Dino Campana. Il sangue del fanciullo

Campana
di Augusto Benemeglio

1. Un viaggio chiamato amore

Dino Campana è autore di un solo libro, I canti Orfici, stampato a sue spese in una tipografia di Marradi, il paese vicino Firenze in cui nacque il 20 agosto 1885, e dove tutti lo ritenevano pazzo. Un paese in cui lui amò, forsennatamente, con dolore e passione, con furia, una sola vera persona, – poeta come lui, matta come lui,- Sibilla Aleramo, che si era innamorata – per via epistolare – del suo grande talento, e la cui vicenda è stata abbastanza romanzata nel film (discutibile) di Michele Placido, Un viaggio chiamato amore:

Vi amai nella città dove per sole
Strade si posa il passo illanguidito.
Dove una pace tenera che piove
A sera il cuore non sazio e non pentito
Volge a un’ambigua primavera in viole
Lontane sopra il cielo impallidito

2. Inadatto a vivere

Era nato lì, “Mat Campena”, come lo chiamavano, in quel paese toscano di confine, dove parlavano il dialetto romagnolo, da un insegnante elementare siciliano, complessato, desideroso di integrarsi ed emergere nella società piccolo borghese provinciale del piccolo centro, fino ad arrivare ad essere Direttore didattico, e da Fanny Luti, una ragazza puritana, toscana, tutta scialle nero sulle spalle e rosario tra le mani, che presto odiò pervicacemente quel figlio balzano e non cercò altro che di sbarazzarsene il più presto possibile, facendolo dichiarare pazzo dal marito e condannandolo, infine, alla orrenda prigione manicomiale.
Lui, Dino, era inadatto a vivere, come tutti i poeti, ma era anche ribelle e disperato, anarchico, contro qualsiasi regola o disciplina, e fu costretto per tutta la vita a fughe, ritorni, viaggi in Argentina, dove lavorava come bracciante, vagabondaggi a Parigi, Anversa, Bruxelles, Odessa, in Svizzera, continue illusioni, chimere, prostitute, visioni deliranti, ricoveri nei manicomi. Insomma, ci mise del suo per farsi dichiarare pazzo, e alla fine lui stesso si riconobbe, fatalmente, tale:
“Il sorteggio della pazzia è toccato a me! Allora avanti coraggio… Mi tuffo dal più alto precipizio della mente, non c’è fondo… Oblio fedeltà, solo i dubbi assassini tormentano l’anima, ma la pazzia possiede un’anima?…….Musica silenziosa che vuoi ballerine danzanti su note fantasma. Prendimi alienazione e portami con te in caverne primitive dove l’essere razionale è escluso… inebria l’abulia dell’animo di dissomiglianza di saggezza invecchiata. Tienimi pazzia…tienimi!”

