Guido Michelone intervista Alessandro Barbaglia

BARBAGLIA foto
Il giovane scrittore novarese racconta il nuovo libro di poesie L’8.

Prima giornalista, poi libraio e in parallelo scrittore, Alessandro Barbaglia da Novara si è in poco tempo ritagliato uno spazio originale tra i giovani autori e perfomer che prediligono un tipo di lirica e narrativa attento al lato comico, umoristico, della realtà. E’ giunto al secondo libro, dal buffo titolo L’8. Poesie molto impegnate a fare altro, Barbaglia, in quest’intervista in esclusiva per La poesia e lo spirito, svela il proprio disincanto di fronte ai generi e alla letteratura, regalando anche qualche perla filosofica.

Partiamo come sempre da titolo e sottotitolo, L’8: cosa ci dici?
Il titolo, certo. Il titolo sembra sempre qualcosa di nobiliare. Una volta una mia amica olandese, bella da fermare il vento per gli istanti che servono a guardarla (tutta la vita, direi), si è sentita dire: “Ehi bionda, come ti intitoli?”. Il ragazzo voleva sapere come si chiamasse. Diciamo che, essendo lei un capolavoro, voleva conoscerne il titolo, o forse pensava che il titolo è un buon inizio. Perché il titolo è sempre una questione da affrontare subito, a meno che non sia un titolo di coda: quello va alla fine, ma la mia amica non aveva una coda, era lui che voleva un titolo, che viene prima, per dare una coda, che viene dopo, alla loro conoscenza. Almeno credo.

La tua vis comica non ha confini! Ma dicci dell’8.
Il mio titolo è così: L’8, ovvero poesie molto impegnate. A fare altro. Un po’ perché volevo farmi chiedere: “l’8, e come sono andati i primi 7?”, un po’ perché qui dentro, in questo libro, c’è la storia del pullman che non sono mai riuscito a prendere, l’8 appunto, un po’ perché avevo bisogno di un gioco di parole fatto di numeri. Un po’ perché mi sono chiesto: “Ma io lotto?” e mi è scappato un apostrofo. Non so se ho risposto alla domanda, ma non è che dobbiamo rispondere proprio a tutto, no? Se no le domande a che servirebbero, servirebbero solo le risposte e a me spiacerebbe molto se le risposte rendessero inutili le domande.

Otto, per te, è anche un numero cabalistico?
L’8, dopo il sette, è il primo numero intero che si incontra proseguendo verso il nove. Un numero intero molto intero, nonostante sia fatto di due pezzi uno sopra l’altro. A me i numeri interi piacciono più dei numeri parzialmente scremati e infinitamente più di quelli a lunga conservazione. Che poi sono i numeri sotto zero, quelli a lunga conservazione, dico io, quindi per necessità un poco freddi. L’8 mi piace particolarmente perché ha qualcosa di più dei 7 nani, dei 7 venti, delle 7 bellezze del mondo e soprattutto ha molto di più dei 4 moschettieri. In tutto questo c’entra la cabala? Credo di no. Ma io non so bene se credo o no.

In cosa consiste l’impegno a fare altro del titolo?
Grazie per la domanda. Ci tenevo molto. Non tanto a questa domanda ma, una volta nella vita, a dirla, questa cosa qui: ” Grazie per la domanda”: mi son sempre chiesto se avrei avuto mai modo di dirlo. Grazie, per la domanda e per l’occasione che mi hai dato di dire “grazie per la domanda”. Ti devo un favore, sei un amico.

Dicevamo: che cosa sono queste poesie impegnate a fare altro?
Potrebbe essere un manifesto dell’impegno al disimpegno (Lasciatemi divertire, tipo), ma io ci vedo più una cosa così: il sole tramonta. Che ne sa lui di quanta poesia c’è là dentro, lui tramonta e basta. E’ impegnato a fare altro. La primavera si arrampica fin sulla cima degli alberi. Che meraviglia di poesia! Ma che ne sa la primavera? Quella è solo lì ad arrampicarsi. Insomma, anche la cassiera del mio supermercato quando mi sorride mi sta solo facendo passare la spesa, è impegnata a fare altro, eppure non c’è nulla che non riguardi la poesia nel suo modo di sorridere. Mi piace questo tipo di impegno disimpegnato.

