Vivalascuola. “Dream” è l’anagramma di “merda”

Non ci sono motivi per non scioperare il 5 maggio. Il DDL sulla scuola del Governo Renzi mette a rischio tutti i lavoratori della scuola, la scuola pubblica e l’insegnamento e, per i suoi contenuti e per i metodi con cui viene imposto, la stessa democrazia. Lo spostamento dei test Invalsi alla scuola primaria (previsti proprio per il 5) per cercare di vanificare lo sciopero è una grave violazione delle regole democratiche e costituisce un motivo in più per scioperare. Per la prima volta dopo 7 anni i sindacati scioperano insieme. Nessuno può invocare come pretesto la divisione del mondo della scuola e la frammentazione delle iniziative. Nessuno può dire “si sciopera solo il venerdì per allungare il week end“. Oltre che per bloccare il DDL si sciopera per la stabilizzazione, il contratto, la cooperazione e la gestione democratica della scuola. Per una scuola per la Repubblica. In questa puntata di vivalascuola presentiamo un invito allo sciopero di Giovanna Lo Presti e in apertura l’appello di Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione, a insegnanti e studenti a battersi uniti contro il progetto del governo sulla scuola. Inoltre materiali, commenti e le notizie della settimana scolastica.

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.Ferdinando Imposimato, Per il rispetto della scuola pubblica, la dignità e la libertà d’insegnamento
Giovanna Lo Presti, “Dream” è l’anagramma di “merda
Il commento di Lucio Ficara, Queste riforme sono una vergogna
Materiali, Il DDL scuola del governo Renzi: la scuola che non vogliamo
Enrico Rebuffat, Renzi vuole una delega in bianco
Giuseppe Bagni, Il ddl scuola non risolve ma aggrava i problemi
Girolamo De Michele, I conti non tornano nella scuola di Renzi
Le notizie della settimana scolastica
Risorse in rete

Per il rispetto della scuola pubblica, la dignità e la libertà d’insegnamento
di Ferdinando Imposimato

Rivolgo un appello a tutti gli insegnanti a battersi uniti in difesa della scuola pubblica, ma anche agli studenti perché amino e rispettino i loro insegnanti precari e di ruolo e il sacrificio che essi sopportano giorno per giorno. Gli studenti, i lavoratori e i disoccupati devono scendere in campo accanto agli insegnanti in difesa della scuola pubblica gratuita, della dignità dei docenti e contro l’abbandono scolastico. Guai a spezzare questa unità di docenti studenti e lavoratori, ogni rinnovamento si arresta. Dobbiamo ribellarci e dire un no netto alla riforma liberticida del Governo, che intacca le nostre libertà e la nostra democrazia, e chiedere al Governo di riconoscere il posto di lavoro agli insegnanti precari, una categoria benemerita che tanto fa per i nostri studenti, i diritti violati di quota 96, e perché il governo garantisca stipendi adeguati a insegnanti di ruolo e non di ruolo. Dobbiamo pretendere dal Governo che i miliardi assegnati alle grandi opere, che sono spesso inutili tanto da restare incompiute, veri e propri tangentifici e distruttori dell’ambiente, siano invece destinati alla scuola pubblica, che è pilastro della nostra democrazia, e alle migliaia di precari da stabilizzare. Viva la scuola pubblica viva gli insegnanti precari e di ruolo di ogni scuola, viva la democrazia e la libertà. (continua qui[torna su]

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Dream” è l’anagramma di “merda
di Giovanna Lo Presti

Il Governo fa le infrazioni – e la scuola paga

Qualche primato il nostro Paese ce l’ha: ad esempio, siamo in testa alle classifiche per quel che riguarda le procedure di infrazione che l’Unione Europea attiva contro gli Stati che non rispettano la normativa europea. E allora il grido teologico: “Ce lo chiede l’Europa!” che razza di significato ha, se non quello di tacitare gli allocchi, rimandando alla responsabilità di un’autorità lontana e superiore il duro sacrificio richiesto di volta in volta ai cittadini italiani?

Ė pur vero che l’Europa talvolta chiede cose bizzarre o palesemente dannose (qualcuno ricorderà le antiche dispute sulla curvatura del cetriolo o quelle recenti sulla eliminazione dell’obbligo di indicare, nelle etichette degli alimenti, lo stabilimento di produzione) ma è pur vero che i Paesi membri dell’Unione, una volta recepite tali norme, sarebbero tenuti a rispettarle. Invece, la discola Italia, nonostante i pesanti “compiti a casa” che svolge con maggior diligenza dai tempi del banchiere Monti, continua a far scorrere rivoli (consistenti) di denaro pubblico verso il pagamento di multe comminate dall’Unione europea per il mancato rispetto della normativa (1).

Il triste caso dei precari della scuola italiana rientra, a tutti gli effetti, sotto la categoria “mancato rispetto della normativa europea”. Ecco cosa ha stabilito la sentenza della Corte Europea:

“Al fine di prevenire l’utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato, l’accordo quadro impone agli Stati membri di prevedere, in primo luogo, almeno una delle seguenti misure: l’indicazione delle ragioni obiettive che giustifichino il rinnovo dei contratti ovvero la determinazione della durata massima totale dei contratti o del numero dei loro rinnovi. Peraltro, al fine di garantire la piena efficacia dell’accordo quadro, una misura sanzionatoria deve essere applicata in caso di utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato. Tale misura deve essere proporzionata, effettiva e dissuasiva” (2).

Ed ecco, contemporaneamente, spiegato perché il governo Renzi ha cercato di correre ai ripari e di trasformare una sciagura (l’essere rimasto con il cerino in mano di centinaia di migliaia di precari da assumere) in una opportunità, secondo la regola dell’ “Ercolino sempre-in-piedi” che governa l’operato del premier. Tant’è che a settembre 2014, quando ormai l’orientamento della Corte Europea era chiaro, il governo ha avuto la sfacciataggine di dichiarare nel documento “La buona scuola” che l’operato dell’Europa “va nella stessa direzione di ciò che il Governo intende offrire alla scuola”; viene ricordata la procedura d’infrazione per la non corretta applicazione della direttiva 1990/70/CE, relativa al lavoro a tempo determinato; si adombra, ma con parole rassicuranti, la marea di ricorsi che potrebbe travolgere i tribunali italiani se lo Stato non rispettasse la sentenza UE. Grosso pericolo, perciò, all’orizzonte.

Renzi: il detersivo che toglie tutte le macchie

A settembre il piano Renzi prevedeva “un censimento volto a capire il numero esatto e la distribuzione di coloro che saranno assunti”. Operazione che “dovrà avvenire, al più tardi, entro il 31 dicembre 2014, e servirà per fare una ricognizione puntuale ed esatta di chi sono coloro che – iscritti alle GAE, ma varrà anche per i vincitori e idonei del concorso 2012 – confermeranno espressamente entro quella data la loro intenzione di essere assunti a partire dal 1° settembre 2015”.

