L’enigma Manzoni

Manzoni

di Augusto Benemeglio

Nel 230° anniversario dalla sua nascita, vogliamo ricordare Alessandro Manzoni, che per chi lo conobbe a fondo, scrive Pietro Citati, fu un enigma. Un enigma che a tutt’oggi non si è risolto, “non tanto perché riesca a nascondere dietro un riserbo senza eguali i pensieri che più gli stanno a cuore, ma per la singolare forma della sua mente, che combina le qualità più discordanti tra loro”.

1. Il Senatore Manzoni

Siamo agli inizi del 1860, sta per nascere il Regno d’Italia ed Emilio Broglio si reca a casa Manzoni trafelato per dare la notizia, in anteprima al Signor Conte: “Hanno deciso di nominarla Senatore del primo Regno d’Italia”. Ma don Lisander lo ghiaccia:
“Sono lusingato, ma accettare è un’assoluta impossibilità”.
“Ma perché mai, Signor Conte?”
“Lascio stare che a settantacinque anni viaggiare, mutare domicilio e abitudini, separarmi da una moglie inferma e da una famiglia che non potrebbe seguirmi, non è cosa di poco momento. Ma v’ha di peggio, caro Broglio. Di parlare in Senato, non è nemmeno il caso di pensarci, giacché sono balbuziente, e tanto più quando son messo al punto; sicchè farei certamente ridere la gente alle mie spalle anche soltanto a dover rispondere, lì per lì, alla formula del giuramento”.
“Ma Signor Conte, la proposta è di Cavour in persona e poi ella non ha alcun bisogno di…”
“Parlare, dice? Ma guardiamo in faccia la realtà, Broglio! Mi ci vede davanti ad una così alta e solenne assemblea che dico: giu… giu…giuro! Farei ridere tutti. E andare in Senato, anche per tacere, è già una grossa difficoltà per un uomo che, da quarant’anni, in causa di attacchi nervosi, non osa uscir solo di casa sua”.
Per convincerlo ad accettare la nomina dovrà venire, il 15 febbraio, Cavour in persona, quello stesso Cavour che gli aveva scritto una lettera, l’anno prima, dichiarando che l’essere amico di Alessandro Manzoni sarebbe stata “la più cara e la più splendida ricompensa per quel poco che ho potuto operare a pro della nostra Patria”. Manzoni Senatore del Regno d’Italia farà due soli viaggi a Torino: nel giugno dello stesso anno, per il giuramento. E l’anno successivo, il 26 settembre 1861, per la proclamazione del Regno d’Italia e il conferimento a Vittorio Emanuele II del titolo di Re d’Italia. In precedenza, lo stesso monarca gli aveva fatto assegnare la pensione di 12.000 lire annue a titolo di ricompensa nazionale. E nel frattempo erano venuti a trovarlo, come un monumento vivente, tutti gli eroi del risorgimento, Garibaldi in testa, che gli portò un mazzo di violette, e anche Verdi, che di fronte a lui si intimidì ed emozionò a tal punto da balbettare come uno scolaretto.

2. Viva Manzoni!

Dodici anni prima, la sera del 23 marzo 1848, trecento studenti universitari, – gli insorti, i combattenti, i difensori delle porte cittadine, gli stessi delle cinque giornate di Milano, – erano andati sotto le finestre di casa Manzoni, in Piazza Belgioioso, per gridare “ Viva Manzoni, Viva Manzoni”; e il poeta, forzando la sua natura, si era affacciato dal terrazzino della cameretta del figlio Filippo, che era prigioniero degli austriaci, e aveva promesso ai giovani che avrebbe scritto un inno per la liberazione dell’Italia, cosa che poi non fece. Manzoni è un uomo anziano , malato, timido, schivo, e soprattutto non ama nessuna forma di popolarità. Anzi la folla lo atterrisce. E’ pieno di nevrosi, un poco balbetta, soprattutto quando è a disagio. E sono più di quarant’anni che non esce di casa, se non accompagnato. E’, dal punto di vista pratico, un uomo totalmente inetto, non sa fare nulla da solo, neppure allacciarsi le scarpe. Si spaventa dei temporali, le persone sconosciute lo intimidiscono, non è assolutamente in grado di badare a se stesso: “Alessandro è come un bambino smarrito e ignaro”, affermò la stessa madre, donna Giulia Beccaria, che l’adorava. E tuttavia, tutti inneggiano a lui, si prostrano davanti a lui, lo vogliono senatore a tutti i costi, anche contro la sua volontà; quell’inetto di Manzoni per tutti è una specie di icona vivente. Perché mai? Cosa può aver fatto per la causa italiana un uomo del genere?
“Io non lo so proprio “, afferma lui stesso, “e l’ho detto anche ai giovani universitari, quando mi hanno costretto ad affacciarmi dal terrazzino: io non ho fatto nulla, proprio nulla per la rivoluzione e per l’Italia. Però…”
“Però?”
“Una sola cosa posso dire: ho sempre creduto all’eguaglianza fra gli uomini. Nelle mie opere ho sempre voluto sottolineare il sentimento fortissimo della personalità umana, della dignità spirituale del singolo. Non ho mai giustificato, per mezzo di facili sofismi storicistici, la Ragion di Stato e l’assolutismo, le iniquità sociali e le prepotenze dei governi e dei ceti privilegiati. E ho fermamente rifiutato la miserabile politica dei potenti, l’iniqua ragione della spada, la feroce forza che possiede il mondo e fa nomarsi diritto”.

