Vivalascuola. Gli Asini n. 26. Ground zero

E’ uscito il n. 26 de Gli Asini (marzo/aprile 2015), rivista di educazione e intervento sociale diretta da Luigi Monti che unisce riflessione teorica e pratica didattica. Ne proponiamo l’indice e un articolo di Flavia Mandracchia sulla sua esperienza di lavoro nell’editoria scolastica, esemplare del ground zero del momento che viviamo: quello in cui “si osserva in tutte le istituzioni e i servizi dello Stato un progressivo svuotamento della loro funzione pubblica“, mentre nel privato si assiste alla cancellazione di diritti e tutele e all’offesa della dignità della persona. In questo quadro si inseriscono anche le dinamiche delle relazioni tra “scuola pubblica e scuola di Stato“.

Indice
(clicca sull’indice per andare subito all’articolo)

.Claudia Mandracchia, Il fantastico mondo dell’editoria
Scuola pubblica e scuola di Stato
Indice della rivista 

* * *

Il fantastico mondo dell’editoria
di Claudia Mandracchia

La mia esperienza nell’editoria cominciò nel 2009. Due mesi dopo la mia laurea specialistica mi trasferii a Milano dove iniziai a collaborare con una casa editrice che si occupa di scolastica. Come la maggior parte di coloro i quali vogliono lavorare nell’editoria, il mio obiettivo sarebbe stato la varia. Ma l’incontro, del tutto causale, con la scolastica cambiò le mie prospettive, facendo nascere un amore inaspettato per un certo tipo di libri e per un certo tipo di lettori: i bambini e i ragazzi, che su quei libri avrebbero cominciato a farsi una propria idea del mondo.

Tuttavia ben presto mi sarei accorta che le mie aspirazioni (alle quali, purtroppo o per fortuna, continuo a credere) si sarebbero scontrate con la realtà che, per sua stessa natura, ha ben poco dello slancio di cui sono fatti i sogni e i desideri più elevati.

Alla fine del mio periodo di stage (per il quale ho avuto la fortuna di percepire un compenso) chiesi all’editor per la quale avevo lavorato se ci sarebbe stato un “dopo” per me in azienda. Era dicembre e le vacanze si avvicinavano. La sua risposta fu “buone vacanze, poi magari ne riparliamo”. Non aveva smesso di fissare lo schermo del pc mentre le parlavo e, prima ancora che potessi chiederle qualcos’altro, mi aveva congedata. Tuttora aspetto che me ne parli, del mio stage, di come era andato, di un mio eventuale inserimento nell’organico della redazione. Aspetto, per l’esattezza, da quasi cinque anni.

Durante lo stage fui affidata a una tutor, una redattrice di eccezionale talento, che – giustamente, come ogni relazione didattica impone – non era vicino a me, perché lavorava da esterna. Di conseguenza tutti i dubbi, le domande, le incertezze tipici di chi comincia un mestiere potevano avere risposta solo quando lei veniva in azienda oppure per telefono.

A noi stagisti e ai collaboratori a progetto l’azienda aveva riservato il piano seminterrato. Le finestre erano in alto e non tutti potevano aprirle, perché alcune si trovavano sul lato della stanza che dava sulla strada: ragione per cui era meglio un po’ di aria stantia che i gas di scarico delle auto.

Terminato lo stage, dopo mille peripezie, riuscii a rimanere in azienda. Sentivo che tutta quella fatica (il trasferimento, la selezione per lo stage, il corso serale che avevo fatto pur di avere qualche possibilità in più) non potevano non essere serviti. Ed effettivamente riuscii a restare e, contemporaneamente, a trovare lavoro presso un altro editore.

Quando da stagista fui trasformata dall’azienda in collaboratrice a progetto, smisi di avere i buoni pasto, una scrivania, un computer, una sedia e un telefono. A noi collaboratori a progetto veniva chiesto esplicitamente di non essere in azienda per non usufruire delle sue risorse (“se non vieni è meglio, che poi magari ci sono i controlli”) ma, al contempo, soprattutto quando la data di stampa era vicina, diventava assolutamente necessario trascorrere intere giornate e settimane in redazione.