Molto chiaro: qualcuno ha visto questo censimento? Qualcuno ne ha avuto notizia? Altrettanto chiaro era il numero di persone da assumere entro settembre 2015 (148.000 in alcune parti del documento, 148.100 in altre, ma non è il caso di fare i pignoli) e la previsione di spesa (3 miliardi di euro). Qualcosa deve essere quindi cambiato dal settembre 2014 ad oggi, visto che ora assistiamo ad un caleidoscopico mutare della cifra degli assunti. Si va da un minimo di 50.000 ad un massimo di 150.00 ed intanto la confusione aumenta. Cosa sarà cambiato perché la ferma promessa delle 148.000 assunzioni si trasformasse in qualcosa di così incerto? Nulla, non è cambiato proprio nulla, se non il fatto che promettere a parole è una cosa, mantenere concretamente la promessa un’altra. Per questo motivo Ercolino-sempre-in piedi, alias Matteo il Giovane, cambia strategia comunicativa. Non dimentichiamoci che il Renzi-pensiero non fa i conti con il mondo reale, ma fluttua felice nel mondo fittizio della comunicazione pubblicitaria, dove è facile dire: “Signori miei, con questo governo risolveremo il problema del precariato!” Tale proclama vale, più o meno, quanto l’annuncio del “detersivo che toglie tutte le macchie”; come ben sanno tutte le massaie, tale detersivo non esiste eppure ciò non impedisce all’annuncio miracolistico di fare una certa presa.

L’operazione di marketing dellabuona scuola” ha avuto il suo punto forte nell’accoppiare due gusti, l’uno dolce (le sospirate assunzioni) e l’altro amaro assai (lo sconvolgimento dell’assetto della scuola della Repubblica, destinata, nel progetto renziano, a divenire una scuola dirigista, autoritaria, antidemocratica, pseudo-meritocratica etc.). Come avevamo già detto commentando il documento di settembre 2014, Renzi ci offre, in salsa PD, il peggio di quindici anni di “riforme” scolastiche e porta a compimento alcuni progetti che già in passato erano stati molto contestati dai lavoratori della scuola. Un buon esempio è costituito dalla faccenda dei cosiddetti “albi territoriali”, che altro non è che la ripresa di una vecchia proposta di Valentina Aprea. Insomma, a Renzi non spetta neppure il merito di aver pensato in proprio la carognata.

Giannini: la ministra più “basita” della storia

Qualche lettore avrà notato che sinora non è comparso il nome del Ministro dell’Istruzione in carica, Stefania Giannini. Non è un caso: la subalternità al progetto scolastico di Renzi è, da parte del Ministro, totale. Questo il primo commento della nota glottologa (Giannini) alla decisione del premier di non transitare la scuola italiana verso la “buona scuola” per decreto legge: “Sono basita”. Tenuta fuori dalle decisioni che contano, Giannini si rivela un ministro inconsistente e insipiente. D’altra parte, non c’è da aspettarsi molto da una come lei, che raccatta 3.000 preferenze alle ultime elezioni europee, un vero e proprio flop, e che, alla vigilia del congresso del suo partito (Scelta Civica) decide di abbandonare la barchetta (Scelta Civica) per salire sul transatlantico del PD pur di non lasciare la sua poltrona di Ministro.

Ė recentissima la notizia che questo bell’esempio di coerenza ha dato degli “squadristi” (si noti la capacità di cogliere le sfumature linguistiche) ad un gruppo di insegnanti che la contestavano impedendole di parlare ad un incontro organizzato alla Festa dell’Unità di Bologna. Poi ci ha pensato meglio e, per mezzo di quello strumento diabolico che è Twitter, ha stabilito che gli insegnanti sono costituiti da “una maggioranza abulica” e da “una minoranza aggressiva“. Rifletta, il Ministro Giannini, su quanto sia forte il diritto di parola (reale) dei lavoratori della scuola; rifletta sulla parodia della democrazia costituita dalla “consultazione” sulla “buona scuola”; si chieda se è più vicino agli “squadristi” una persona arrabbiata che urla il suo dissenso perché costretta a fare malamente il suo lavoro o chi, detenendo un posto di potere, racconta menzogne ad una distratta opinione pubblica, ed accusa persone che a scuola ci vivono da anni di non aver “compreso” la portata rivoluzionaria della “riforma” di Renzi. Non si preoccupi, Ministro, abbiamo capito molto bene ciò che c’è scritto nel disegno di legge. Non c’è bisogno che nessuno ci spieghi la portata innovativa della “buona scuola”, in quanto, di queste cose, ne sentiamo parlare da anni. Ma c’è un errore, da segnare con la matita rossa, in quel che Lei dice: la “sua” “riforma” non è “rivoluzionaria” ma “reazionaria. Strana questa gaffe semantica da parte di una illustre docente di formazione umanistica.

Insomma, non è che si voglia infierire su Giannini, è che lei proprio se le tira. Però Giannini ha la ripresa facile; dopo essere “rimasta basita” si è celermente ripresa. Con queste parole si presentava infatti alla conferenza stampa di presentazione della “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti” (che è il nome vero di quella cosa che noi familiarmente chiamiamo con il vezzeggiativo “la buona scuola”): “La lunga gestazione e il parto è stato indolore e molto gioioso. Ha portato molto positivamente a spingere sul principio cardine che è l’autonomia della scuola”. Quando si dice la faccia tosta…

Furbi, sfrontati e incoerenti

Non vorremmo noi essere ingiusti verso Giannini, con tutte queste annotazioni negative. Dedichiamo un pensiero anche ad un’altra bella figura di politica nazionale, Francesca Puglisi, senatrice e responsabile scuola dei democratici. Ai tempi di Monti (e va bene che son passati tre anni!) dichiarava: “La chiamata diretta è anticostituzionale. Il Partito Democratico dice “No alla chiamata diretta“, perché se vogliamo costruire un paese unito, lo dobbiamo fare a partire dalla scuola”. Strane alchimie: adesso che la “chiamata diretta” la propone il suo partito com’è che è diventata “democratica”?

Un cenno anche al sottosegretario Davide Faraone. Il 13 febbraio così si esprimeva:

Faremo un decreto in cui ci starà dentro tutto quello che riteniamo utile per la scuola italiana. Lo strumento del decreto ci consente di fare tutto in fretta perché sono molte le riforme che vanno in Parlamento ma poi si perdono in quella palude, quindi non si conclude mai una riforma utile della scuola”.

Poi, poveretto, avrà dovuto cambiare idea, spinto dalla forza trascinante dell’ “uomo solo al comando”. Ancora Faraone:

È normale che ci siano delle diffidenze e dei conservatorismi. Noi ascoltiamo e ascolteremo tutti fino all’ultimo giorno utile per l’approvazione in Parlamento. È chiaro però che stiamo cambiando la scuola in meglio rendendola più produttiva e più legata al mondo del lavoro e al territorio”.

Anche Faraone conosce male la lingua italiana: chi lavora a scuola non vuole “conservare” l’esistente, ma auspica che venga modificato in meglio. Questo meglio” prevede, in primo luogo, che la scuola si emancipi dalla subalternità al mondo del lavoro che, predicata da decenni dalla classe dominante, sinora ha prodotto un solo effetto: sottrarre senso alla scuola come luogo di libera formazione del cittadino, come luogo principe di trasmissione della cultura. A Faraone diciamo che noi insegnanti conosciamo bene la differenza tra studiare e lavorare. Se proprio vogliono, i nostri scellerati governanti, i nostri rapaci imprenditori mandino i loro figli a lavorare a quindici anni. E capiranno la differenza tra lavorare e studiare.

