Le stanze dell’amor furtivo

di Antonio Sparzani
Boccali poesia d'amore indiana

1
Oggi ancora, lei, che splende inghirlandata
di magnolia d’oro,
volto di loto in fiore, tenue la linea della pelurie
sul ventre,
levata dal sonno, il corpo ardente turbato
dal desiderio,
magica sapienza come perduta per follia ripenso.

Ho di recente scoperto questo magnifico libretto che devo assolutamente farvi conoscere: Poesia d’amore indiana, a cura di Giuliano Boccali, Marsilio 2002: contiene, tradotti dal sanscrito dal curatore e da Daniela Rossella, tre dei maggiori capolavori della poesia indiana, Nuvolo Messaggero, di Kālidāsa, Centuria d’amore, di Amaruka e Le stanze dell’amor furtivo, attribuite a Bilhana. Qui citerò e parlerò, anzi, farò parlare Boccali, solo di quest’ultimo:

2
Oggi ancora, lei, volto di luna al colmo, rigogliosa
di giovinezza novella,
sontuoso seno, se la rivedo, desiderio splendente,
il corpo oppresso dal fuoco delle frecce d’amore,
ecco, subito vorrei rinfrescare le sue membra.

3
Oggi ancora, lei, occhio allungato di ninfea, se rivedo
sfinita dal peso del seno rigoglioso,
stringendo fra le braccia bevo la sua bocca
come folle, come ape il loto, insaziabile.

4
Oggi ancora, lei nell’ amore, il corpo sfinito
di languidezza,
lo sciame dei capelli a riccioli caduti sulle guance
chiare,
le braccia flessuose tralci sospesi al mio collo
come per trattenere fra noi la colpa segreta … ricordo.

5
Oggi ancora, lei, occhio profondo
dalle scintillanti pupille riverse nella veglia d’amore,
oca selvatica nel lago di loti del desiderio,
il viso inclinato per pudore, all’ alba ricordo.

6
Oggi ancora, lei, occhi allungati alle orecchie, se rivedo,
lo stelo del corpo febbricitante per la lunga separazione,
con il mio corpo circondandola allora stretta
resto sospeso nell’incanto e non la lascio più.

Chi compone Le stanze dell’ amor furtivo sta per morire: è un maestro di letteratura che il re ha condannato scoprendo i suoi amori con la figlia, affidatagli per l’istruzione. Già il boia si accinge a levare la scure, quando il condannato domanda l’ultima grazia, il tempo breve della poesia … e improvvisa cinquanta strofe dove il ricordo delle gioie ormai passate, anzi impossibili, rivive d’incanto. A poco a poco – immaginiamo la scena – scende il silenzio; nell’ aria cantano solo i suoni dei versi, scanditi dall’ apertura e dalla fine identica in ogni strofe: «Oggi ancora … ricordo». Nelle parole, la figura squisita e rigogliosa della principessa, i giochi folli o delicati dell’ amore, le istantanee ghiacciate dell’arresto, della sentenza, della disperazione, poi ancora visioni estatiche
della bellezza ineguagliabile di lei, soprassalti di piacere da rubare l’anima:

Oggi ancora, la sua durezza incantevole ricordo
nella battaglia intrecciata dal gioco d’amore,
le mani, senza presa nel sollevarsi e abbassarsi
dei corpi annodati,
spruzzate dal sangue dei segni delle mie unghie
che premono sul suo corpo, dei miei denti
sulle sue labbra.

Ma il fato non si può eludere, sembra constatare agli ultimi versi il condannato; nemmeno gli dèi possono alterare i grandi ritmi dell’universo e del tempo: il mondo posa come sempre sul dorso della Tartaruga – secondo le grandi visioni dell’immaginario indiano –, l’Oceano racchiude come sempre i misteriosi fuochi sottomarini, Siva stesso non può evitare il veleno che gli corroderà la gola. Sola, rimane la certezza di voler adempiere al proprio destino, e al proprio amore.
Gli echi si spengono; la calca, che intravvediamo in torno al luogo del supplizio, è muta. Anche il re – continuiamo a immaginare – tace. Tutto pare immobile, fuori del tempo; se così non è nei fatti, certo il silenzio assorto della commozione è sceso nell’anima degli spettatori.
Ed ecco, il nuovo comando del sovrano, turbato, sopraffatto dalla bellezza del canto, viola la magia solo per inaugurare 1’esultanza e la festa: è la grazia, la libertà, la benedizione paterna all’amore impossibile! Così la leggenda, che nella tradizione indiana circonda Le stanze dell’amar furtivo: non proprio improvvisate, anche se l’arte dell’improvvisazione e le contese poetiche erano assai diffuse, in India come altrove, nelle cerchie degli scrittori di corte. Ma quando Bilhana, al quale secondo la tradizione vanno attribuite queste strofe, compone per il re Vikramāditya VI (1076-1127), sovrano della potente dinastia Cālukya che regna sul Deecan, la corrente immensa della letteratura classica fluisce da almeno un millennio. E i protagonisti, i motivi, le situazioni, le immagini della poesia d’amore rispondono a canoni ormai perfettamente definiti, sia dai testi stessi sia dalla critica letteraria e dall’estetica che li accompagnano e li integrano, sul piano teorico, con straordinario parallelismo e continuità.

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