66. Gradi di bugia

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Parlando della verità, bisogna affrontare il tema vischioso della bugia, nei vari aspetti in cui può presentarsi. Essa si contrappone al vero come atteggiamento pratico, e incide sull’essere della persona, ponendosi coscientemente in una dimensione di menzogna. Nel bambino, può essere il frutto della fantasia: un racconto di fatti inventati come fossero veri. In casi come questi, non si tratta in senso stretto di bugie. C’è poi la menzogna che nasce come imitazione: se i grandi mentono, posso farlo anch’io. Sono gli effetti di una non coerenza, assai diffusa tra gli educatori. C’è, ancora, la bugia che scaturisce da un sentimento di paura: ho rotto un oggetto, ho mangiato qualcosa di nascosto. Sono fenomeni che – com’è evidente – rientrano nella normalità. Su un altro piano stanno gli atteggiamenti esistenziali, legati a condizioni patologiche: la tossicodipendenza, la carenza affettiva, la mitomania, in cui si cerca in ogni modo di ricuperare l’amore non ricevuto dai propri genitori. Ciò conduce a disturbi, anche gravi, della personalità. In questi casi, il problema non si risolve prendendo di mira la bugia, poiché questa è il sintomo di una malattia più preoccupante. Risolta la causa, il sintomo guarisce.
Riguardo al primo tipo citato, si richiede attenzione, perché fatti di pochissimo conto si possono mutare in montagne insormontabili. Il bambino e il preadolescente non vogliono adagiarsi in una condizione di non verità, per cui cercano il momento di potersi confidare e reintegrarsi in una situazione di sincerità. E’ un momento delicato, perché sanno bene di trovarsi dalla parte del torto. I genitori, invece di capire, assumono a volte atteggiamenti punitivi, rischiando che i figli scivolino insensibilmente nel rifiuto della verità. Non si tratta di cadere nella permissività, ma di distinguere le diverse circostanze.
Il mentitore patologico finisce col credere alle menzogne che racconta, soprattutto per risalire la china della scarsa stima di se stesso. Perdendo il senso della verità, finisce con lo strumentalizzare ogni forma di comunicazione. Il suo obiettivo è quello di attirare l’attenzione, e questo lo spinge a inventare versioni differenti dello stesso episodio, a inserire dettagli sempre nuovi, anche inverosimili. Spesso il suo obiettivo è quello di farsi compatire: è vittima, ogni volta, di qualcosa o di qualcuno, e i suoi racconti sono sempre più estremi, perché gli altri possano vedervi una drammaticità senza paragoni. Solo a lui capitano cose così gravi, e chi non se ne accorge è un insensibile. Se venisse scoperto, farebbe di tutto per coprire la bugia con bugie successive e più evidenti, in un circolo vizioso che sfocia in rabbia o desiderio di vendetta. La patologia si manifesta non solo nel parlare, ma anche nell’agire: incoerenza nelle scelte e nei comportamenti, legami intensi che improvvisamente s’interrompono. E’ difficile convincere un mentitore patologico che il suo è un problema serio, per cui è urgente ricorrere a una cura. In questi casi, la via alla verità è più faticosa, a volte disperata, ma resta sempre aperta.

9 pensieri su “66. Gradi di bugia

  1. Quel che ho scritto di noi e’ tutta una bugia

    E’ la mia nostalgia cresciuta sul ramo inaccessibile
    e’ la mia sete tirata dal pozzo dei miei sogni
    e’ il disegno tracciato su un raggio di sole
    quel che ho scritto di noi e’ tutta la verita’
    e’ la tua grazia cesta colma di frutti rovesciata sull’erba
    e’ la tua assenza quando divento l’ultima luce all’angolo della via
    e’ la mia gelosia quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
    e’ la mia felicita fiume soleggiato che irrompe sulle dighe

    quello che ho scritto di noi e’ tutta una bugia
    quello che ho scritto di noi e’ tutta verità

    Nazim Hikmet

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  2. Se la bugia, in senso lato, ha anche valenza di sogno e “magia del pensiero e della immaginazione”, alla fine bisogna uscirne per andare dall’infanzia alla maturità nel rifiuto di ogni trucco mentale, psicologico, fisico, spirituale.
    Gesù rende testimonianza svelando il “vero volto del Padre, ma anche il vero volto dell’uomo” e rimanere in questa verità diviene una scelta fondamentale; intanto “andiamo ognuno a nascondere/ nella consolante notte/ il nostro violato pudore/ di aver pianto/ di quanto ci vuoi simili a Te”.
    Ma a Te solo, Amore, è dato di comporre quello che per l’uomo è fatica in una “gioia severa, una gioia austera, una gioia da conquistare” in una via chiamata “via santa”.

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  3. Riteniamo che una persona sia sincera o bugiarda in base al giudizio della sua mente e non in base alla verità o falsità della cosa in sè.

    S. Agostino

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  4. Esiste – a mio parere – una dimensione della menzogna (la più frequente) che non è compresa tra quelle indicate nell’articolo di don Fabrizio: la dimensione della ordinaria inautenticità – senza particolari implicazioni patologiche – ma con gravi effetti sul vivere sociale, e – per quanto concerne la vita ecclesiale – la causa principale che impedisce l’adempimento pieno del progetto di Dio in vista del suo regno eterno. E’ possibile una fede autentica in uno spirito essenzialmente non sincero? La risposta ovvia a questa domanda rende evidente che non è neppure pensabile la fede in assenza di un cuore davvero sincero. Ma la Chiesa concepita come “di massa” (come fattivamente è stata concepita fino a oggi) può favorire davvero la nascita e la crescita di cuori profondamente sinceri? Non è forse giunto il momento di cambiare impostazione, senza con questo (ovviamente) escludere nessuno, ma mettendo davvero nelle condizioni le persone di scegliere se seguire Cristo o meno? Non ci si può limitare alla sola dimensione liturgica e rituale della fede. Credo sia veramente giunto il momento di costruire – nella Chiesa – comunità di veri fratelli, e per conseguire questo risultato non può certamente bastare (anche se rappresenta il cardine della vita ecclesiale) la vita liturgica e sacramentale. È necessario creare nuove realtà all’interno delle parrocchie, superando un’impostazione che tende in modo a dir poco eccessivo a delegare ai movimenti ecclesiali quanto sarebbe compito dell’ordine sacerdotale stimolare, creando nuovi gruppi che siano vere comunità, sotto la supervisione dei parroci, con almeno tre incontri settimanali. Non è una chimera, ma dipende soprattutto dalla volontà di voi sacerdoti.

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