3. Gramsci: i poveri? Li prende per il culo.

In effetti, c’è chi osserva che tutta la sua opera è percorsa da questo lievito morale e profondamente umano, da questa sollecitudine costante per gli oppressi, per gli umili, per le collettività sfruttate, per i loro sacrifici ignorati e disprezzati dagli storici di professione, dall’odio altrettanto radicato per quegli “eroici” furfanti che sono i protagonisti della grande politica e della diplomazia; dalla polemica contro i furbi e i facitori di raggiri e violenze, e contro i facili predicatori di rassegnazione. Ma c’è anche chi dice peste e corna di Don Lisander. Gramsci, ad esempio, dice che i poveri in realtà li ha sempre trattati con ironia troppo sorniona, da “signore”, da aristocratico. Insomma i poveri, Manzoni, li avrebbe sempre presi per il culo”.
Ma don Lisander replica: “Non nego di aver fatto uso dell’ironia, ma non certamente per sfottere i poveri. Del resto io non mi sono mai sentito un letterato o uno storico, ma un artigiano della parola, un puro dilettante, che ha fatto le cose non per lucro, ma per amore, se mai rimettendoci di tasca”.
In effetti, con l’ultima edizione dei Promessi Sposi, curata da lui stesso, ci rimise un patrimonio. Rimasero moltissime copie invendute e tutti tirarono a imbrogliarlo sul prezzo. Ma c’è chi dice che uno come Manzoni – che recentemente avrebbero voluto cancellarlo dalla scuola – lo dovremmo ricuperare non solo a scuola, con professori all’altezza, ma nel nostro modo di vivere: perché oggi si detesta soprattutto l’etica del messaggio manzoniano, che insegna qualcosa per vivere, qualcosa che va al di là della grandezza letteraria. Ma, nel gioco delle parti, c’è chi detesta con tutto se stesso Manzoni e lo contesta globalmente, come uomo e come artista.

4. Era un maniaco sessuale

“Altro che etica! Un giorno si dirà di lui che era un maniaco sessuale, un erotomane tutto libri e potta, e che da giovane stuprò una cameriera”, scrive Gianni Brera, e rincara la dose: Manzoni è un aristocratico senza nerbo, un codino rifatto, incapace di capire e soprattutto di amare la gente del popolo. Lui tende a narcotizzare le istanze di giustizia sociale, predicando pazienza e fede nella promessa cristiana, ma non fa nulla, dico nulla di concreto per modificare lo stato di estrema gravità sociale in cui versano le masse dei contadini e artigiani “lumbard”.
“Fosse per me“, aveva detto don Lisander, “mi augurerei di essere dimenticato, cancellato dalla storia. I monumenti mi fanno orrore, aborro ogni tipo di cerimonia. Sinceramente, io vorrei veramente essere dimenticato, ma non sono gli uomini a scegliere, Dio soltanto può glorificare chi vuole”.
La sua arte – scrive Ceronetti – non ha mai nulla di gratuito, è un’arte che bandisce ogni estetismo e demolisce le torri d’avorio. Il suo valore sta soprattutto nell’etica, e infatti egli stesso scrive: “La vita non è già destinata ad essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto. L’ansia di conoscere il vero è la sola cosa che possa indurci ad attribuire importanza a ciò che apprendiamo”.

