Provocazione in forma d’apologo 287

È un pezzo che devo chiamare Maddalena, chissà che penserà del mio prolungato silenzio, lei sempre così gentile. Ho giusto un minuto libero, ne approfitto. Ecco il numero. È libero, e al primo squillo già risponde: “Pronto”.

“Ciao, Maddalena…”
“Come, Maddalena? Non riconosci più tua madre?”
Controllo sul display. Effettivamente il numero corrisponde a “Mamma”.
“Ah… ah sì, scusami, il fatto è che volevo chiamare la mia amica Maddalena e il dito mi è scivolato sul numero successivo. Te la ricordi, no, la mia amica Maddalena?”
“Certo che me la ricordo. E tu, te la ricordi ancora tua madre?”
“Ma si capisce, che discorsi, come potrei dimenticarla. Be’, eccoci qui. Come stai?”
“Tu discretamente, come al solito.”
“Sarà così. Ma io l’ho chiesto a te. Negli ultimi tempi hai avuto un bel po’ di novità, che cosa me ne dici?”
“Lasciamo stare.”
“Ma come, lasciamo stare? Non hai mai voluto parlare di nulla, e anche adesso continui.”
“Non è che non voglio parlare. È solo che non mi va. Preferisco lasciarti la sorpresa.”
“E lasciami la sorpresa, se ti fa piacere e se sei proprio sicura che rimarrò sorpreso. Comunque qualcosina potresti dirmela.”
“Dimmela tu. Sei tu che hai chiamato.”
“Io veramente volevo chiamare Maddalena.”
“Però hai fatto il mio numero.”
“D’accordo, ho fatto il tuo numero.”
“Allora grazie di avere chiamato. Magari chiamerai ancora.”
“Magari.”
“Allora ciao.”
“Ciao… No, aspetta, non riattaccare. Com’è che ora ti sei messa a parlare italiano?”
“Anche questo fa parte della sorpresa.”
E a questo punto la conversazione cade. Prima di chiamare Maddalena, stavolta con più attenzione, valuto per un momento se cancellare il numero appena chiamato. Mia madre è morta da mesi, e chissà se ho davvero parlato con lei, o non piuttosto con qualcuno o qualcosa che ne ha assunto la voce e i modi bruschi per scopi solo in parte intuibili e con prospettive non tutte piacevoli. Ma poi decido di lasciare il numero al suo posto: di lasciarci questa possibilità, di lasciare – se di errore si tratta – questo piccolo spazio all’errore.

8 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 287

  1. quell’errore perfino banale, di un dito che scivolando seleziona un altro numero. Un dialogo che insinua un dubbio finale, associato all’errore iniziale, crea un quadro su cui la psicoanalisi potrebbe lavorarci per ore. Il mio commento pero’ voleva soffermarsi sull’errore, quello che spesso in natura causa la diversità e la selezione delle specie. Gli errori mi piacciono molto, in quanto sono creano sorpresa ed è su questo che il dialogo conquista e provoca il lettore!
    Una piacevole lettura.
    Un caro saluto
    Francesco

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  2. Caro Francesco,
    certo, ma nell’apologo c’è anche dell’altro, qualcuno o qualcosa (all’interno o all’esterno di noi?) che provoca l’errore o prontamente ne approfitta.
    Grazie e ciao,
    Roberto

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  3. Gentile robysda,
    proprio pensando ad Escher: ad alcuni basterebbe mettere la punta del naso fuori del recinto per impazzire, ad altri è necessario uscirne del tutto per mantenersi (quasi) sani. Un’alternativa non è meno rischiosa dell’altra, in ognuna si annidano insidie, scegliere o accettare l’una o l’altra dipende unicamente dalla propria natura.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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