PATRIZIA BARTOLI, “IL MARE D’INVERNO”

di Patrizia Bartoli

Il mare d’inverno

Amava il mare d’inverno. Dalla finestra della sua camera d’albergo Emma osservava le onde che appena mosse si rincorrevano sotto il limpido cielo mattutino di fine gennaio.
Come le capitava sempre più spesso, aveva dormito soltanto poche ore.
Era tornata a Viareggio la sera prima con gli ultimi risparmi. Non erano molti e forse era stata una sciocchezza pernottare al Royal, ma non le importava granché. Quei pochi soldi non sarebbero durati a lungo, anche se avesse scelto una pensione economica al di là della pineta, rinunciando così alla vista incantevole della spiaggia deserta.
Non era nata a Viareggio e aveva vissuto altrove fino all’età di undici anni ma, dopo la morte dei suoi genitori, vi aveva trascorso l’adolescenza e la giovinezza.
Zio Aldo e Tina, la moglie americana, l’avevano accolta nella loro casa prendendosi cura di lei con amore e pazienza.
Il dolore l’aveva resa una ragazzina difficile, tuttavia lo zio le era sempre rimasto accanto, sapendo cogliere quel che c’era di buono nei suoi furibondi atti di ribellione che scoppiavano improvvisi. Ne aveva accettato gli sfoghi impetuosi, così come i cocciuti silenzi.
A lungo Emma era rimasta chiusa in se stessa, preda delle sue angosce, infine aveva imparato di nuovo a sorridere e quelli passati con zio Aldo si erano rivelati i migliori anni della sua vita.
Anche Tina era stata affettuosa con lei, sebbene non avesse mai voluto che la chiamasse zia.
«Per te sono Tina. Non zia Tina e neppure zia, solo Tina! Ok?» le aveva detto con un largo sorriso in quel suo italiano bizzarro che Emma scimmiottava di nascosto.
E così era stato. L’aveva sempre chiamata con il suo nome, e anche nei suoi pensieri lei era soltanto Tina.
Guardando il mare oltre la Passeggiata che d’estate si riempiva di voci e di colori, ripensava a quel tempo lontano fumando una Camel senza filtro, di quelle forti.
Il fumo non le dava piacere, ma non aveva intenzione di smettere. Sebbene a volte fosse sopraffatta dalla nausea, insisteva fino a stare male davvero. Non le importava che la nicotina e il catrame le invadessero i bronchi e i polmoni ricoprendoli dei loro veleni.
Soltanto un inverno prima, in una bellissima mattina come quella avrebbe indossato la tuta e sarebbe scesa alla spiaggia correndo sulla battigia fino a farsi scoppiare il cuore.
Ora preferiva rimanere dietro quella finestra, lasciando che il ricordo di quello che era stato la tormentasse.
Una sera di luglio, a Modena.
Emma, con i capelli ancora umidi dopo la doccia, preparava la cena ascoltando distrattamente il giornale radio.
Matteo sarebbe arrivato verso le otto salendo svelto le scale, come gli piaceva fare, e bussando alla sua porta con un lieve affanno nel respiro.
Non vivevano insieme ma quasi ogni sera Matteo si fermava a dormire da lei.
Eppure, nell’armadio a muro, grande abbastanza per tutti e due, non c’era niente di suo.
Il mattino si svegliava prestissimo e usciva di casa con gli abiti stropicciati del giorno prima. Tornava al suo appartamento in via Archirola, faceva la doccia, si cambiava, e alle nove in punto raggiungeva l’ambulatorio che già risuonava delle voci dei primi pazienti.
«Preferisco così» aveva ribattuto in tono un po’ scorbutico quando la ragazza gli aveva chiesto perché non lasciasse da lei alcune sue cose.
Ormai si conoscevano da più di tre anni ed Emma si era abituata a questa sua stranezza. Nei primi mesi aveva temuto che avesse un’altra ma poi la paura era passata.
Non c’era motivo di sospettare qualcosa perché Matteo le aveva fatto conoscere i suoi amici; tutti insieme andavano al cinema, a teatro, qualche volta a ballare.
Spesso di sabato pomeriggio, sbuffando platealmente, lui la accompagnava a Grand’Emilia, per la spesa settimanale.