Come che sia, il passaggio dall’originaria idea del decreto al disegno di legge non ha risolto i problemi. Intanto, le sorti delle assunzioni restano ancora saldamente unite a quelle della “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti”; in secondo luogo Renzi, furbescamente, cerca di addebitare il ritardo delle assunzioni alle lungaggini dell’iter parlamentare. Chissà a chi la racconta; forse ad un’opinione pubblica sempre più distratta e sempre più mal orientata verso la scuola. La soluzione per i precari era a portata di mano: bastava agire per decreto ed assumere tutti coloro che è giusto assumere, almeno per evitare che sullo Stato italiano si abbatta l’onda travolgente dei ricorsi e delle sanzioni europee. Ma Renzi, come il suo illustre predecessore Berlusconi, ha cervello fino e non vuole lasciarsi scappare l’occasione di mettere il suo segno sulla scuola italiana. Se dovrà portare a casa una sconfitta addebiterà il ritardo nell’assunzione dei precari alle lungaggini parlamentari.

Dopo 4 riforme “epocali“, la scuola sta sempre peggio

In quindici anni abbiamo avuto quattro riforme: la riforma Berlinguer (legge 10 febbraio 2000, n. 30 “Legge Quadro in materia di Riordino dei Cicli dell’Istruzione“), la riforma Moratti (legge 28 marzo 2003 n. 53), la riforma Gelmini (una serie di atti normativi che iniziano con legge 30 ottobre 2008, n. 169) e adesso la “buona scuola”. Ogni intervento metteva in questione il precedente, ma soltanto per finta, perché in questi quindici anni le scuole italiane hanno seguito, coerentemente – anche nel male ci può essere coerenza – un percorso di degrado: sono diminuiti, anno dopo anno, i fondi ad esse destinate, sono peggiorate le condizioni di studio e di lavoro, la sacca di precariato si è avvicinata al 20% del corpo docente, l’età media degli insegnanti a tempo indeterminato ha superato i cinquant’anni, l’età media dei precari si è avvicinata ai quaranta, gli stipendi dei docenti, tra i più bassi dei Paesi OCSE, sono fermi da sette anni.

In nessuna delle quattro riforme la classe dominante (ormai dobbiamo parlare di dominio, perché governare è un’altra cosa) si è occupata dei problemi reali della scuola; tutte le “riforme” spingono verso un modello competitivo e “meritocratico” che, sebbene non ancora attuato, ha già reso il clima scolastico più conflittuale e ansiogeno. Nessuna di queste riforme si occupa del problema centrale della scuola, la relazione tra chi impara e chi insegna, relazione i cui contorni sono “esplosi”, facendo diventare molte nostre scuole luoghi di contenimento del disagio sociale, in cui l’apprendere è divenuto una variabile dipendente dalla capacità che i docenti hanno di mantenere l’ordine pubblico. Gli insegnanti sono lasciati soli a risolvere problemi inaffrontabili; vengono anzi colpevolizzati se non sono in grado di tenere fermo il timone in classi sovraffollate, multietniche e in cui il disagio sociale delle famiglie degli studenti si respira in modo sempre più sensibile.

Cara scuola italiana, la tua priorità sono il trilinguismo e l’autovalutazione?

Qual è la via d’uscita dall’impasse in cui ci troviamo? Personalmente ne vedo, adesso, una ed una sola: la protesta ferma contro questo ingiusto disegno di legge. Non c’è una qualche parte del disegno di legge che si muova nella direzione in cui dovrebbe andare la scuola della nostra Repubblica; non c’è un solo provvedimento che parli realmente di una scuola migliore, e cioè di una scuola in cui studenti, insegnanti, lavoratori stiano, finalmente, a proprio agio. Dappertutto l’idea pervasiva della competizione, dappertutto l’idea che si debba lavorare di più, essere più “produttivi”, più efficienti ed anche più subalterni, più proni al volere del dirigente, più solerti nel dar corpo a qualsiasi scempiaggine ministeriale ci venga precipitata sulla testa. Dall’autovalutazione al trilinguismo individuato come priorità, chi governa la scuola in quest’ultimo anno non ha fatto altro che sparare una boutade dopo l’altra. E intanto lo Stato cosa fa per i suoi insegnanti? Il recente intervento di Ferdinando Imposimato mette il dito nella piaga:

Dopo aver promesso 150mila assunzioni di precari, il Governo mantiene i docenti di ruolo con uno stipendio immorale di 1700 euro al mese dopo 30 anni di lavoro e minaccia di licenziare 100mila precari non vergognandosi di attribuire enormi stipendi a caste privilegiate”.

Il magistrato ha colto un punto centrale, concreto, semplice ed ha definito “immorale” la retribuzione dei docenti. Matteo Renzi nel suo primo discorso al Senato, ha avuto la faccia tosta di rispondere, a chi gli replicava che la scuola ha bisogno di soldi, che non di soldi hanno bisogno gli insegnanti, ma di “rispetto”, dimenticando il fatto che, in una società di mercato, come quella prediletta dal premier, un lavoro poco pagato è un lavoro che vale poco e che, quindi, non merita “rispetto.

Bene, diciamolo forte a Matteo Renzi e a quelli come lui, che godono di una rendita di posizione pur non avendo meriti specifici: i docenti italiani vogliono una retribuzione equa e vogliono, pretendono, che lo Stato si occupi concretamente dell’emergenza educativa. I docenti italiani vogliono che lo Stato dedichi alla sua scuola i soldi necessari; nemmeno una lira dovrebbe andare verso le scuole non statali, lo dice la Costituzione. I docenti italiani vogliono lavorare con tranquillità e per un tempo congruo: gli “anziani” non dovrebbero aspettare la pensione sin quasi ai settant’anni, i “giovani” non dovrebbero essere stabilizzati (forse) alle soglie dei quarant’anni. I docenti italiani sono solidali con tutti gli altri lavoratori della scuola – il personale amministrativo, tecnico, ausiliario – che il Disegno di legge non tiene nella minima considerazione e non cita nemmeno per sbaglio; sono solidali con i loro studenti e con le famiglie, sono solidali con tutti i lavoratori impegnati in altri settori che, da anni, subiscono politiche sociali ed economiche aggressive, volte a confermare il privilegio e ad erodere i diritti.

Il Disegno di legge “la buona scuola” non è emendabile

Questa volta non deve andare a finire come nel 2008, quando il grande sciopero contro la “riforma” Gelmini portò, il giorno stesso, Cisl, Uil, Ugl e Confsal a firmare il protocollo d’intesa per il rinnovo del contratto del pubblico impiego (risultato: aumenti in busta paga per 70 euro lordi al mese). Bastò poi che Gelmini dilazionasse i “tagli” per affossare la protesta. Questa volta il pericolo è ancor più grande: le molte deleghe al governo contenute nel ddl potrebbero cambiare radicalmente in peggio la scuola italiana, compromettere il principio costituzionale della libertà di insegnamento, rendere la nostra scuola ancor più autoritaria. Il Disegno di legge “la buona scuola” non è emendabile. La scuola di Renzi corrisponde ad un modello sociale che noi, come docenti, dobbiamo respingere. Chi insegna non può insegnare la disuguaglianza, la competitività, la lotta di tutti contro tutti. Per comprendere quanto regressiva sia la politica sociale e scolastica del “moderno” governo Renzi basta questa citazione:

Quel che si può dire, in generale, è che nessun partito laico e democratico dovrebbe mai assumersi la responsabilità di attuare o di condividere o comunque di appoggiare un programma di governo e di legislazione, il quale non considerasse il problema della scuola come uno dei primissimi della vita italiana, ed affrontasse perciò il conseguente sforzo finanziario […] la prova del fuoco, per l’Italia, è nella misura delle somme che nei prossimi anni e decenni saprà spendere per l’ammodernamento e lo sviluppo del suo apparato educativo, tale proporzione di spesa restando sempre il più tipico indice del livello di un paese.