Era una sorta di guerra tra poveri. Durante il periodo caldo della stampa, quando tutti avevamo purtroppo la necessità di lavorare in azienda, era buffo dover prenotare le postazioni con dei foglietti volanti che avvisavano chi avrebbe osato impossessarsi della scrivania che non avrebbe dovuto farlo. Non erano poche le volte in cui si arrivava in redazione e, benché il computer fosse lì, qualcuno avesse preso la sedia, o il telefono, o il mouse.

Proprio per questo mi è capitato di correggere le bozze appoggiandole su una sedia, perché tutte le scrivanie erano occupate e bisognava ingegnarsi ricorrendo ad alchimie rudimentali.

Ci si doveva ingegnare in tutto, come in una vera e propria lotta per la sopravvivenza, come in una qualsiasi catena di montaggio dove quello che più conta è produrre un certo numero di pezzi nel tempo che qualcuno (chi?) aveva stabilito fosse necessario per potersi definire “produttivi e in grado di stare sul mercato”.

Durante affannose giornate trascorse a rispondere alle telefonate e alle e-mail dei fornitori e degli autori, sotto lo sguardo severo del mio editor che mi considerava forse troppo lenta, riuscii finalmente ad andare al cuore della questione: si producono libri come si produce qualsiasi altra cosa. Che piaccia o no ai puristi del settore, infatti, la cultura è anche un prodotto e il lavoro culturale è un lavoro come gli altri. L’inganno di fondo consiste, però, nel far credere il contrario. Di conseguenza, secondo questa visione furbescamente platonica, la cultura implica solo il favoloso mondo delle idee e non comporta necessariamente un compenso. Il lavoratore culturale verrà convinto del fatto che la propria attività sia un fine e non un mezzo.

In questo senso, oltre alla mia esperienza diretta, è stato per me illuminante leggere un articolo di Miya Tokumitsu comparso sul numero 1042 di Internazionale nel marzo del 2014. Nell’articolo l’autrice invitava a riflettere su quanto sia pericolosa l’idea (entusiasticamente difesa da Steve Jobs) del “fare ciò che si ama e amare ciò che si fa”. Chi lavora nel campo dell’editoria lo sa bene: ci si sente spesso dire che si è fortunati a fare cultura, perché fare cultura “piace”, fare cultura è un lavoro di prestigio. Dal momento che si è precari, sì, ma nell’editoria e non in un call center, sono in molti a propugnare l’idea secondo la quale il peso della precarietà sarebbe più facile da portare per chi ha la fortuna di nutrirsi d’arte e di letteratura. Purtroppo non è così. Si impara ben presto che fare cultura significa fare molti sacrifici, esattamente come in altri ambiti professionali, ciascuno con le proprie peculiari difficoltà.

Tuttavia, ed è questo un altro aspetto dell’inganno che sta alla base del lavoro culturale, che ne costituisce il fondamento, il precario del settore verrà spinto a credere che l’assenza di tutele e la consapevolezza di essere spesso sottopagato (nel caso in cui lo sia, pagato) vengano risarcite dalla fortunata possibilità di fare un lavoro di concetto, che piace, e la cui ricompensa è intrinseca all’appagamento che deriva dallo svolgere una professione di questo tipo. Gli altri, la società gli tributeranno il massimo dei riconoscimenti formali. Di conseguenza, è questa l’unica moneta che spesso deve bastare al lavoratore “culturale”: la moneta sociale, la convinzione che il prestigio sia di per se stesso una forma di (ap)pagamento sufficiente a permettere di sostenere ritmi di lavoro spesso massacranti e compensi il più delle volte inadeguati.

Gli stagisti, i co.co.pro., le partite Iva sui quali tutta l’editoria italiana fonda la propria ricchezza, si sentono spesso dire “fuori c’è la fila. Insomma, sei un laureato in Lettere, non potresti desiderare di meglio.”

Il concetto veicolato è che il lavoro culturale, e qui sta il paradosso, è ontologicamente legato alla sua stessa ricompensa. Il lavoro è la ricompensa.

Peccato non la pensino così i puristi dell’editoria, i falsi ingenui, i dirigenti più furbi (e di sinistra, per carità), i quali sanno bene che il profitto invece è importantissimo.