Si amavano senza nascondersi tuttavia Emma sentiva che non era abbastanza. Avrebbe voluto di più ma taceva.
Aspettava, indugiando nel sogno che un giorno Matteo, mettendosi in ginocchio, le avrebbe chiesto di sposarlo.
«Sono una sentimentale, una sciocca sentimentale!» si diceva mentre gli occhi si velavano di qualche lacrima.
La crisi non durava mai troppo a lungo perché Matteo suonava alla sua porta e facevano l’amore con passione, saziandosi dei loro corpi avidi di baci e di carezze.
Non quella sera di luglio. Quella maledetta sera di luglio Matteo non arrivò.
Le otto, le otto e mezzo, le nove.
«Forse una visita improvvisa, forse un malato grave da assistere» pensava Emma scrutando con crescente apprensione l’orologio a muro della cucina.
Le dieci.
Il pensiero che gli fosse accaduto qualcosa di grave la colpì così brutalmente che l’angoscia le serrò la gola impedendole di respirare; infine la morsa si allentò e lei ritrovò un po’ di calma per comporre il suo numero di cellulare.
L’utente al momento non è raggiungibile.
Lo chiamò a casa, invano, perché il telefono squillò senza che Matteo rispondesse.
Allora Emma si vestì in fretta e raggiunse via Archirola pedalando per le strade del centro affollate di gente che si godeva la sera d’estate.
Le finestre del secondo piano erano buie.
Matteo non c’era, non era tornato, tuttavia lei suonò insistentemente il campanello e con la testa all’insù chiamò a voce alta il suo nome sperando stupidamente che lui si affacciasse sorridente, che le dicesse che era tutto a posto, che era passato da casa solo per prendere una cosa ma che, troppo stanco, si era buttato sul divano addormentandosi di colpo.
La finestra rimase ostinatamente buia e chiusa.
Emma batté con forza i pugni sul portone poi volse lo sguardo inquieto lungo la via deserta.
Tornò indietro ritta sui pedali e con il cuore che le batteva smarrito nel petto, imponendosi di rammentare se quella mattina prima di uscire Matteo le avesse detto di non aspettarlo perché aveva un impegno: una cena con Sergio o un altro dei suoi amici, oppure una visita di cortesia a un paziente ricoverato in ospedale.
Ma non c’era niente da ricordare perché quando Matteo se ne era andato, come sempre poco dopo le sette, Emma dormiva ancora.
Di nuovo a casa rimase sveglia per tutta la notte aspettando che si facesse vivo ma verso le sei fu vinta dalla stanchezza e appoggiando le braccia e la testa sul tavolo di cucina si addormentò di un sonno agitato ma profondo.
Quando riaprì gli occhi, il sole stava illuminando la stanza ed Emma si meravigliò di ritrovarsi in cucina ancora vestita.
Per un attimo non capì poi il ricordo esplose in tutta la sua violenza.
Matteo.
Alzandosi con fatica dalla sedia cercò il cellulare che giaceva abbandonato sulla mensola del bagno.
Digitò due, il numero diretto per la chiamata rapida, ma la voce registrata la respinse ancora una volta.
Emise un gemito strozzato, quasi un singhiozzo, poi scagliò con furia il telefono contro il muro.
Quella mattina, dopo una notte pressoché insonne, lo specchio era impietoso. Gli occhi erano spenti e il volto pallido come dopo un attacco di febbre. Un colpo di fard e un velo di rossetto non fecero scomparire i segni della stanchezza che ora, a mano a mano che la consapevolezza prendeva il sopravvento, era accompagnata dalla paura, una sottile affilatissima paura che le trafiggeva il cuore.
Si staccò dallo specchio e con la borsa a tracolla e le chiavi dell’auto strette nel pugno della mano destra chiuse la porta di casa, scendendo di corsa le scale.
Sapeva dove andare: allo studio medico di via Cavour che Matteo condivideva da più di quattro anni con Sara Marini e Franco Seppi.
Franco non c’era ma da Sara apprese che Matteo non lavorava più lì.