Scriveva queste parole uno dei nostri grandi intellettuali del Novecento, Guido Calogero, nel 1958; le si confronti con le nostre ultime “riforme”, tutte caratterizzate da “tagli” alla spesa per l’istruzione. Renzi si vanta di assumere 100.000 precari: noi sappiamo che li deve assumere, per evitare guai peggiori. Ricordiamogli che i tre miliardi “già disponibili” lo scorso anno per l’edilizia scolastica non si sa dove siano, che i lavoratori della scuola sono al settimo anno di stipendio bloccato, che, se la scuola italiana va avanti è solo per merito della coscienza, della cultura e della buona volontà di molti. Battiamoci sino a che il disegno di legge non verrà ritirato e, contemporaneamente, la parte sull’assunzione dei precari non verrà stralciata e trattata per decreto. Costituiamo nelle nostre scuole comitati pronti alla resistenza; esplicitiamo, attraverso mozioni e documenti, quelli che sono i problemi reali della scuola ed indichiamo come possano essere risolti. Compiliamo i nostri cahiers de doléances e scriviamo a chiare lettere quali siano le nostre richieste.

Se Renzi sogna, noi teniamo gli occhi aperti

Servono sogni e coraggio” ha detto Matteo Renzi nel suo primo discorso al Senato; pare che in quell’occasione abbia pronunciato quattordici volte la parola “sogno”. Il renzismo si dimostra palesemente erede di tutto l’immaginario cialtrone del berlusconismo. Ma il sogno renziano sta svanendo: è ora che la realtà dei fatti prenda il sopravvento e che il racconto menzognero della realtà cui i nostri politici ci hanno abituato da decenni sia sostituito dalla viva voce di chi lavora, di chi studia, di chi conduce la sua vita in un Paese sempre meno solidale, sempre più ostile. Come insegnanti dobbiamo essere parte attiva della coscienza critica del Paese: il governo Renzi ha attaccato il mondo del lavoro con il jobs act, sta preparandosi a mettere la fiducia sulla legge elettorale, come prima di lui fecero Mussolini con la legge Acerbo e De Gasperi con la “legge truffa”.

Il 5 di maggio protestiamo tutti per una scuola migliore e per veder riconosciuti i nostri diritti di lavoratori, ma non dimentichiamoci della questione sociale. Il mondo gretto, reazionario, mendace proposto da Renzi a noi non piace. Se Renzi “sogna” noi dobbiamo esser vigili e tenere gli occhi aperti. Machiavelli avrebbe detto “a ognuno puzza questo barbaro dominio”. Il nostro più geniale analista politico (che per me, l’ho già scritto, è Maurizio Crozza) lo conferma e aggiunge: dream è l’anagramma di merda.

Note
1) Una interessante riflessione sui meccanismi che regolano l’Unione europea relativamente alle sanzioni si può trovare qui.

2) La condanna dello Stato italiano, accusato di abuso di contratti a tempo determinato, non risolve da sola la questione dei precari della scuola. “Trattandosi di un rinvio pregiudiziale, e cioè di quel meccanismo che consente ai giudici degli Stati membri di interpellare la Corte in merito all’interpretazione del diritto dell’Unione, la Corte non risolve la controversia nazionale. Spetta infatti al giudice del Paese Ue risolvere la causa conformemente alla decisione della Corte europea. Ora la palla torna nel campo dei lavoratori precari che dovranno rivolgersi a un tribunale del lavoro italiano per chiedere di essere assunti, avendo però dalla loro parte la sentenza dei giudici del Lussemburgo. Meno chiara la platea degli aventi diritto. I sindacati sostengono che si tratta di 250 mila precari (tutti coloro che hanno prestato servizio per almeno 36 mesi): uno tsunami per la casse dello Stato italiano quantificabile in 2 miliardi di danni. Secondo il ministero invece sono solo 60 mila (escludendo i casi prescritti e chi non ha insegnato per un tempo continuativo sufficiente)”. (Valentina Santarpia, Corriere.it, 26 novembre 2014)

3) Si legga questa dichiarazione fatta da Valentina Aprea nel gennaio 2012, ai tempi di Profumo: “Ho comunicato al ministro che c’è la volontà di tutta la Commissione di riprendere i lavori di quella legge per far sì che nel nostro Paese si giunga a un nuovo sistema di reclutamento: perché possiamo anche arrivare a fare concorsi più moderni e prevalentemente didattici, ma alla fine resterà sempre l’assegnazione burocratica degli insegnanti alle scuole, e questo non potrà mai produrre qualità, cambiamento e autonomia nelle scuole. Abbiamo allora rilanciato la nostra proposta, e ora che il regolamento sulla formazione è stato completato, intendiamo mettere questa proposta sul tavolo per introdurre il nuovo reclutamento in sede referente. Basterebbe questo a cambiare in pochi anni il sistema scolastico più di qualsiasi altra riforma della scuola”. Aprea alludeva al progetto di legge n. 953, da lei presentato, che prevedeva che, in materia di reclutamento, si proceda preliminarmente alla costituzione di albi regionali dei docenti abilitati. Perciò, insomma, l’idea degli albi regionali non è nuova, così come non è nuova la “chiamata diretta” dei insegnanti da parte dei presidi, così come non è nuovo (anzi, puzza di stantio) il dirigismo che pervade tutto il disegno de La buona scuola.

4) Da Corriere.it del 7 febbraio 2015: “Quanto all’ipotesi di un mini rimpasto di governo circolate nelle scorse settimane e in particolare alle indiscrezioni secondo cui Renzi stava pensando di mettere un suo uomo (o una sua donna) al ministero dell’Istruzione, Stefania Giannini ha detto chiaramente che non intende dare le dimissioni da ministro: «Non è stato né un oggetto di discussione prima, né lo sarà dopo» (dopo il passaggio da Scelta civica al Pd, ndr).

5) Qualche giorno fa il ministro Stefania Giannini ha firmato il decreto che definisce i criteri per l’assegnazione di 471,9 milioni di euro il contributo per le scuole paritarie per il 2015.

6) “Il Mondo”, 8 aprile 1958.

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Il commento di Lucio Ficara

Queste riforme sono una vergogna 

Come si sentono gli insegnanti italiani dopo oltre un anno che a Palazzo Chigi è stato fatto entrare, senza voto popolare, Matteo Renzi? Si sentono sempre meno liberi e sempre più demotivati. Al contrario di quanto promesso dal Premier italiano, che nel suo discorso alle Camere per ottenere la fiducia del suo Governo aveva annunciato un grande piano per la scuola e l’edilizia scolastica, allentando il soffocante patto di stabilità per i Comuni e le province, possiamo constatare che oggi la scuola naviga in acque agitate, e la protesta contro i provvedimenti di Renzi, è pressoché unanime.

È parere diffuso, in moltissimi Collegi docenti, che la riforma della scuola pensata dal governo Renzi, peggiori di gran lunga la vita professionale degli insegnanti, che si troveranno sempre meno liberi nell’insegnamento, umiliati dalla cancellazione di diritti contrattuali e dalla mancanza di un adeguato riconoscimento economico. Infatti confrontando il salario annuo degli insegnanti europei, i docenti italiani si trovano desolatamente all’ultimo posto e senza prospettive per il futuro.