Il più onesto tra tutti fu un mio ex capo, per il quale ho lavorato alcuni anni, che una volta – in modo rude, ma sincero – mi disse: “purtroppo non posso, ma se fosse per me ti farei lavorare gratis”. Fece seguire questa rozza dichiarazione da una fragorosa risata. I miei colleghi assunti, suoi sottoposti, forse per quello spirito di cieca obbedienza che deve contraddistinguere il dipendente-modello o forse perché trovavano davvero divertente la cosa, risero anche loro.
Ora, avendo attualmente all’attivo diverse collaborazioni con più case editrici, ho finito, paradossalmente, con l’apprezzare quella frase. Era rozza, gretta, vile. Ma era onesta. Soprattutto alla luce di quanto mi sarebbe successo qualche anno dopo.

Il mio capo, sempre lui, mi chiamò e mi chiese di sostituire una mia collega (regolarmente assunta) ammalata. Sarebbe ritornata dopo un mese. Il lavoro andava fatto e in fretta ma, a suo dire, non era nulla di che. C’erano le scadenze, un libro da mandare in stampa di lì a breve e, insomma, bisognava fare presto. Ovviamente chiesi, quasi timidamente, quanto ci avrei guadagnato. La risposta fu “dipende da quanto avanza dai conti economici, ma si tratta di un mese, dai, aiutaci!”.

Il giorno dopo ero lì, pronta a cominciare. E sarei stata lì per altri sei mesi, visto che ogni 30 giorni le notizie che si avevano della mia collega giungevano tramite certificati medici. Dispacci telegrafici che finivano con l’inchiodare me alle sue responsabilità.

In sei mesi mi sono occupata contemporaneamente di sette volumi, ho lavorato quindici ore al giorno, sette giorni su sette, per onorare il mio impegno (il contratto no, perché non l’ho mai visto).

Alla fine di tutto, il lavoro di sei mesi è stato ricompensato con una manciata di spiccioli, perché “questo è avanzato dai conti economici”. E l’azienda mi ha chiesto letteralmente indietro 500 euro, perché avrei lavorato anche meno del previsto.

Quando ho osato dire che forse non era giusto, forse – per principio – almeno mi si sarebbe potuta evitare l’ulteriore umiliazione della restituzione dei 500 euro, ho ricevuto la risposta che mi ha illuminata. Lì per lì mi ha fatto tremendamente soffrire, mesi dopo però avrei riconosciuto che la violenza di quelle parole sarebbe stata l’inizio di un nuovo percorso per me. “Il tuo lavoro è stato di una banalità sconcertante. Dovresti ringraziarci perché ti abbiamo fatto fare esperienza”.

Ci avevo quasi creduto. Erano quasi riusciti a convincermene. Umiliandomi, banalizzando il mio lavoro, i miei sforzi e, soprattutto, i miei risultati avevano finito col farmi credere che fosse vero e giusto non meritare di più. Quando riconobbi la “banalità del male” alla base di meccanismi psicologici del genere (purtroppo di appannaggio non esclusivo del mondo dell’editoria) capii che la mia esperienza in quella casa editrice era giunta al termine e che io stessa, non potendo aspirare a essere tutelata da un contratto giusto né lì né altrove, avrei dovuto essere il mio stesso baluardo.

È stato proprio dall’elaborazione dell’esperienza di quegli anni, fatti di grandi e piccole umiliazioni (“io ti pago quindi fai quello che ti dico io” “come ti sei permessa di correggere? Chi ti credi di essere? Vuoi dimostrare di saper scrivere?”) che è cominciato il mio nuovo percorso.

Certamente non penso di essere più sfortunata di chi è precario in settori diversi da quello editoriale. Sarebbe intellettualmente poco onesto e fintamente ingenuo. Le condizioni contrattuali (ed esistenziali) di chi subisce la precarietà sono le stesse e discendono tutte dalla medesima radice amara: la totale assenza di diritti. Su cosa significhi vivere non avendo la possibilità di ammalarsi o andare in maternità senza rischiare di perdere il posto di lavoro – pur pagando le tasse allo Stato – è cosa nota ai più, purtroppo. Su quanto questo sistema sia ingiusto e in totale disarmonia con quanto affermato dalla nostra Costituzione, è cosa altrettanto evidente.