«Da un mese, erano i primi di giugno, ha abbandonato lo studio. Ha pagato sei mesi di affitto, la sua parte, ha preso le sue cose e se n’è andato. Non lo sapevi?»
No, Emma non lo sapeva e barcollò violentemente sotto il peso di quella rivelazione crudele. Si appoggiò al braccio di Sara che la sostenne con dolcezza infine, mormorando confuse parole di scusa, si staccò da lei e lasciò l’ambulatorio che in quei pochi minuti si era riempito di pazienti.
Sara la guardò allontanarsi pensando che Matteo era proprio uno stronzo. Non le era mai piaciuto.
Una volta a casa Emma, debole e stordita, attese con la testa piena di cattivi pensieri, incapace di fare qualsiasi altra cosa.
Si rannicchiò sul divano davanti alla finestra socchiusa fino a quando la sua amica Cristina suonò alla porta, tre squilli secchi e impazienti con cui si faceva sempre riconoscere.
Emma le raccontò tutto lasciandosi andare a un pianto sommesso mentre l’amica l’ascoltava in silenzio.
Quando non ci fu più niente da dire, Cristina la costrinse ad asciugarsi le lacrime e a vestirsi. Trovarono Sergio e Dario al Caffè del Viale ma, come Emma aveva temuto fin dal mattino quando aveva parlato con Sara, né l’uno né l’altro le furono d’aiuto.
Matteo era scomparso.
Cristina la riaccompagnò a casa e passò la notte con lei. Una notte senza sonno che le due amiche trascorsero in attesa di una telefonata che non ci fu, bevendo un caffè dieto l’altro e fumando troppe sigarette senza filtro.
Il mattino dopo, stanche, con gli occhi gonfi e arrossati, raggiunsero la Biblioteca Delfini.
Quello fu l’ultimo giorno di lavoro di Emma che con una decisione improvvisa si licenziò.
Cristina tentò inutilmente di farla ragionare, di dissuaderla dal commettere una sciocchezza, perché la ragazza fu irremovibile.
Mise nella valigia le sue cose e partì, prima che facesse sera.
Il pensiero folle che la dominava, spingendola ad andare, era quello di trovare Matteo, di raggiungerlo ovunque fosse.
E così aveva fatto per tutti quei mesi.
Era stata a Orvieto perché una volta lui le aveva parlato dei suoi genitori che vivevano lì, poi a Roma, dove, ma forse era un’altra bugia, aveva studiato medicina.
In alcuni momenti il desiderio di rivedere il suo viso, di toccare il suo corpo, di sentire ancora una volta la sua voce era stato così prepotente che la sua mente si era smarrita.
Quasi delirando Emma aveva vagato da una città all’altra del Lazio e dell’Umbria, inseguendo nelle pagine degli elenchi telefonici l’esile traccia del suo cognome.
Infine aveva capito che non lo avrebbe più rivisto ma non era stata capace di tornare a Modena, alla sua vita. Aveva scelto di continuare quell’insensato viaggio aggrappandosi alla sua solitudine, fino al giorno prima, quando, sfinita e con pochi soldi in tasca, era approdata a Viareggio.
Ora di fronte a quel mare che amava così tanto si chiese che cosa avrebbe fatto. Lo zio era morto da due anni.
 Emma era tornata a casa per il suo funerale. Sebbene sconvolta dal dolore e sopraffatta dai ricordi che riaffioravano impetuosi, aveva trovato la forza di consolare Tina.
Era rimasta con lei alcuni giorni. Insieme avevano riordinato le cose dello zio e al tramonto avevano camminato sulla spiaggia deserta, tenendosi abbracciate.
Davanti a deliziose tazze di thè verde giapponese che Tina adorava si erano scambiate segreti e confidenze che superavano la loro differenza di età, come due sorelle o due vecchie amiche.
La sera prima del suo ritorno a Modena avevano bevuto una bottiglia di Carmignano e si erano addormentate leggermente ubriache sul divano davanti alla portafinestra.
All’alba erano state svegliate da Nick, il gatto grigio che Tina aveva raccolto per strada e che aveva mantenuto una sua certa fiera indipendenza.
Nick era affamato ma Emma aveva pensato che quell’insistito miagolio volesse dire qualcosa di più.