L‘onta di essere gli insegnanti peggio pagati d’Europa evidentemente non è sufficiente per chi vuole riformare la scuola italiana, serve infatti agire anche sul piano normativo, cancellando diritti, libertà d’insegnamento e assoggettando il docente alle assolute ed arbitrarie decisioni del dirigente scolastico. Queste riforme se dovessero passare, come ha già brillantemente spiegato il giudice Ferdinando Imposimato, sono una vergogna che umilia e distrugge la vita professionale di migliaia e migliaia di docenti. C’è chi pensa che la riforma della scuola demotiverà totalmente gli insegnanti, mortificandoli sia sul piano economico ma anche e soprattutto sul piano della dignità professionale.

Gli insegnanti verranno assorbiti completamente da un’organizzazione di tipo aziendalistico dove ognuno dovrà eseguire le direttive del dirigente scolastico, vero “Deus ex machina” della scuola. Chi non si adeguerà sarà messo ai margini del sistema e verrà quindi escluso. D’altronde, è il parere che molti insegnanti sussurrano nella sala professori della propria scuola, si sta tentando di legalizzare quello che da qualche tempo alcuni dirigenti scolastici stanno già facendo. La parola d’ordine è colpire tutto quello che è sindacabile, tutto quello che è contrattabile e tutto quello che è democrazia scolastica. Se realmente si dovesse andare in questa direzione, assisteremmo alla fine della scuola pubblica e all’omicidio della libertà d’insegnamento, che, è bene non scordarlo, ha fatto diventare l’Italia una potenza mondiale. [torna su]

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MATERIALI

Il DDL scuola del governo Renzi: la scuola che non vogliamo

Il Ddl e qualche commento. Il Consiglio dei Ministri del 12 marzo ha approvato il ddl sulla scuola. Una settimana dopo arriva la relazione tecnica. I siti scolastici ne forniscono puntuali sintesi, così fanno Orizzonte Scuola, La Tecnica della Scuola, Tutto Scuola.

Il 10 aprile il Ddl è stato incardinato in commissione Cultura alla Camera, dopo aver concluso le audizioni informali. 2100 gli emendamenti proposti. Il 14 aprile la LIP (Legge di iniziativa popolare per una Buona Scuola per la Repubblica) è stata esclusa dal dibattito in Commissione Cultura.

Alla vigilia dello sciopero del 5 maggio, Salvo Intravaia riassume i punti del Ddl scuola e le relative contestazioni.

Il Gruppo NoINVALSI ha elaborato un documento sintetico ma completo per informare e mobilitare i genitori sul contenuto della “buona scuola” di Renzi. Il fomato accattivante è un floglio A4 piegato al centro con 4 facciate ben leggibili, frutto del lavoro di maestre e maestri di Bracciano.

Tante sono le letture apparse in rete sul Ddl, “inemendabile” secondo Marina Boscaino. Senza appello anche il giudizio della Presidente dell’Adi (Associazione Docenti e Dirigenti scolatici Italiani) Alessandra Cenerini:

La prima cosa che colpisce è il dilettantismo e l’approssimazione di un testo legislativo che vorrebbe cambiare la scuola.

Segnaliamo fra le varie letture quelle di Marina Boscaino, Christian Raimo, Vito Meloni, Donatella Coccoli, Rosalinda Renda, Roberto Ciccarelli, Alerino Valerio Palma, Giovanni Bruno, Vincenzo Pascuzzi, di Mauro BoarelliEnrico Rebuffat, Damiano Frasca, Giuseppe Maria GrecoGiuseppe Bagni, Dario Missaglia, Gaetano Colantuono, Girolamo De Michele.

In particolare, Enrico Rebuffat sottolinea la pericolosità delle numerose deleghe al Governo su questioni di primaria importanza per la vita della scuola previste dal Ddl, Dario Missaglia fa un’ampia ricognizione dei poteri che il Ddl assegna al Dirigente Scolastico, Giuseppe Bagni evidenzia come il Ddl non risolva ma aggravi i problemi della scuola italiana, Girolamo De Michele mostra come anche nella scuola sia in atto una “decostituzionalizzazione” e indica parecchi conti che non tornano nella scuola di Renzi.

Una sintesi in 5 punti. Presentiamo i punti essenziali del ddl nella sintesi di Donatella Coccoli:

  1. Puntando sull’autonomia scolastica e sulla forte presenza dei territori, chiaramente si favoriranno quegli istituti che avranno la fortuna di trovarsi in zone con maggiori risorse. E magari scuole di frontiera, con bravi docenti e studenti con possibilità, saranno come al solito penalizzati. Con la proposta di devolvere il 5xmille alle scuole, è ovvio poi che le famiglie ricche lo faranno per gli istituti dei propri figli che difficilmente saranno istituti tecnici o professionali di periferia. Così come con altre iniziative “esterne”, come il crowdfunding o l’intervento di sponsor privati saranno più frequenti in zone del Paese caratterizzate da una maggiore vivacità economica e sociale.
  2. Con la figura del preside “leader educativo del territorio” – così l’ha definito il premier-sindaco – si dà un potere immenso al dirigente scolastico, da perfetto capo di un’azienda o meglio ancora, da sindaco. Questa figura dovrebbe non solo pensare alla regolare amministrazione del suo istituto-azienda, ma anche ai contenuti, al sapere, al profilo umano dei suoi dipendenti. Basteranno i curricula a suggerire scelte oculate? O si verificherà anche in questo caso, diversità di trattamento, scelte di favore, clientelismi? Chi controlla il controllore?
  3. ll trattamento di favore per le scuole paritarie private. Le famiglie che iscrivono i propri figli a questi istituti avranno una detrazione fiscale che ogni anno potrebbe arrivare anche a 450 milioni di euro. Sommati ai 700 euro che ricevono da Stato e enti locali, si arriva a oltre un miliardo l’anno. E perché allora non favorire il diritto allo studio per chi si iscrive alle scuole pubbliche e paga un contributo volontario che a volte arriva anche ai 150 euro? Sappiamo che ci sono poi regioni come il Veneto che pur mantenendo i fondi per le paritarie (circa 40 milioni) tagliano le borse di studio per gli universitari. Vi sembra una scuola dell’uguaglianza?
  4. La competizione che verrà alimentata tra i docenti con i premi per il merito. Per un mucchietto di soldi in più chissà cosa accadrà, tenendo conto che abbiamo a che fare con una categoria vessata per anni, umiliata e offesa, sia da un punto di vista contrattuale che umano.
  5. I contenuti dell’insegnamento saranno diversi da scuola a scuola. Visto che il premier ha calcato la mano sull’”autonomia vera”, sull’offerta formativa costituita da discipline ad hoc per ogni istituto, è chiaro che ci sarà anche in questo caso una disparità tra il Nord e il Sud, tra le periferie e i centri delle grandi città.