Cosa resta da fare, quindi? Resistere, questo resta. Resistere insieme, per quanto e per come si può, esigendo di essere sempre e adeguatamente pagati per ciò che si fa, imponendo a se stessi di non avere paura, pretendendo rispetto nonostante si viva un Paese che autorizza, legalizzandola, la possibilità di terrorizzare chi vive nella totale assenza di diritti, in balìa dei capricci umorali del proprio datore di lavoro. [torna su]

* * *

Tra scuola pubblica e scuola di Stato

Da nord a sud, dal centro alle periferie, dalle metropoli alle province, secondo meccanismi simili ed esiti inevitabilmente differenti, quello che si osserva in tutte le istituzioni e i servizi dello Stato è un progressivo svuotamento della loro funzione pubblica, ovvero dello scopo per cui sono stati pensati: garantire effettivamente e non solo formalmente e giuridicamente la distribuzione più equa possibile, in prospettiva universalistica, delle possibilità, delle risorse, dei beni materiali e culturali, nonché la rimozione degli ostacoli che, come recita l’articolo più bello della nostra Costituzione, “limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E che l’accelerazione radicale di questo processo venga da un governo di sinistra non stupisce, come dovrebbe, quasi più nessuno.

Quando sulle pagine di questa rivista o nelle iniziative che la rivista si sforza di animare ci capita di usare lo sloganla scuola è morta” risulta sempre difficile farsi intendere. Quando diciamo o scriviamo che “la scuola è morta, non è solo per provocare, ma proprio per indicare l’avvenuto compimento di questo processo di svuotamento. Lo diciamo o lo scriviamo in tre sensi e con un obiettivo molto preciso.

In senso storico-pedagogico: come spiega Boarelli nell’intervento che apre “il film” di questo numero, non è per nulla scontato che la funzione pubblica della scuola coincida con la sua struttura statale. Anzi, nella storia della Repubblica molto raramente e solo parzialmente c’è stata sovrapposizione fra le due. E quando questo è capitato (negli anni della seconda ricostruzione post bellica o in quelli dei movimenti) è solo in proporzione alle spinte conflittuali e critiche che la società è riuscita a far penetrare all’interno dell’istituzione scolastica.

In senso sociologico: da don Milani a Illich, da Olivetti ai rapporti della Fondazione Agnelli non si contano le analisi di chi ha mostrato e mostra, dati alla mano, quello che la scuola, al costo di grandissimi sprechi economici e umani, ha prodotto in questi anni: ignoranza, classismo, conformismo, immobilismo sociale. L’esatto opposto di quanto ha sempre dichiarato di perseguire.

In senso, per così dire, “fenomenologico: l’esperienza di chi a scuola ci è passato da poco, ci lavora o di chi con la scuola collabora mostra come nelle aule scolastiche muoiano il più delle volte cultura, senso estetico e critico, desiderio di rivolta.

Che la scuola rimanga, in potenza, uno dei pochissimi luoghi dov’è possibile incontrare la diversità, dove sopravvivono condizioni per uno scambio vitale e non mercificato del sapere, per la liberazione dell’immaginario, per la scoperta delle vocazioni, per il dispiegamento, in sostanza, dello spirito pubblico delle nostre istituzioni educative nessuno lo mette in dubbio. Ma quando questo si verifica è nonostante la scuola, non grazie ad essa.

D’altra parte sarebbe suicida rinunciare alla scuola o anche solo accelerare, con le proprie analisi, il processo di privatizzazione che, anche da noi, sembra aver imboccato, sul modello “meritocratico” statunitense: New Orleans e Detroit potrebbero essere il nostro futuro, ci avverte Francesca Nicola.

Non è questo, ovviamente, che “Gli asini” si propongono. L’obiettivo è semmai quello di contribuire a rompere l’assetto ossificato e nauseante del dibattito sulla scuola, di ristabilire il primato dell’insegnamento su quello della gestione burocratica della macchina scolastica, di ripensare l’istruzione in termini di ricerca e di critica, di riattivare canali di cooperazione. E soprattutto di liberare energie per immaginare, inventare e realizzare, dentro e fuori l’istituzione, esperienze che vadano veramente verso gli ideali (di educazione, emancipazione e liberazione) che la scuola pubblica ha incarnato per molti anni. Con un occhio alle esperienze “alternative”, quelle del passato (come ci racconta Francesco Codello nel suo saggio) e quelle di luoghi, come la Germania, dove le sperimentazioni sembrano più facilmente praticabili (l’intervento di Matthias Hoffman).