3. I canti orfici: il libro che non volle nessuno

Quell’unico libro che Campana scrisse e pubblicò nel luglio 1914, mille copie, senza neppure uno straccio di prefazione, così nudo e spoglio, un’edizioncina scorretta e modesta, che venne rifiutata da tutti, quel libro che il vagabondo e bizzarro poeta – che fece tutti i mestieri possibili, da bracciante a mozzo, da fornaio a straccivendolo, da minatore a pescatore – vendeva come ambulante, per strada, a volte scerpandone le pagine, cassando poesie non più grate o immaginate non gradevoli al possibile acquirente; quel libro che non arrivò mai neppure in una libreria degna di questo nome, era uno dei più importanti della poesia italiana del ventesimo secolo. Parlava di tante cose nuove e moderne, terribili e meravigliose. E parlava anche di Marradi, il suo paese natìo, come nessun altro poeta aveva mai saputo fare prima di lui: “Il vecchio castello che ride sereno sull’alto /La valle canora dove si snoda l’azzurro fiume /Che rotto e muggente a tratti canta epopea /E sereno riposa in larghi specchi d’azzurro: /Vita e sogno che in fondo alla mistica valle/ Agitate l’anima dei secoli passati: /Ora per voi la speranza /Nell’aria ininterrottamente /Sopra l’ombra del bosco che la annega /Sale in lontano appello /Insaziabilmente /Batte al mio cuor che trema di vertigine”.
Ma nessuno si era curato di quel libro, dei suoi versi e prose d’arte, benché lui ne avesse mandato qualche copia ai letterati fiorentini del tempo, che si riunivano al caffè “Le Giubbe Rosse” e lo trattavano come un povero mentecatto, un abusivo delle lettere, un “pezzo di merda”, come disse il solo amico che lo comprese, Giovanni Madaro.
A Marinetti e ai futuristi, a Papini e Soffici, Campana aveva scritto ardenti messaggi: «Che la vostra speranza sia: fondare l’alta coltura italiana. Fondarla sul violento groviglio delle forze, nelle città elettriche sul groviglio delle selvagge anime del popolo, del vero popolo, non di una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze».
Naturalmente nessuno gli aveva risposto. Del resto, Ardengo Soffici lo considerava un dilettante della letteratura a cui mancavano le basi, un povero illuso, insomma; Marinetti e i futuristi lo trattavano con il consueto sprezzo ed idiozia, Prezzolini con gelida superbia, Papini con forte antipatia. Tutti dicevano che le sue poesie erano “robetta da fiera “, e tale venne ritenuto il manoscritto (copia unica) che il povero Dino aveva consegnato l’anno prima agli illustri direttori della rivista “Lacerba”, appunto i signori Papini e Soffici. Era la sera del 13 dicembre 1913 e lui si era presentato alla porta della redazione con un vestitino leggero, affamato, intirizzito dal freddo, un povero Cristo con un manoscritto sotto il braccio dal titolo Il giorno più lungo, dicendo loro con un filo di voce: “Tutto quello che troverete qui dentro è la sola difesa e giustificazione della mia vita”.

4). O poesia, poesia…

“O quando o quando in un mattino ardente/ l’anima mia si sveglierà nel sole / nel sole eterno, libera e fremente”.
Lì dentro c’era la poesia che non tollera reclusioni, il canto-liberazione dagli affanni, il desiderio-sogno-ricordanza-avvenire che fluisce, la parola costretta al silenzio che si sprigiona e s’innalza come urlo, lama, luna elettrica, pura energia.
“O poesia poesia poesia/Sorgi, sorgi, sorgi/ Su, dalla febbre elettrica del selciato notturno/ Sfrénati dalle classiche silhouettes equivoche/ Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso”.
Lì dentro c’era poesia pura e dissonante come bronzo sonoro di una campana, come il vuoto della notte, come i buchi neri che ti risucchiano nel magma dello spirito.
“Ha generato una pioggia di stelle /Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso /In un mantello di sangue vellutato occhieggiante /Silenzio ancora. Commenta secco /E sordo un revolver che annuncia /E chiude un altro destino”.
Dino aveva bisognoso di essere riconosciuto, aveva bisogno di essere trattato con affetto, sia come persona sia come poeta. La sua era un’invocazione. Per tutta risposta, i due letterati fiorentini non lessero mai quel manoscritto, lo buttarono chissà dove e andò disperso nel mucchio delle altre carte inutili. Fu ritrovato soltanto nel 1972, quando Dino era morto da oltre trent’anni.