Per il resto, l’assunzione annunciata di 150.000 precari si ridimensiona di molto, i 500 euro annuali della “carta del prof“, un bonus una tantum per spese culturali  sono uno specchietto per le allodole per mascherare il continuo impoverimento della scuola italiana e dei suoi lavoratori, la stessa funzione ha l’annuncio di più spazio per musica, arte e inglese, dal momento che le ore d’insegnamento tagliate dalla “riforma Gelmini” non sono ripristinate. [torna su]

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La questione più pericolosa: Renzi vuole una delega in bianco. Come scrive Enrico Rebuffat:

Quali sono i fini della riforma della scuola? sono condivisi da chi vi lavora e da chi vi studia, e più in generale dalla cittadinanza? rispondono a esigenze reali manifestate dalla scuola pubblica del nostro tempo?E quali sono i mezzi che si intendono utilizzare? sono conseguenti col perseguimento di quei fini? sarà possibile metterli in pratica? Questi mi sembrano gli interrogativi fondamentali, nel momento in cui il Governo consegna al Parlamento, nella forma di un disegno di legge, la riforma che Matteo Renzi giudica la più importante fra tutte quelle del suo esecutivo: la Buona Scuola.

1. Il disegno di legge

Agli interrogativi sui fini e sui mezzi della riforma, in verità, sarebbe più facile dare risposta se il disegno di legge che è stato presentato fosse semplicemente un disegno di legge: un testo cioè nel quale il Parlamento e l’opinione pubblica trovino, fissati in articoli e commi, tutti i cambiamenti che il Governo intende apportare alla scuola pubblica, così da poterli valutare, criticare, emendare. Ma non è questo il caso: perché l’articolo di gran lunga più esteso del testo e senz’altro il più importante è il n. 21, che si intitola Delega al Governo in materia di Sistema Nazionale di Istruzione e Formazione. È qui, non nell’articolato precedente, che trova posto la maggioranza dei temi toccati nel rapporto La buona scuola: facciamo crescere il paese pubblicato all’inizio dello scorso settembre, nel quale veniva illustrato il complessivo progetto di riforma della scuola. Dunque l’articolo 21 stabilisce che:

«il Governo è delegato ad adottare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi»

in merito a tutta una serie di argomenti che vengono distintamente elencati in ben 13 punti (comma 2, punti a-o). Non si tratta solo di aspetti tutto sommato marginali come le «istituzioni ed iniziative scolastiche italiane all’estero» (punto n) o gli «ausili digitali per la didattica e i relativi ambienti» (punto m), ma anche di temi sensibili come il «diritto all’istruzione e alla formazione degli alunni e degli studenti con disabilità e bisogni educativi speciali» (punto e), o addirittura di prima importanza come la «governance della scuola e degli organi collegiali» (punto f) e il «sistema per l’abilitazione all’insegnamento nella scuola secondaria per l’accesso alla professione di docente», cioè nientemeno che l’identità dei futuri insegnanti della scuola pubblica (punto c). Lo stesso articolo 21, inoltre, non contiene soltanto l’elenco delle materie su cui il Governo chiede la delega al Parlamento, ma anche una ancor più nutrita serie di «principi e criteri direttivi» cui la legislazione delegata dovrà attenersi, e che infatti la Costituzione (art. 76) richiede per questo strumento legislativo.

L’articolo 21 è, insomma, una vera e propria legge-delega per la riforma della scuola, incapsulata nel disegno di legge: legge-delega che però il Governo non riceve dal Parlamento, ma cerca di scriversi da solo, e che metterà l’esecutivo in condizione di predisporre autonomamente, su tutte quelle materie, i relativi decreti legislativi. (continua qui[torna su]

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Il Ddl scuola non risolve ma aggrava i problemi. Lo mette in evidenza Giuseppe Bagni:

Che cosa sappiamo
Conosciamo i problemi della scuola? Sì: dagli anni Settanta abbiamo rilevazioni internazionali che ci danno certezza del fatto che il rendimento scolastico degli studenti è legato al contesto territoriale. Che il destino nella scuola “superiore” è legato non solo al merito dei singoli ma anche all’indirizzo scelto, e che questa scelta è ancora fortemente connotata socialmente.

Sappiamo che le differenze di “bravura” tra gli studenti sono basse all’interno della stessa scuola e molto alte fra le varie scuole, come dire che il “merito” nella scuola italiana non dipende dal singolo ma dalla sede scolastica dove lui finisce, il cui livello socio-economico (il suo habitat) ha più peso sugli esiti che non quello della famiglia.

Scelte che aggravano i problemi
Da qui, da questa realtà si doveva partire: è stato fatto? Purtroppo no. Ci sono anzi scelte che peggioreranno la situazione. Il 5 per mille che verrà destinato alle scuole sarà molto diverso in valore assoluto in Lombardia, per esempio, rispetto a quello della Calabria o della Sicilia, e visto che andrà a singole scuole, aumenterà le differenze anche tra le scuole della stessa regione. Lo stesso effetto sulle diseguaglianze sarà prodotto dallo school bonus.

Anche se il governo interverrà in senso perequativo resterà il messaggio per l’opinione pubblica di scuole-zavorra, che sono un costo per lo Stato, accanto ad altre di qualità, che si autofinanziano, senza spazio per una minima riflessione sui diversi contesti in cui agiscono e sulle funzioni che svolgono.

Se si vuole intervenire sulla dispersione in maniera efficace bisogna destinare i docenti e i dirigenti migliori nelle scuole più difficili, ma l’albo regionale con chiamata diretta del preside va in direzione diversa: perché un docente richiesto da scuole comode, frequentate da ragazze e ragazzi ben educati dovrebbe scegliere quelle difficili e disagiate, dove ci si misura tutti i giorni con la fatica dell’insegnare a ragazze e ragazzi che non vogliono imparare in quella scuola che invece per noi ha funzionato?

La qualità della scuola dipende soprattutto dalla qualità degli insegnanti “normali, con un curricolo normale e nessun segno particolare per essere scelti. Quello che invece è straordinario è il compito a cui sono chiamati, e allora, dall’enfasi sui “migliori” dovremmo passare a quella sul “miglioramento” che coinvolge tutta la scuola come comunità professionale. (continua qui[torna su]

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Qualche conto che non torna nella scuola di Renzi. Qualche esempio ce lo fornisce Girolamo De Michele:

Le consultazioni sono state un’azione di marketing per vendere un prodotto su cui i consultati potevano esprimere pareri solo su aspetti marginale – sull’arredamento e la tinteggiatura delle pareti, non certo sulla struttura dell’edificio: però, vuoi mettere la novità della scuola del tablet?

Il marketing necessita di slogan. E dunque, accanto alla democrazia in atto, ecco Renzi sbandierare alcune parole d’ordine: una riforma dopo vent’anni di inerzia, la stabilizzazione dei precari, per la prima volta niente tagli, il Piano Scuole Sicure e i 5 mld € per l’edilizia.

