Steve Lehman, il nuovo genio del jazz contemporaneo

Lehman foto
di Guido Michelone

Il prossimo 30 Aprile ricorre l’International Jazz Day UNESCO, che da quattro anni si celebra in tutto il mondo: creata dal grande pianista afroamericano Herbie Hancock la ‘Giornata del Jazz’ intende favorisce il dialogo tra i popoli attraverso una musica libera, aggregante, democratica quale appunto è il jazz, dichiarato patrimonio dell’Umanità dalla stessa UNESCO, l’organizzazione che con l’adesione di 196 stati sovrani si batte per l’innalzamento dell’arte, della cultura, della scienza, dell’educazione nell’intero Pianeta.
Si può festeggiare il Jazz Day in tanti modi: attraverso concerti, rassegne, conferenze, ascolto di dischi, proiezioni di film e anche mediante la scrittura e la lettura di un articolo, come questo, che è dedicato a Steve Lehman, quello che oggi viene ritenuto il nuovo genio del jazz contemporaneo, il musicista forse più creativo nell’ambito delle cosiddette musiche improvvisate.
Nato nel 1978 a New York City alterna musicalmente l’attività di sassofonista e bandleader a quella di compositore, i cui brani sono stati spesso eseguiti da solisti e orchestre di fama internazionale. Egli stesso come performer, sui dischi o ai concerti può vantare una lunga lista di insigni collaborazioni fra i jazzisti di aree free e post-bop da Anthony Braxton a Vijay Iyer, da Jason Moran a Rudresh Mahanthappa. Dal debutto su CD nel 2004 fino a oggi Lehman vanta altresì numerosi premi conseguiti per il valore artistico degli album pubblicati, ben dodici nell’arco di soli dieci anni: Artificial Light (2004), Interface (2004), Simulated Progress (2005), Demian as Posthuman (2005), Manifold (2007), On Meaning (2007), Door (2008), Travail, Transformation and Flow (2009), Dual Identity (2010), Kaleidoscope and Collage (2011), Dialect Fluorescent (2012), Mise En Abîme (2014). Testate giornalistiche, riviste specializzate, emittenti televisive sia negli Stati Uniti sia in Europa lo hanno appunto indicato come il nuovo genio della musica jazz: e si parla di New York Times, Newsweek, Artforum, Down Beat Magazine, Wire, BBC. Secondo il mensile italiano Musica Jazz, nell’annuale referendum indetto tra i critici, Steve è risultato ben tre volte il primo in assoluto, nelle categorie del miglior musicista, miglior disco, miglior gruppo. Del resto gli elogi abbondano ovunque, visto che il già citato New York Times parla di lui come di “un sassofonista semplicemente abbagliante”, o l’autorevole britannico The Guardian lo descrive a livello di “una delle figure di trasformazione del primo jazz del 21° secolo”, mentre, di recente, Il Domenicale del Sole 24 Ore gli dedica un’intera pagina, annoverandolo tra i testimonial della “democrazia del jazz”.
Nei giorni scorsi Lehman era in Italia per una breve intensa tournée, che lo ha visto protagonista nel cartellone di Novarajazz, l’istituzione forse più lungimirante nell’offrire un jazz innovativo, profondo, anticonsumistico, concepito quale forma d’arte e non mero intrattenimento, in sintonia con analoghe iniziative, come Umbria Jazz.
Lo Steve ascoltato a Novara è quello in trio con il leader al sax alto, Cody Brown alla batteria e Matt Brewer al contrabbasso, in un repertorio misto di original e standard (ben due gli omaggi a brani del pianista Kenny Kirkland), attraverso un sound che in parte può ricordare lo storico trio pianoless del Sonny Rollins della Freedom Suite, ma che sul piano strettamente musicologico vede in azione un sassofonista estremamente personale, in cui si rintracciano gli echi di studi classici e di strutture compositive incrociate alla prassi improvvisativa del jazz contemporaneo.
Lehman prosegue anche dal vivo – benché su disco sia maggiormente avvertibile, vista la duttilità delle formazioni – la propria ricerca attraverso le armonie spettrali, espandendo la tavolozza armonica, rafforzando al contempo i legami col passato jazzistico, suonando composizioni radicalmente re-immaginate di molti suoi predecessori, anche su altri strumenti.
I risultati ottenuti a Novara, come nei CD recenti, confermano l’identità di Lehman quale compositore visionario, con poderose idee sul futuro di armonia, ritmo, forma compositiva rigorosa e improvvisazione estemporanea spesso cerebrale: il fatto che sia uno dei rari sassofonisti dal vivo a usare gli spartiti, come se buona parte dei temi o degli assolo fosse totalmente scritta, né è testimonianza eloquente.
Il segno distintivo della musica di Steve è quindi una scintillante sonorità, che viene creata attraverso la giustapposizione precisa delle voci strumentali, in cui una determinata sorgente sonora fornisce il quadro per armonie microtonali, organizzate secondo rapporti di frequenza, piuttosto che intervalli di una scala musicale, come dice Elfio Nicolosi: “Utilizzando le tecniche spettrali, Lehman tira fuori storie e suoni inaspettati, che spesso evocano la lucentezza iridescente della musica elettronica. La maggior parte della musica improvvisata, che si avvale di armonie microtonali, è statica e ancorata da un drone immutabile o da una scala. Ma Lehman è unico, in quanto compone musica microtonale con una grande quantità di movimento armonico, dove un accordo basato su uno spettro armonico può facilmente modularsi in un altro centro tonale. Quando viene utilizzato come piattaforma per l’improvvisazione, il risultato può essere immaginato come una specie di ‘cambio di accordi spettrali’ che il solista può negoziare e trasformare”. Tristan Murail così sintetizza la poetica di Lehman: “L’uso delle tecniche spettrali da parte di Steve nella musica jazz è piuttosto inedito”, giacché tale fusione “può sembrare goffa o tesa, ma la musica di Steve suona molto naturale, molto speciale, molto personale”.

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