Era un lamento di dolore: Aldo mancava anche a lui.
Emma aveva lasciato Tina verso sera. Da allora non l’aveva più rivista perché la donna era tornata nel Vermont, chiudendo la casa di Viareggio. Non aveva voluto venderla e neppure affittarla. Aveva coperto i mobili con delle lenzuola bianche raccomandandosi con Lucia, la giovane domestica, per la cura del giardino e di Nick.
Emma aveva le chiavi, quelle che lo zio le aveva dato appena si era fatta una ragazzina, ma non voleva usarle. La sera prima aveva preferito prendere una camera in albergo spendendo troppo per quello che poteva permettersi perché l’idea di entrare in quella casa vuota
e silenziosa non le piaceva.
Si accese un’altra sigaretta e si affacciò sul balcone, tremando nell’aria gelida del mattino. Non sapeva che cosa avrebbe fatto. Se avesse potuto sarebbe rimasta lì fino a sera a guardare il cielo e il mare cambiare di colore.
Non aveva bisogno di niente se non di quel cielo e di quel mare d’inverno ma non aveva soldi per un’altra notte e doveva andarsene prima di mezzogiorno.
Emma rientrò nella camera stringendosi nella vestaglia di lana rossa che Matteo le aveva regalato per l’ultimo Natale che avevano passato insieme, ormai più di un anno prima.
Sul comodino il pacchetto di Camel era quasi vuoto.
Sdraiandosi sul letto chiuse gli occhi affaticati: sentiva il bisogno di dormire almeno un’ora ma poiché il sonno non veniva rimase distesa immobile con la testa rivolta verso la finestra completamente illuminata dalla luce del sole.
Era così esausta che non riusciva a mettere in fila i pensieri. E aveva freddo.
Più tardi, dopo una doccia caldissima, infilò un paio di jeans e un maglione bianco con il collo alto, indossò il giaccone nero e uscì dalla stanza.

Scese le scale avvicinandosi alla reception per pagare il conto.
Quando l’impiegato più giovane le si rivolse con un sorriso gentile Emma ebbe l’impressione di conoscerlo, ma quello, preso dal suo lavoro, distolse immediatamente i suoi occhi e lei si disse che si sbagliava.
Quell’uomo era uno sconosciuto. Per un momento aveva pensato che fosse un suo compagno di scuola dei tempi del liceo ma non era così. Scosse la testa e gli fece un timido cenno di saluto quando i loro sguardi tornarono a incrociarsi.
Fuori dall’albergo l’aria pungente le sferzò il volto ma il cielo terso e il sole che splendeva la spinsero a camminare fino alla spiaggia.
Sulla riva del mare le onde si frangevano vicinissime ai suoi piedi e si ritiravano.
Il rumore della risacca, così simile a una cantilena sussurrata, era consolatorio; leniva la sua disperazione, la rendeva meno aspra, stemperandola in una sorta di dolce malinconia.
Fu riscossa dalle voci di alcuni ragazzi che con gli zaini della scuola sulle spalle le passarono accanto. Non avevano più di quindici anni, scherzavano e ridevano tra loro.
Emma non riuscì a sentire niente di quello che dicevano ma li seguì con lo sguardo. Sulla sabbia umida e compatta le loro impronte si confondevano per poi essere spazzate via da un’onda più forte.
Più tardi attraversando la pineta raggiunse la casa dello zio in via Marco Polo.
Al di là dell’ampio cancello verde vide il giardino e la veranda in una condizione di desolato abbandono, come se nessuno se ne occupasse da troppo tempo.
Emma esitò sgomenta. Quella casa, in cui aveva vissuto amata come una figlia, ora le era estranea, così come la sua esistenza da quando Matteo era svanito nel nulla.
Chiuse gli occhi e contò lentamente fino a dieci nello stesso modo in cui faceva quando era bambina e si divertiva a far scomparire il mondo nella speranza di ritrovarlo più bello.
… otto, nove, dieci.
Indugiò ancora un momento poi li riaprì trattenendo il respiro.
Davanti a lei sul bordo della fontana che una volta era piena di pesci rossi, c’era Nick che la stava guardando.
Forse aspettando.

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