Senonché:

  1. i precari da stabilizzare sono passati dai 148.000 promessi (quando c’era la consultazione on line da promuovere) ai 100.000 attuali. E non si tratta di concessione, ma di una toppa davanti alla sentenza della Corte Europea che impone l’assunzione dei precari con almeno 3 anni di anzianità, e che quell’assunzione hanno diritto di reclamarla con un ricorso al TAR.
  2. i mancati tagli e i nuovi investimenti sono finanziati con nuovi tagli: oltre al miliardo previsto per le assunzioni dei precari ricavato da tagli per 1.26 mld € in altri settori dell’istruzione, nascosti fra le pieghe della Legge di Stabilità ci sono:
    il Fondo dell’autonomia tagliato di 90 mln € nel triennio 2015-2017;
    il Fondo di Funzionamento delle Istituzioni Scolastiche tagliato del 25%;
    8 mln € tagliati in tre anni cancellando 90 coordinatori provinciali dei progetti sportivi;
    118 mln € in tre anni tagliati cancellando circa 2000 fra tecnici e personale ATA;
    240 mln € risparmiati sugli esoneri per i vicepresidi;
    95 mln € risparmiati in tre anni eliminando i distacchi dei docenti presso gli uffici scolastici regionali e provinciali;
    il blocco dei contratti, e conseguente blocco dei salari, fermi al 2006, dei lavoratori della scuola protratto per tutto il 2015: la cifra sottratta ai lavoratori della scuola in questi anni equivale a quella stanziata per l’edilizia scolastica (così, non essendo tale cifra tarata sulle necessità reali, si capisce come è stata calcolata).
  3. C’è voluto l’ennesimo crollo dell’ennesimo soffitto su studenti e insegnanti per costringere il sottosegretario Faraone a riconoscere, il 14 aprile scorso (qui), che i 3.9 mld per la sicurezza 5 «sono, sì, una boccata di ossigeno, ma non sono sufficienti», ne servirebbero almeno 12 – NB: a “Porta a Porta” Renzi aveva detto che «ci vogliono 3 miliardi per mettere a posto tutto» (qui, al minuto 1:18:50).

Per non parlare (infatti non se ne parla) della drammatica carenza di personale A.T.A., anch’esso oggetto di tagli ai tempi di Gelmini, e per il quale non è prevista alcuna nuova assunzione. Dice: ma si parlava di sicurezza, non di bidelli. Infatti: con una media di bidelli di circa 2 per plesso scolastico, quale sorveglianza è assicurata nel caso di ingresso nella scuola di uno psicolabile, o peggio? (continua qui[torna su]

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

Grande mobilitazione in difesa della scuola

5 maggio: sciopero unitario della scuola. Il 5 maggio ci sarà quello che si annuncia, come scrive Marco Barone, come “la più grande mobilitazione di questo secolo per la difesa della scuola“. E’ il primo sciopero unitario dopo 7 anni di Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda, che arriva dopo un Appello alla segreteria nazionale della Flc-Cgil per uno sciopero contro il ddl sulla scuola da parte di alcune RSU e vari appelli per uno sciopero unitario Alle segreterie provinciali, regionali e nazionali delle organizzazioni sindacali rappresentative del comparto scuola.

Verso il 5 maggio: sabato 18 aprile. Lo sciopero è stato annunciato nel corso della manifestazione nazionale che i sindacati della scuola Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda hanno svolto il 18 aprile in piazza SS. Apostoli a Roma, per dire no al progetto di scuola delineato nel disegno di legge governativo. I Cobas avevano già da tempo indetto uno sciopero per lo stesso giorno per contrastare la prima giornata di prove Invalsi alle scuole primarie.

Giovedì 23 aprileFlash mob spontaneo nelle piazze d’Italia. Come spiega Fabio Cuzzola, l’iniziativa è partita da un appello via rete lanciato dal gruppo Waterloo scuola: troviamoci per cinque minuti alle 20.30 tutti vestiti di nero e con un lumino in mano, contro il Ddl scuola di Renzi. La “rivoluzione silenziosa dei lumini” l’ha chiamata pittorescamente Alex Corlazzoli.

Venerdì 24 aprile. Successo dello sciopero nazionale della scuola indetto dai sindacati Usb, Anief, Unicobas, Athena, Usi, Autoconvocati, Cub, Or.Sa, Slai Cobas, che vede una grande partecipazione sia all’astensione dal lavoro sia alla manifestazione a Roma. Si conclude con un sit in davanti al Parlamento.

Ed è solo l’inizio. Così assicurano i sindacati, dichiarandosi disposti a scioperare anche nel periodo degli scrutini, come dice Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti.

Lunedì 27 aprile: saltano le regole. L‘Invalsi ha spostato le prove delle scuole elementari dai giorni 5 e 6 maggio ai giorni 6 e 7 maggio. I Cobas, che avevano indetto lo sciopero proprio contro lo svolgimento delle prove nei giorni 5 e 6 maggio, denunciano: “In questo modo si cancella il diritto di sciopero con un semplice atto amministrativo“. Contrari allo spostamento anche Unicobas, Gilda, USB e Unione degli Studenti, che definisce la decisione dell’Invalsi “un atto gravissimo e senza precedenti“. “Il Governo – dichiara il coordinatore nazionale dell’UdS Danilo Lampis – continua a millantare un processo democratico inesistente“. Per la Cisl il rinvio delle prove è “discutibile”. Per Cgil e Uil dimostra che il Governo teme lo sciopero. La Flc Cgil ha inviato formale diffida al MIUR perché assuma immediate decisioni. Il portavoce nazionale Piero Bernocchi ricorda comunque che, ai fini del contrasto alle prove Invalsi alle scuole elementari, i Cobas hanno indetto lo sciopero anche per la giornata del 6 maggio limitatamente alla scuola elementare.

Come scrive Marina Boscaino

La paura di una mobilitazione straordinaria ha portato ad un inedito ed inaudito abuso di potere, non lontano dal configurarsi come antisindacale.

Non accettarlo sta a noi; pretendendo da noi stessi una partecipazione inesausta in difesa della democrazia; e, dai sindacati che ci rappresentano, un atteggiamento intransigente rispetto ad un testo inemendabile. A noi “squadristi”, offesi da un ministro della Repubblica che non tollera il contraddittorio.

Decreto sì decreto no. Sempre per effetto della proclamazione dello sciopero, martedì 27 viene diffusa la notizia che Renzi abbia di nuovo cambiato idea, adesso si sarebbe reso conto che, come chiedevano da tempo sindacati e associazioni scolastiche, l’unica via per poter effettuare nuove assunzioni dal 1° settembre è stralciare le assunzioni dal resto della “riforma“. Questo subito dopo le dichiarazioni del sottosegretario Davide Faraone che annunciava il ricorso al voto di fiducia in caso di rischio di ritardi. Ma prima che la deputata PD Simona Malpezzi smentisca le voci sul decreto. Insomma, abbiamo una compagine governativa sempre ben coordinata. E intanto il ricatto continua.

Tutti contro il Disegno di legge sulla scuola 

Un Ddl incostituzionale… Il Ddl lede le norme costituzionali, ad esempio “con l’assunzione diretta dei docenti“, come dice Rino Di Meglio, e anche, come dice il segretario della Uil Scuola Massimo Di Menna, perché con questo Ddl “Vengono meno il pluralismo culturale e la libertà di insegnamento“. Tanto che il segretario generale della Flc Cgil, Mimmo Pantaleo, chiede

al presidente della Repubblica di intervenire perché stanno mettendo sotto i piedi la Costituzione italiana.

La petizione #LaVeraScuola per segnalare al Presidente della Repubblica Mattarella elementi di incostituzionalità del Ddl sulla scuola ha raccolto in pochi giorni circa 70.000 firme.

… scritto da chi non ha conoscenza e competenza. Come dice Francesco Scrima, segretario generale della Cisl Scuola:

Quando si mette mano a questioni senza averne conoscenza e competenza, si finisce come l’apprendista stregone e si rischia di fare danni incalcolabili. Questo sta facendo Renzi sulla scuola… Non si cambia il sistema scolastico senza chi ci lavora, o peggio contro chi ci lavora.

Un appello per lo sciopero del 5 maggio è stato anche lanciato dall’Unione degli Studenti, Link Coordinamento Universitario e Rete della Conoscenza.

