Le prove di esilio di Michele Caccamo e Franz Krauspenhaar

proveLe prove di esilio sono un passo doppio (un paso doble, direbbe Francesco Forlani), un duetto poetico sulle prigionie e sulla libertà inderogabile. E’ la ballata carceraria di Michele Caccamo e di Franz Krauspenhaar, in un carcere vero, oppure in uno mentale e ambientale, non meno costrittivo. Nero e bianco, note e alterazioni, lungo questa tastiera balliamo tutti la nostra quotidiana danza disperata per non soccombere.

Di Michele Caccamo non ci interessa qui la vicenda giudiziaria. Certo ci appare inaudito che nell’esperienza atroce del carcere possa essere caduto un poeta e un drammaturgo sensibilissimo. Anche per noi la poesia non contempla la prigione. Un poeta in carcera è piuttosto una figura epica di altri contesti storici e geografici. Per questo resto attonito e maneggio questo libro, Le prove di esilio, con rispetto e senza pregiudizio. Di Krauspenhaar seguo ormai da anni il corpo a corpo con la sua dolorosa eppure irresistibile esistenza.
In carcere per sopravvivere si scrivono Quaderni. “Nessuna cosa si riconosce per quella che esattamente è (…). Mi sento una sacca di carne; un lamento più che una voce. (…) Qui dentro il pensiero rigoroso , che unicamente si delinea, è quello della concezione della propria cainità: ogni uomo deve essere portato alla sua originaria brutalità”. Ripercorriamo con la lettura questo processo di alienazione, una retrocessione umana. “Stiamo come gli scimpanzé quasi tutto il giorno appesi per le mani, alle sbarre”.
Nel carcere di Reading presso la città/ V’è una fossa d’infamia,/ E là giace uno sventurato/ Roso da denti di fiamma:/ Il bruciante sudario è avviluppato./ (…) Ed ogni uomo uccide ciò che ama;/ Lo intendano tutti;/ Lo fanno alcuni con bieco sguardo/ Ed altri con parole carezzevoli,/ Il vile con un bacio,/ Il prode con la spada! Questo è il migliore Oscar Wilde. La poesia non contempla una prigione. Ma un poeta in prigione scatena un fuoco sacro che infonde tutto, provoca un’espiazione collettiva. “Io sono un Poeta violato/ dal rumore dei passi/ dei detenuti soprattutto/ dal loro contatore tarato/ su anni mesi giorni minuti fine”.
Nella condizione di cattività e costrizione la poesia svela la sua più autentica natura di deposito di umanità, esprime la forma geometrica dell’esistenza, intangibile eppure perfettamente decifrabile. E commovente alla pari di una sinfonia. Mi sono steso lungo/ come una riva d’imbarco/ per paradosso nel cemento/ tentato insomma/ dalla paralisi dell’esilio/ da ogni atto sospeso/ o dalla nausea di Dio/ che ricolma questa cella/ come una morfina.
Dalla prosa-poesia di Caccamo si passa alla poesia-prosa di Krauspenhaar. La seconda parte è il risvolto umano della prima. I due testi si leggono allo specchio, sono uno il riflesso dell’altro. Dal carcere di cemento si passa alla prigione di carne. Dall’esilio esterno si passa al confino interiore. “Non ho chiesto l’esilio, signore, è stato/ l’esilio a entrare in me, un budello di carne”. Se Caccamo stupisce per la serenità con cui sta affrontando questo esilio esogeno e coatto (“Ricordate che nella vita non esiste altro che l’Amore e la Sapienza”, scrive ai figli), di Effe Kappa ho sempre ammirato la potenza ironica con la quale affronta la vita, una vita dolorosa, talmente biograficamente dolente da essere paradigma della sofferenza umana. “Agosto è vacante, una pioggia di calce/ dentro le mura della pelle, non c’è/ il tormentone, ma solo/ il tormento. Siamo fratelli nella fine”. Eppure di fronte al suo lucido disincanto, talvolta anche amorevolmente bilioso, la tragedia, quella vera, sembra un pugile suonato, assume il profilo innocuo di una caricatura. L’autore resta invece in piedi e fumante, piantato come una bandiera vittoriosa. “Io no, sono prigioniero/ mai vinto, girerò per la cella della vita/ fino a una morte qualsiasi, quotidiana”.
In questo memoriale della dignità, Michele Caccamo enuncia la sua prigionia come una parabola nella quale “nessuna parola è stata mai mortale/ quanto una finestra aperta”. Per Effe Kappa specularmente la prigionia è “il tema natale della vita” nella quale “come in carcere, non sento venire/ nessuno, neanche un secondino./ Il pasto lo preparo da solo”.
La poesia è la salvezza loro e nostra. Non credo nella poesia pedagogica, ma neppure nella poesia per la poesia. La poesia è un medium. La poesia salva. La poesia emancipa. La poesia rende liberi. E non c’è retorica che possa sminuire questa potenza eruttiva. E dunque quelli come noi in prigione, nelle prigioni morali o nel carcere di fango e mattoni si porterebbero, più efficace di una lima, un libro. E questo, a cosa serve? “Poi ci monterò sopra e volerò, via da qui”, risponde Caccamo. “Sono stato libero, poi non lo sarò più./ Poi lo sono stato, e ora non so più esserlo”, ma imparerò ad esserlo di nuovo, gli fa eco Effe Kappa. Dedicato agli uomini liberi. Fratelli nella fine.

Pasquale Vitagliano

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