5. Manzoni e il Risorgimento

Ma torniamo all’assunto iniziale. Che cosa c’entra Manzoni con il Risorgimento? Don Lisander non è andato sulle barricate, né ha fatto proclami; ha subito un tremendo choc, ha sofferto di gravissimi disturbi nervosi, fino a perdere la vista e il sonno, dopo aver assistito al linciaggio, proprio sotto le finestre della sua casa, del conte Prina, Ministro delle Finanze.
Non ha fatto niente: e tuttavia ha dato all’Italia uno strumento indispensabile per diventare una vera Nazione: la lingua, e che lingua! Un esempio inimitabile di letteratura che spezza l’antica incomunicabilità delle regioni e delle classi sociali, un modello di letteratura in cui ciascuno possa riconoscersi e sentirsi partecipe. E non è davvero poco. Ma c’è di più. Manzoni ha tentato di costruire una poesia, un teatro e una letteratura non soltanto in grado di cementare una nuova nazione, ma anche capaci di rivolgersi a una classe sociale nuova ed emergente nell’intera penisola: si pensi ai drammi al Conte di Carmagnola e all’Adelchi.
Egli scrive per quella borghesia illuminata e progressista che si sta avvicinando ai gangli del potere e rappresenta una cerniera tra lo spirito rivoluzionario post-illuminista e la definizione della strategia italiana del Risorgimento. Assume il ruolo di specchio e di guida che il destino e la storia gli hanno riservato in modo indelebile.
Qualcuno potrà osservare che è un paradosso fare di Manzoni un eroe del Risorgimento Italiano, al pari di Garibaldi – che per tutta la vita si è esposto in prima persona con sciabole, schioppi, trombe, bandiere e proclami – o Mazzini – perennemente esule e malinconico, impegnato a creare una coscienza italiana e a incendiare i cuori dei giovani contro la tirannide -, o Cavour – tutto teso a tessere trame sottilissime e intricate per potenziare il minuscolo Stato del Piemonte. Ma la Storia aveva scelto il timido, pauroso Manzoni come Vate, con la sua mente da mosaico bizantino, sinfonia beethoveniana, affresco raffaellita. D’altre parte, i comportamenti negativi di padre e di marito, le freddezze e le incapacità, le sue irresolutezze e debolezze, ne facevano un uomo mediocre. E’ il mistero del Genio, il vero “enigma”.

6. Povera Enrichetta!

Ci sarà sempre chi dirà che Manzoni risorgimentale è un paradosso risibile che avrebbe fatto immancabilmente sbellicare i Carducci e i Brera di ogni tempo se l’avessero beatificato veramente, come sembrava che la Chiesa avesse intenzione di fare qualche lustro fa: uno che è stato unito alla madre, donna Giulia Beccaria, da un amore morbosetto anzichenò disse Brera -, uno che ha “ammazzato” d’amore e di maternità la povera Enrichetta Blondel (lei sì, una santa!), lasciandola incinta ogni anno, dieci figli e chissà quanti aborti! Un maniaco sessuale che è riuscito a sderenare anche un donnone come donna Teresa Stampa, uno che ha lasciato morire in solitudine la figlia Matilde, che l’adorava, sempre sordo alle sue invocazioni; uno così lo facciamo santo? Un tacchino lesso, incapace di slanci, di entusiasmi, di gesti di amicizia e solidarietà umana, lo spacciamo per il più fulgido campione del romanticismo italiano? Un tipo così untuoso, sempre attento e preoccupato a non farsi coinvolgere nelle vicende di quei tempi calamitosi, a non trascinarsi in amicizie che potessero mettere in pericolo la sua sacra pace, diciamo che è un paladino della morale e dell’etica?.
Ma Giuseppe Verdi , che l’aveva conosciuto, e ammirato come nessun altro, e che scrisse il magnifico requiem per la sua morte, disse : “Uomini così nascono uno ogni mille anni”.

7. Lasciatemi in pace, per favore.

Si può dire di tutto, miei cari antimanzoniani, ma sappiate che lui non voleva panegirici né onori. Arrivò perfino a detestare la letteratura che lo strappava alla sua quiete. Aspirava a essere come tutti gli altri, perduto nell’immensa moltitudine di uomini che passa sulla terra senza lasciar traccia: “Lasciatemi in pace, per favore, non chiedo altro che questo”. Invece Dio, o il destino, lo vollero genio, uno – disse Silvio Pellico – ”che ha fatto dono alla nostra letteratura dell’unico vero capolavoro letterario dell’ Ottocento, uno dei pochi che abbiamo in assoluto, in Italia e nel mondo”. E anche il grande Goethe disse di lui che “si era innalzato d’un volo che difficilmente un altro gli può stare a pari”. E il Belli, che pure con i preti ce l’aveva parecchio, dopo aver letto I promessi sposi, disse: “Questo è il primo libro del mondo”. E, per finire , Ruggiero Bonghi, uno dei suoi amici più attenti e intelligenti, scrisse del suo capolavoro: “Signori, possono ben chiamarsi belle e buone azioni queste opere, e bastano da sole a farlo entrare tra i benemeriti del Risorgimento italiano”.

Roma, 30 aprile 2015

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