5. Ecco Genova

E fu così che quel povero Mat Campena dovette riscrivere I canti orfici, un libro che ricostruì con la fatica, le sofferenze e la furia di un gigante che non riesce a ricomporre la propria immagine, lo ricostruì con la follia del suo genio poetico, con i fantasmi le ombre e le visioni del suo lungo vagabondare di città in città, ovunque discacciato, senza soldi e senza lavoro, miserabile straccione erratico. Ed ecco Genova, la città dove gli infidi genitori l’avevano accompagnato nel 1909 e imbarcato su una nave per l’America del Sud, per un viaggio che doveva essere senza ritorno.
Invece lui a Genova c’era tornato per viverci, e aveva fantasticato amori angelicati; ma in realtà si era dannato i sensi e l’anima con le prostitute del porto (probabilmente fu lì che contrasse la sifilide). A Genova aveva fatto il mozzo e lo scaricatore di porto, ma s’era sentito un vero poeta, ci aveva vissuto pienamente con il “giorno che precipita rapidamente nella malinconia della sera, nel tremore notturno, nel buio dello spirito”. Genova divenne il centro della poesia di Campana: “Pensare nel languore/ Catastrofi lontane/ Mentre colle sue antenne/ E le sue luci un grande/ Cimitero il tuo porto…/ /Verso le eterne rotte/ Il mio destino prepara/ Mare che batti come un cuore stanco/ Violentato dalla voglia atroce/ Di un Essere insaziato che si strugge”.
Genova fa comprendere meglio l’intensità, la pienezza, la simbiosi affettiva che Dino prova nei confronti di un mondo che non riesce a separare da sé e che gli è ostile. Il Poeta e Genova sono stretti in un abbraccio, mai città fu cantata in quel modo così intimo da sembrare osceno.

6. Voglio creare un’arte nuova

Dino Campana, in questi ultimi anni, è stato molto rivalutato, fatto oggetto di romanzi (noto quello di Vassalli, La notte della cometa), di ricostruzioni cinematografiche, di pièce teatrali, di recital, documentari, film, innumerevoli conferenze, dove si parla della grandezza e dell’importanza della sua poesia. Ma da vivo non ebbe mai nessun riconoscimento, anzi la sua poesia fu disprezzata e denigrata da tutti (“robetta da fiera”), mentre oggi la sua voce poetica, simbolico-metafisica, trasfiguratrice, risplende in una oscurità che anticipa l’ermetismo. C’è, nei suoi versi, una ricerca consapevole e ostinata di un’idea di Alta Poesia, che si nutre di diversi materiali d’arte (musica, pittura, scultura). E’ una poesia che riscatta gran parte della poesia italiana del ventesimo secolo, che lui stesso aveva definito “Industria del cadavere / Si Salvi Chi Può”. Ma quella letteratura ufficiale da lui aspramente stigmatizzata, (“Vogliono creare un’arte nuova per forza di pettate! Questa civiltà letteraria mi ha messo addosso una serietà terribile. Perciò io sono anche tragico e morale. D’Annunzio è il Vate del grammofono, i futuristi rappresentano l’imperialismo borghese frasaiolo dell’Italia giolittiana, Benedetto Croce è il campione del nulla “), stenta, ancor oggi, ad includerlo nei suoi repertori come presenza consacrata.

7. Il sangue del fanciullo

La sua è una poesia che conquista, sia per quel suo furioso potente e straziante impasto verbale visionario, che per quel suo incanto notturno. E’ poesia fonico-musicale scritta apposta per essere recitata, è poesia di immagini–ricordi dei paesaggi toscani, che fa rivivere il grande Piero della Francesca, Michelangelo, Leonardo, ma anche Cezanne, i cubisti e i futuristi, ma è anche poesia con scaglie carducciane e dannunziane, che riecheggia i rondisti ermetici, anche se ha come punti di riferimento i suoi prediletti Baudelarie, Verlaine e Rimbaud, e poi gli americani, Poe e Whitman, soprattutto quest’ultimo, guida spirituale della sua poesia e vita. Infatti, scrive a Cecchi una lettera che è un po’ il suo testamento spirituale citando proprio i versi del poeta americano : “Se vivo o morto lei si occuperà ancora di me, la prego di non dimenticare le ultime parole del mio libro: ‘They were all torn /and cover’ d with / the boy’s blood’ ”. (Essi erano tutti stracciati e coperti con il sangue del fanciullo).
Chi sono coloro che si macchiarono del “sangue del fanciullo”?
Tutti: i genitori, i compaesani, i letterati dell’epoca. E gli psichiatri. Che usarono il poeta per i loro esperimenti con l’elettricità, quando l’elettricità era solo un esperimento punitivo. (Ci fu uno psichiatra che scrisse un libro su di lui che fu pubblicato proprio da Soffici e Papini per la Vallecchi: Vita non romanzata di Dino Campana).
La verità è che la vita di Dino fu un vero inferno, fin da ragazzo, e gli ultimi quattordici anni trascorsi in manicomio, dove morì di sifilide, non furono che il prolungamento estremo della sua vita tormentosa e dolorosa.
Carmelo Bene, che recitava Campana come nessun altro, prima di iniziare diceva sempre: è morto dopo quarant’anni di manicomio. Un giorno uno spettatore gli disse: “Scusi, Maestro, ma Campana in manicomio è stato solo 14 anni, dal 1918 al 1932, quando morì. Al che Carmelo scosse la testa: no, no, furono proprio quarant’anni.
E come dargli torto?