Il motivo è presto detto: rischiano tutti. Perché la scuola è contro il Ddl governativo? Come scrive Marina Boscaino:

Rischiano i docenti nuovi assunti: demansionati o no, a seconda dei capricci del ds reclutatore; vincolati a contratti triennali, dopo i quali torneranno nella centrifuga – il frullatore, come lo chiama il mio amico Carlo Salmaso – degli albi regionali: nuovo giro, nuova corsa.

Rischiano i docenti di ruolo, anche i più anziani. A regime, anche loro potranno essere trattenuti in cattedra o destinati – dal ds capriccioso-creativo-autoritario – ad una delle 13 mansioni dell’organico dell’autonomia. Anche loro nel frullatore, se perderanno posto o chiederanno trasferimento.

Non esisterà più stabilità di sede. I docenti italiani saranno gli unici – tra lavoratori pubblici e privati – a non avere più la titolarità del posto di lavoro. Alcuni, i neoassunti, senza articolo 18.

Rischiano, come al solito più di tutti, gli studenti, che dovrebbero incarnare la centralità della scuola: i cosiddetti soggetti in apprendimento, cui viene negato il diritto alla continuità didattica.

Rischia la società tutta, perché non avrà più la scuola della Repubblica. Ma piccole monadi, apparentemente autonome – in realtà subalterne al potere del governo.

Rischia la democrazia italiana, perché già in Commissione parlamentare, dove il testo del ddl del governo è da poco approdato, sono state violate procedure.

Senti chi parla: Giannini, Faraone, Renzi

La ministra Stefania Giannini invece insiste a dichiarare “rivoluzionaria” la “riforma” del Governo

Manifesto rispetto per chi sciopera. Stiamo cercando di costruire consenso su #labuonascuola, riforma culturale rivoluzionaria

Idem il sottosegretario all’istruzione Davide Faraone:

Stiamo facendo una riforma della scuola straordinaria e rivoluzionaria. È normale che ci siano delle diffidenze e dei conservatorismi.

che anzi dà del “conservatore” a chi protesta.

Renzi non capisce. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi invece ha affermato:

Farebbe ridere, se non fosse un giorno triste, scioperare contro un governo che sta assumendo centomila insegnanti. Il più grande investimento fatto da un governo nella scuola italiana.

Anzi, come la ministra Giannini, Matteo Renzi dichiara:

Si fa sciopero per un motivo per me incomprensibile.

Che cosa non capisce Renzi? Come scrive Giuseppe Candido

Non comprende che abbiamo già gli stipendi più bassi d’Europa né che abbiamo un contratto scaduto da sette anni. E nemmeno che abbiamo letto il ddl e lo riteniamo profondamente sbagliato.

Renzi non comprende perché si scioperi contro una riforma che chiarissimamente rovinerà la scuola pubblica statale intesa come pubblico servizio; una riforma che – di fatto – cancellerà diritti contrattuali e libertà d’insegnamento dei docenti.

E perché Renzi non capisce? Ce lo dice ancora Giuseppe Candido

Ci viene il dubbio che, con gli impegni che ha, neanche legga i giornali, né abbia potuto ascoltare le audizioni dei sindacati presso le Commissioni riunite di Camera e Senato che pure ci sono state. Veloci e frettolose, perché bisogna fare in fretta, ma ci sono state. E sono state un coro di critiche. Si dice che non c’è peggior sordo di colui che non vuol sentire.

Lo dice chiaramente anche Anna Maria Bellesia: Renzi non capisce perché non vuole ascoltare:

Ha voluto la consultazione pubblica “più grande d’Europa” per farsene un baffo. Quello che doveva essere il metodo dell’ascolto e della riforma dal basso è fallito, non tanto per la bassa partecipazione, quanto per il totale menefreghismo in cui sono stati tenuti i risultati. Chi nella scuola ci lavora ogni giorno ha avuto subito la percezione di una colossale presa in giro, nel metodo e nel merito. 

Ma l’ascolto dov’è? Renzi annuncia che scriverà una lettera ai docenti prima del 5 maggio per spiegare loro la riforma e convincerli a non scioperare, chissà se accoglierà l’invito di Anna Angelucci a non farlo perché: 1) sarebbe una perdita di tempo; 2) gli insegnanti hanno già letto e capito benissimo.

Renzi assicura che il Governo andrà comunque avanti, anche se nel frattempo si annunciano cambiamenti: degli oltre 2100 emendamenti avanzati, pare che il Governo sia disposto ad accogliere alcuni di quelli proposti dal partito del premier, della ministra e del sottosegretario (PD). D’altra parte, a dispetto delle dichiarazioni, il Governo continua a cambiare, anche se ogni volta in senso peggiorativo. Tanto che ci si chiede: cosa c’entra il Ddl con il documento La Buona Scuola di settembre?

Chi protesta è squadrista? Contestata a Bologna, in un dibattito alla Festa dell’Unità svoltosi il 23 aprile, la ministra Giannini definisce squadristi i docenti che l’hanno contestata. Persino un esponente del suo stesso partito sente il bisogno di intervenire:

Ministra Giannini, sono inaccettabili le sue parole su insegnanti: “maggioranza abulica, minoranza aggressiva“. Chieda scusa alla scuola.

Il PD è spaccato sulle gravi offese fatte dalla Giannini agli insegnanti. C’è chi ipotizza una mozione di sfiducia e chi pensa che sia prossima una sostituzione della ministra, che

forse non ha la politica nel sangue, non sa che la maggioranza ha il dovere di difendere le proprie scelte e che la minoranza ha tutto il diritto di contestarle.

Intanto il premier Renzi invoca l’ascolto. Ma l’ascolto dov’è? Come osserva Reginaldo Palermo

C’è da chiedersi a cosa sia servita la consultazione on line durata parecchie settimane.
Ma anche le audizioni che si sono svolte a partire dai primi giorni di aprile presso le Commissioni riunite di Camera e Senato non sembrano essere servite a molto.

L’alternativa. Cosa vuole la scuola

L’alternativa immediata: contratto, stabilizzazione, cooperazione. Così Domenico Pantaleo

Noi chiediamo l’immediata stabilizzazione dei precari, il rinnovo del contratto e che si realizzi, finalmente, una scuola autonoma, libera da molestie burocratiche e basata sulla partecipazione e la cooperazione tra i soggetti che operano nella scuola e nel territorio.

Un’altra scuola: la LIP. Gli studenti hanno anche formulato una loro proposta alternativa, Altra Scuola, che prende le mosse dalla LIP (Legge di iniziativa popolare per una Buona Scuola per la Repubblica). Con procedura illegittima, la LIP è stata esclusa dal dibattito in Commissione Cultura: il 14 aprile è stata respinta infatti la richiesta di portare in aula un testo che facesse riferimento anche agli altri progetti di legge abbinati (12 in tutto); questo significa, in pratica, che il testo base su cui la Commissione lavora è esclusivamente il Ddl presentato dal Governo: la LIP non verrà presa in considerazione, anche se i parlamentari che l’hanno sottoscritta potranno presentare emendamenti che contengono disposizioni o criteri desunti dalla LIP. Ciononostante la LIP continua a ricevere consensi dal mondo della scuola. [torna su]

* * *

RISORSE IN RETE

Il Disegno di Legge sulla scuola del Governo Renzi.

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica

OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

Spazi in rete sulla scuola qui.

[torna su]

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

Un pensiero su “Vivalascuola. “Dream” è l’anagramma di “merda”

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