La scuola è morta” potrebbe non essere lo slogan più efficace allo scopo dichiarato. Su questo ne possiamo convenire. Ma solo perché così dicendo anche noi “asini” rischiamo di prendere la scuola troppo sul serio! Molto più banalmente useremo ancora questo slogan per separare la pula dal grano, per scovare chi sente il bisogno di cambiare realmente le cose da chi si accontenta di dare sfogo alle proprie lagne. Per cercare, al di là delle parole, dove si nascondono veramente spinte vitali e desiderio di cambiamento. (Gli asini) [torna su]

* * *

Gli Asini n. 26, marzo-aprile 2015

Strumenti
I giovani e il lavoro di Francesco Ciafaloni
Cooperazione, ma quale? di Giovanni Zoppoli
I giovani e la destra di Angelo Mastrandrea, incontro con Nicola Villa
Cinesi d’Italia di Daniele Cologna
Il fantastico mondo dell’editoria di Claudia Mandracchia
La critica, la generazione Tq e la letteratura a scuola di Gabriele Vitello

Immagini
Eccoli di Stefano Ricci

Grandangolo 1. La corruzione

Le radici della corruzione di Lorenzo Biagi, incontro con Nicola Villa
Per esempio, a Milano… di Oreste Pivetta

Scuola pubblica e scuola di Stato
Ma la scuola statale è ancora pubblica? di Mauro Boarelli
Pubblica, non statale. Le “scuole civiche” in Germania di Matthias Hofmann
Ground Zero da New Orleans a Detroit di Francesca Nicola
Altre strade sono possibili di Francesco Codello

Pratiche
Palermo, una biblioteca che fa la differenza di Pietro Giammellaro e Giuliana Zaffuto
Nutrire il pianeta e salvare la terra di Enzo Ferrara e Pier Paolo Poggio
Ipotesi sul digitale di Gruppo studio vagante
Graffiti sì, graffiti no a Bari di Mario Nardulli

Scenari
Da “Anna dei miracoli” a “Class enemy” di Sara Honegger
Jazz sado-maso. Un film da rifiutare di Nicola Villa
Oz, Houellebecq, Carrère e lo spirito del tempo di Goffredo Fofi
I borghesi, i banlieusard e l’università di Mimmo Perrotta
Fare scuola, fare città. Un Mammut tra le Vele di Stefano Laffi
Periferici e cattivi. Storie milanesi di Maurizio Braucci
L’ennesimo guru, Recalcati di Gabriele Vitello
Torchio: il mondo è una prigione di Nicola Villa
Piccole donne, d’estate di Federica Lucchesini
Il lanciatore di Paolo Volponi di Giacomo Pontremoli

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Un pensiero su “Vivalascuola. Gli Asini n. 26. Ground zero

  1. A chi è interessato della tematica posta dall’articolo di Claudia Mandracchia, quello del lavoro intellettuale non pagato, che non rappresenta l’eccezione ma una pratica corrente nell’industria editoriale, propongo il caso ISBN, di cui molto si è discusso in settimana, nella sintesi di Loredana Lipperini:

    La storia è semplicissima quanto ben nota negli ambienti degli addetti ai lavori: una casa editrice medio piccola, che ha pubblicato molti buoni testi di autori italiani e stranieri, resta impigliata nella spirale non solo della crisi economica ma di un sistema editoriale che per anni ha creduto di sfangarla (per esempio con la pratica delle rese), e che infine si sta sgretolando. Quindi, ISBN non paga gli autori e i traduttori. Un tweet dello scrittore inglese Hari Kunzru scoperchia un passato di reiterate inadempienze, come ricostruisce Christian Raimo su Minima&Moralia. Massimo Coppola, direttore editoriale di ISBN, risponde sul sito della casa editrice. I lavoratori non pagati rispondono a loro volta.

    Il discorso si allarga a quello della precarietà del lavoro culturale in un intervento di Andrea Inglese.

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