Ode al Monte Soratte

copertina

Premessa, e prima poesia, del mio nuovo piccolo libro “Ode al Monte Soratte”, con nove bellissimi disegni di Giuseppe Salvatori, edito da Fuorilinea.
http://www.ibs.it/code/9788896551172/damiani-claudio/ode-monte-soratte.html
http://www.fuorilinea.it

Montagna Sacra

di Claudio Damiani

Io il Monte Soratte fino a non molti anni fa lo snobbavo, nel senso che lo vedevo basso (ma è veramente un monte se non arriva a 700 metri?), piccolo, spelacchiato (dal lato romano) e lo sentivo imparagonabile ai miei amati Lucretili selvaggi e incontaminati a soli venti chilometri da Roma, ricchi di natura vivace come fossero nel cuore dell’Appennino; o ai Tiburtini e Prenestini anche, e a tutti i monti attorno Roma, tutti meravigliosi e belli(e sempre più mi convinco di come sia stata importante, a fare Roma, la sua natura eccezionale intorno, il luogo, il cielo, l’aria, i numeri della sua posizione). Andandoci poi ad abitare ai piedi, nel 2006, ho dovuto rivedere la mia impressione, anzi rovesciarla come un calzino. Perché è basso sì, spelacchiato (la parte sud, perché la nord è boscosa) ma è una miniera di natura e storia, e poi è una montagna sacra, tempestata d’eremi e chiese, e prima templi pagani, e prima ancora altri templi (dio Sole, dio Lupo), area sacra tra genti diverse, ponte tra culture antichissime.
Montagna magica anche, Se Goethe nel Faust vi ambienta la notte di Valpurga classica, cioè il grande sabba di tutte le streghe d’Europa. E poi, andando indietro fino al Giurassico, la storia geologica che l’ha visto parte del calcare apuano, isola circondata dal mare, e solo recentemente (600.000 anni fa – una bazzecola) coinvolto nel vulcanismo sabatino (quello che originò i laghi laziali) che fece sì che il Tevere, che prima gli scorreva a nord, sulla testa, gli passasse poi a sud, sotto i piedi. (O anche, a vederlo come un dinosauro accucciato con la testa a Sant’Oreste e la coda alla Quadrara, il Tevere prima non lo vedeva, ché ce l’aveva dietro, e ora ce l’ha davanti proprio sotto i suoi occhi, e tutti i giorni lo guarda).

Ma non voglio dir altro, se non che, avendo scritto sopra di lui diverse poesie (mi capita con tutti i luoghi che amo, che sono per me come persone, con un loro carattere, un loro modo di pensare ecc.) le raccolgo ora in questo libretto, insieme ai disegni di Giuseppe Salvatori, grande artista italiano e amico mio da sempre (con lui, Beppe Salvia, Marco Lodoli, Arnaldo Colasanti e altri amici creammo Braci, luminosa rivista degli anni ’80), il quale, vivendo tra Monterotondo e Mentana, vede il Soratte quotidianamente. E pensando a Salvatori che vede il Soratte mi viene in mente Orazio che lo vide per noi in quella famosa ode  Vides ut alta stet nive candidum del primo libro dei Carmina, appena 2000 anni fa. Lì Orazio lo sorprende innevato, come congelato in un tempo immobile, a significare una natura aspra, fissa in leggi severe. Il ragazzo invece a cui Orazio si rivolge, Taliarco, deve reagire, scioglierlo il tempo, e far sì che la vita scorra, e l’acqua, anzi il vino della vita sia attinto. Egli deve col fuoco, col vino, con l’amore, cogliere il giorno (“carpe diem”).
Per Orazio e Aristotele la natura era ferma, eterna come gli dei  (o soggetta tuttalpiù a una sorta di eterno ciclo di morte e rinascita), e è bellissimo che sia stato così. E’ anche quello un universo meraviglioso, e vero. Noi abbiamo invece ora una natura evolutiva, e anche questa è bellissima. E del Soratte possiamo giungere a ricostruire tutta la sua storia.
Ora io devo dir questo: com’è che io, che in vita mia non ho mai (quasi) tradotto niente, avevo però tradotto, tanti anni fa, in giovanili endecasillabi, proprio questa poesia?