Sei tra i pochi, in poesia, a scegliere il registro comico, perché?
E’ un po’ come chiedere a Guccini :“Lei è uno dei pochi cantautori che canta con la “R” moscia, come mai?”. E’ una domanda a cui non so rispondere tanto bene (sulle altre sono stato bravissimo, invece). Una volta ho visto il lago d’Orta esondare. Io abito da quelle parti lì, e quando esonda il lago, tutti si terrorizzano. Io, quella volta, andai a vedere come stava il lago e notai una cosa pazzesca: una trota si era spinta fin sull’argine del prato su cui era esondato il lago e stava baciando una margherita. Che meraviglioso amore impossibile! La trota non avrebbe mai incontrato la margherita se non fosse esondato il lago facendo disastri e devastando la costa. E allora? Era una storia d’amore o di terrore, quella? Faceva ridere o piangere? La trota amò la margherita ancora per un po’ poi il lago, giorni dopo, rientrò negli argini. E la margherita morì di crepacuore, e la trota pure. E tutti, intanto, erano felici perché il lago era rientrato. Il mio tono narrativo è così: una trota che ama una margherita nell’istante bello in cui tutto il mondo grida all’alluvione.

Ovviamente, come per tutti i comici, dietro il sorriso c’è anche malinconia, spleen, tristezza: giusto?
Non c’è niente che faccia più ridere della tristezza. No, lo dico davvero. Vi racconto una storia: dicono che fare poco sesso crei brevi amnesie momentanee. Infatti, una volta il lago d’Orta è esondato e poi c’era una trota e una margherita. L’ho già detto? Ho già detto anche che dicono che fare poco sesso crei brevi amnesie momentanee?

A quali autori ti ispiri?
Amo molto Alessandro Bergonzoni, Ennio Flaiano, Marcello Marchesi, Dino Campana, Achille Campanile e Julio Cortazar. Julio soprattutto lo amo molto, non c’è sua frase che non abbia dentro la musica. E a me piace ballare le sue parole.

Sembra di scorgere una vena alla Guido Gozzano nel cercare spesso le buone cose di pessimo gusto.
Guido Gozzano è il mio poeta preferito il venerdì. No, davvero. Lo leggo anche il martedì o il mercoledì, ma non mi piace tanto. Poi il venerdì, invece, mi fa impazzire. Sempre. Tranne quando il venerdì sono a Gozzano. Infatti a Gozzano il venerdì non ci vado mai, vengo a Vercelli a lavorare. E quando smetto di lavorare, leggo Gozzano. A Vercelli. “Le buone cose di pessimo gusto” è una citazione cui sono molto caro. L’amica di Nonna Speranza è un testo fotografico, visivo, splendido. Lo amo. (Bisogna però dire che oggi è venerdì. Se ci risentiamo domani forse potrei darti un parere differente. Proviamo?).

Talvolta però sembra di intravedere lo spirito di Stefano Benni che aleggia.
Benni! Di Benni ho letto tutto quel che ho potuto, sempre. Benni è un grande maestro. Comici spaventati guerrieri, elianto, prima o poi l’amore arriva. Se rinasco, voglio essere Stefano Benni. O un suo racconto qualsiasi. Anche uno brutto.

A differenza di Benni però le tue poesie appartengono a una generazione del disincanto, senza utopie o grandi ideali..
E’ possibile. Incantato è come un disco che ripete la stessa battuta, come l’orologio che segna sempre la stessa ora, come una lettera della tastiera che resta giù cosììììììììììììììììììììììììììììììììì. Non è che non mi piacciano le cose quando si incantano: mi piacciono, ma mi piacciono di più quando si incantano al punto che vanno avanti piene di magia. Non è la presenza o la mancanza dell’incantamento, il tema; il tema è qual è l’incantesimo di cui parliamo.

I tuoi testi si prestano al reading: credi molto nelle letture pubbliche?
Credo che non ci sia niente di più bello che sentirsi dire: “Mettiti lì, ti racconto una storia”. Non siamo spacciati finché abbiamo una storia da raccontare e qualcuno a cui raccontarla.

Altro da aggiungere?
Sì: io speravo che la trota e la margherita si sposassero e mi invitassero al matrimonio. Mi piacciono tanto le feste.

Alessandro Barbaglia, L’8. Poesie molto impegnate a fare altro, Effedì edizioni, 2015, euro 10,00.

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