazzi e Pierluigi Corona e poi per il flamenco Paco Peña. Dopo il conservatorio, frequentai per qualche anno i corsi dell’Istituto di musica comparata di Venezia, dove scoprii la musica indiana, la musica araba, giapponese, cinese. Tutti quei corsi erano tenuti dai massimi interpreti delle rispettive tradizioni. Quella è stata sicuramente una esperienza fondamentale e non solo dal punto di vista musicale. Da pochi mesi ho la fortuna di avere un maestro di composizione che ammiro moltissimo: è Fabio Nieder, compositore triestino residente in Germania.

E nella cultura e nella vita?

Maestri di cultura e vita. Dico un po’ di nomi che mi vengono in mente: Marx, Basaglia, Gramsci, Leopardi, Freud, Nietzsche, Cioran, Beckett, Baudelaire, l’Ecclesiaste nella traduzione di Ceronetti, Tonio Kröger, Oblomov, Vysotsky.

E i chitarristi che ti hanno positivamente influenzato?

Non so se mi abbiano influenzata, certo non mi dispiacerebbe. Ho ascoltato tantissimo quasi tutti i chitarristi flamenchi: da Diego del Gastor a Moraito a Vicente Amigo, e sopra tutti ho amato Paco De Lucia. Al di fuori del flamenco: Django, John Mclaughlin e Ralph Towner. Da un po’ di anni ascolto compulsivamente Marc Ribot.

Esiste per te un momento più bello della tua carriera di musicista?

Come tutti, sono felice quando qualcuno che stimo o ammiro dimostra apprezzamento nei miei confronti. Di recente mi ha fatto piacere che diverse etichette abbiano dimostrato interesse nei confronti del mio disco. Una cosa ancora più recente che mi lusinga, è la richiesta di partecipare a uno spettacolo che si terrà al MuCEM di Marsiglia il 10 Aprile, per suonare i miei arrangiamenti di brani tradizionali armeni, insieme ad Anaïs Tekerian e Kinan Azmeh. Lo spettacolo è creato da Kevork Mourad, un artista che collabora spesso con musicisti di fama internazionale come Yo-Yo Ma. Veramente bello è quelle rare volte che in un concerto arriva il duende.

Quali sono i musicisti con cui ami collaborare?

Amo molto suonare con Flavio Davanzo, che oltre ad essere un trombettista favoloso, è anche un amico con cui è un piacere provare. Poi, amo suonare con altri triestini come Toni Kozina e Alessandra Franco, con il percussionista sloveno Blaž Celarec, il tablista veneziano Fabio Lazzarin. In futuro spero di poter suonare ancora con Doug Wieselman e vorrei scrivere della musica per lui. Per quanto riguarda Marc Ribot, inutile dire che è stato un piacere immenso suonare con lui: è come il re Mida, trasforma tutto quello che tocca in oro.

Come vedi la situazione della musica e più in generale della cultura in Italia?

Mi sembra oggettivo: male. Una notizia recente che colpisce la mia città, è che un teatro che ha più di 30 anni storia, ed è molto amato dalla cittadinanza, “la Contrada”, rischia di chiudere a causa di un decreto ministeriale.

Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?

A parte la presentazione del disco, che ho iniziato a fare in duo con Flavio Davanzo, ma che vorrei trasformare in un trio con percussioni, aperto all’improvvisazione, sono alle prese con il mio progetto “armeno”, che in parte presenterò a Marsiglia, nello spettacolo che ti dicevo. A giorni è pronto il master di un cd che ho registrato a ottobre a New York, insieme a Anaïs Tekerian, per il quale dovremo cercare un’etichetta. Poi avremo un po’ di concerti a New York e a San Francisco.

E per un futuro meno immediato?
C’è il desiderio di scrivere musica nuova, non necessariamente per chitarra, del tutto svincolata da riferimenti a linguaggi tradizionali (come il flamenco) e forse anche libera da vincoli tonali.

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