Vedi come sta candido per alta

neve il Soratte, e come i boschi stanchi

più il peso non sopportino, e costretti

dal gelo acuto si fermino i fiumi.

 

Sciogli il freddo aggiungendo in abbondanza

legna sul focolare, o Taliarco,

e più benigno spilla dalla botte

sabina il vino vecchio di quattro anni;

 

e agli dei lascia il resto, perché quando

hanno calmato i venti che combattono

sul mare che ribolle, né i cipressi

né i vecchi orni si muovono più.

 

Non domandare cosa ti riserbi

il domani, e considera un acquisto

ogni giorno che il fato ti darà;

né voler disprezzare i dolci amori

 

e le danze, finché sarà lontana

da te fiorente l’odiosa canizie.

Ora il Campo e le piazze e i sussurri

verso sera ad un’ora prefissata

 

si ricerchino, e il riso traditore

della fanciulla nascosta in un angolo,

e il braccialetto a lei strappato, e il dito

che soltanto per gioco resisteva.

Ma a Monterotondo vive anche Franco Esposito Irawan, l’editore di questo libro! Anche se siamo tutti noi stranieri, cioè non siamo del luogo, io elbano-romano-pugliese, Giuseppe romano-fiorentino-ciociaro, Franco napoletano-indonesiano-giavanese, la mattina apriamo la finestra e lo salutiamo. Lui è nel nostro cuore, e noi nel suo.

Senza titolo-5

Monte Soratte, se ti guardo col mio tempo

tu sei sempre stato e sempre sarai

ma se ti guardo con un tempo più lungo

anche tu morirai

diventando completamente piatto,

ogni giorno infatti diminuisci di un poco

e verrà il giorno che non ci sarai più;

se non, prima che questo accada,

succeda qualcos’altro che ti distrugga

o ti trasformi, infatti come a noi può cadere una tegola

da un momento all’altro, così a te un asteroide

può colpirti, o altri mille accidenti

possono capitarti. Ora tu hai sei cime

e sembra che tu le abbia da sempre

ma c’era un tempo che ne avevi sessanta,

eri lungo fino a Sant’Angelo Romano

e non ti eri rotto in più punti ancora

e non c’era ancora il Tevere

in mezzo a te. E prima ancora?

Be’, prima ancora non eri neanche un monte,

eri terra piatta che si faceva su un fondo

marino giorno dopo giorno. Adesso sei bello, sembri perfetto

ma sei stato bello anche in altri momenti,

posso immaginare che sei stato bello sempre

anche se non ti ho visto

quand’eri lungo e non c’era ancora il Tevere

e quand’eri basso ancora, che la terra si alzava lentamente

e tu crescevi ogni giorno. Ti guardo

dalla Quadrara delle Aquile, la tua cima a nord,

ogni giorno perdiamo qualcosa, tutti e due,

ma stiamo qui, non ci muoviamo,

tu ti distendi al sole, io sopra di te,

due oziosi difficili da scalzare.

2 pensieri su “Ode al Monte Soratte

  1. Sorprende sempre, in Claudio Damiani, questa capacità di simbiosi tra natura e poesia, quasi una compenetrazione tra due esseri, entrambi vivi. Poeta e monte nel parlarsi e comprendersi al di là di ogni supposto limite.
    Annamaria Ferramosca

    Mi piace

  2. Le parole di Claudio Damiani fanno uscire questo monte dalla staticità che attribuiamo alle cose:anche lui ha avuto un suo passato,ora vive insieme al poeta in perfetta simbiosi e,come noi uomini,andrà incontro ad inevitabili cambiamenti ma questi non preoccupano più di tanto,fanno parte del naturale ordine degli eventi.

    Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...