L’autobiografia di Ray Charles, il genio del soul

RAY copertina
di Guido Michelone

C’è un lungo periodo, anche in Italia, grosso modo tra gli anni Sessanta e Settanta, che Ray Charles, soprannominato ‘il genio del soul’, è famosissimo, acclamato come un divo pop. Ma occorre fare dei distinguo: anche a quell’epoca, la musica di Ray Charles si eleva sul beat dei tanti complessini yè_yé che indirettamente vogliono imitarlo o rendergli omaggio, perché Ray Charles è simbolicamente l’incarnazione dell’arte del suo popolo, i neri d’America.
Tutto questo è assai ben spiegato nella ripubblicazione da parte del’editore romano Minimum Fax della biografia di Ray Charles, con nuova elegante veste grafica; si tratta di un libro importante, anche e soprattutto nel riaffermare l’importanza dell’artista – da lui stesso ribadita nel suo testo – all’interno del jazz e della black music, nella consapevolezza da parte di tutti che egli sfugga a ogni rigido incasellamento, per porsi alla fine quale assoluto protagonista del sound afroamericano del Secondo Novecento.
Per la critica politicizzata francese, the Genius viene quasi glorificato come emblema di lotta sociale incarnata non solo dai musicisti éngagés, ma anche dai più alternativi e meno ortodossi; Ray Charles però arriva tardi alla politica, nel senso che solo quando, all’inizio dei Sixties, le repressioni contro i neri si fanno dure, prenderà posizioni altrettanto severe, meritando anni dopo, nel 1979, le scuse del Parlamento della Georgia che lo aveva allontanato dalle scene locali, per motivi razzistici, per circa un ventennio.
Fondamentale, per il giovane nero sconosciuto, è il periodo tra il 1949 al 1965, quando un buon cantante-pianista dalla Florida arriva a calcare i jazz-clubs di Seattle e via via i palcoscenici di tutta America, strappando vantaggiosi contratti a case discografiche come Atlantic e ABC Paramount. Accanto alle vicende artistico-professionali, per meglio apprezzare l’opera di Ray Charles occorrerebbe soffermarsi a lungo sugli aspetti-chiave della sua complessa personalità, senza trascurare la storia dei numerosi brani finiti in testa alle classifiche di tutto il mondo da What I’d Say a Georgia On My Mind.
Conoscere, attraverso questo bel libro, via via l’infanzia, i rapporti con la madre, la droga e il gentil sesso, significa capire un Ray Charles traumatizzato dalla morte del suo fratellino, succube di una madre autoritaria, risoluto nel combattere la cecità e la claudicanza attraverso l’amore per la musica nera; e magari scoprire una figura tanto spavalda quanto fragile sotto il profilo psicologico: il passato misero e infelice lo spingono presto alle droghe leggere e pesanti, dalle quali si liberà solo con la psicoterapia. E di lui restano dischi fondamentali come The Birth Of Soul 1952-1959, The Birth Of a Legend 1949-1952, Soul Brothers Soul Meeting, The Great Ray, Genius+Soul=Jazz, nonché un testo da leggere dalla prima sino al’ultima pagina.

Ray Charles con David Ritz, Brother Ray. L’autobiografia, Minimum Fax, Roma 2015, pagine 458, euro 15.

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