Roma, 12 maggio 2015

8 pensieri su “Dino Campana. Il sangue del fanciullo

  1. Pace non cerco, guerra non sopporto
    Tranquillo e solo vo pel mondo in sogno
    Pieno di canti soffocati. Agogno
    La nebbia ed il silenzio in un gran porto.

    Dino Campana

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  2. Amo Dino Campana. Non solo perchè proviene dalle mie terre d’origine, ma soprattutto per la sensibilità con la quale mi ha trasmesso le sue emozioni nei Canti Orfici. Mi ha completamente stregato, ed ha avuto una forte influenza nell’ultimo romanzo che ho scritto e completato da poco (ma non ancora pubblicato).

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  3. Intanto grazie a Fabrizio, che, con la sua infinita generosità, dà il massimo spazio possibile ai miei articoli.
    Sono contento di tutti questi ribblogamenti, così si allarga la cerchia dei lettori d’ un grande poeta spesso dimenticato.
    Grazie a Ema, che va sempre – con una sua lampada un po’ speciale – alla ricerca dei versi che sintetizzano meglio la personalità dell’autore, e ci azzecca spesso grazie al suo straordinario intuito e sensibilità lirico-musicale. In questo caso i versi sono ossimorici, ma anche surreali, ma anche sentimentali, legati a quella distesa della spirito a cui tutti agogniamo: nebbia silenzio e un gran porto, quella nostra Itaca da cui non siamo mai veramente partiti.

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  4. ho molto apprezzato soprattutto l’ultimo paragrafo, quello dove si evidenzia la parte dolorosa del “fanciullo”, quella parte fragile che non si può non amare …
    il film menzionato mi è piaciuto molto, soprattutto dove recita la poesia sulle rose …
    l’atmosfera del paesaggio, il mare in sottofondo …tutto molto suggestivo, anche i suoi sbalzi di umore.
    i miei complimenti ad Augusto che sembra afferrare bene la parte più intima di questo Poeta notturno.

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  5. Grazie, Carla. Caffè pagato. Hai detto bene, poeta notturno, potremmo dire lunare, sotto certi aspetti, per l’incanto di una poesia che la si sente con immediatezza, con l’orecchio e col cuore, per la sua musicalità. E’ stato l’ultimo poeta italiano moderno – scrive Vassalli – a coltivare un sogno di poesia popolare e di poesia orale, che, attraverso Carducci, gli veniva dal Rinascimento e andava oltre il suo tempo. Alcune poesie sono dei veri e propri recitativi , o dei cantabili, costruite su un ritmo di tango. Ma le sue pagine migliori sono, come sempre accade nella vera poesia, fuori da ogni tempo. Appartengono al segreto del cosmo, in cui ogni voce si fa mistero e “terribile” bellezza.
    Ad Alessio auguro ogni fortuna per il suo libro e a proposito della toscanità, pochi poeti lo sono stati come Dino Campana ( nelle sue poesie ci sono molti riferimenti ai paesaggi della Toscana e a grandi maestri della pittura toscanissimi come Piero della Francesca e Leonardo. Scrisse a Papini, nel 1913: “Ma se voi avete un qualsiasi bisogno di creazione, non sentite come monta intorno a voi l’energia primordiale di cui inossare i vostri fantasmi?”.

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