Perché di questo si tratta. 2.

povertà
B) Le parole della felicità inaugura una serie di scritti molto lunga e che continua tuttora. Gli argomenti trattati in questo saggio li ritroveremo anche nei racconti e romanzi venuti dopo. Cambierà la forma, lo stile, non la sostanza.
Se la scrittura è per te un mezzo di comunicazione teologica perché ad un certo punto hai pensato che raccontare storie fosse un modo più efficace e immediato per arrivare al cuore di chi legge?

F) La fede è un rapporto personale, dunque non è autentica fino a che non diventa storia, evento che unisce due o più persone in un legame inscindibile. La Bibbia stessa è un racconto, la cronaca di un amore annunciato, dell’incontro drammatico e felice tra Dio e l’uomo che ha creato, ma che spesso gli si rivolta contro. Non a caso Gesù, per proclamare il regno, ha scelto di narrare storie, come se l’unico modo per capirsi fosse coinvolgersi nel pathos di una narrazione, magari a puntate, come sono i miei libri.

B) E allora entriamo dentro queste storie. In Le parole della felicità scrivi: “La mia aspirazione è che queste pagine possano essere lette, anche, dalla casalinga in fila al supermercato, dall’impiegato che ha un momento di tregua, dal dirigente tra una riunione e l’altra, dalla baby sitter quando il bambino si addormenta, dal negoziante in attesa del cliente”.
Nel racconto che apre Guida pratica all’eternità, (2008) dal titolo L’editore, il protagonista dice che vorrebbe scoprire i nessi tra le cose, tra gli scaffali di una libreria e gli spazi vitali dell’esistenza quotidiana, le file al supermarket, gli insulti nel traffico, le preghiere o le bestemmie gridate in un momento di sconforto.
Quindi quella quotidianità spesso disprezzata, fatta di ore e giorni che si ripetono apparentemente sempre uguali, può diventare terra di esplorazione, forse l’unica rimasta, capace di offrire attraverso l’osservazione stupore e meraviglia, nonché specchio in grado di riflettere un tempo e uno spazio illimitati.

F) Certo. In fondo la fede è questo: una realtà trasfigurata, come le vesti di Gesù sul monte Tabor. C’è una luce che viene dalla piazza d’oro dell’Apocalisse, che sembra fatta apposta per dare un volto rinnovato alla realtà. Prego spesso con la sequenza allo Spirito, che recita così: Vieni Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. È precisamente quel raggio di luce a fare della vita quotidiana un’altra cosa. Non è un’evasione dalla realtà di tutti i giorni, ma un accedervi con un senso più ricco di significati. È vivere il cielo sulla terra, come gli orientali definiscono la liturgia.

B) Quello che colpisce dei personaggi che animano Guida pratica all’eternità – soltanto per citarne alcuni: Agatino, Antonio, Turi – è la solitudine. Molte delle storie raccontate nel libro sono tragiche, parlano di disagio esistenziale, droga, povertà, malattia. Tra l’altro, i protagonisti sembrano avere in sé il gene del disadattamento. Ciò che si impone al lettore è quello spazio invisibile che ad un certo punto inghiotte chi, vuoi per incapacità, vuoi perché privato di voce, vuoi perché nessuno l’ascolta, non riesce più a comunicare non soltanto i propri bisogni materiali, ma anche il mondo interiore fatto di emozioni, sentimenti, aspirazioni. Ed è come se una pagina, fittamente scritta, all’improvviso diventasse bianca. Emblematica a questo proposito è la storia di Agatino.

F) Chi vive il Vangelo, entra in contatto con i disperati, quelli che i francesi definiscono invisibili: termine quanto mai appropriato, dal momento che nessuno li vede, anche se passa loro accanto. Le loro storie non hanno editori né lettori, sono pagine bianche che a nessuno verrà in mente di notare. A meno che non arrivi un nazareno, Figlio di Dio, per dare un corpo a questa specie di fantasmi; a dargli, addirittura, il corpo e il sangue suoi. Solo allora risorgono, come l’adultera nel vangelo di Giovanni, o i dieci lebbrosi, o lo storpio alla piscina di Siloe.

B) I racconti Scacchiere e Mani sembrano stralci di un diario intimo, come tante altre pagine che compongono le raccolte Guida pratica all’eternità, Prê(tre) á porter (2010) e Non superare le dosi consigliate (2011). Gli eventi raccontati, soprattutto i ricordi, li riprenderai nei romanzi che verranno dopo.
La memoria, quindi, altro motore della tua scrittura. In un mondo dal passo veloce come il nostro si rischia di perdere il legame non soltanto con la memoria personale e familiare, ma anche con quella collettiva e storica. E sappiamo bene quali danni può fare uno sradicamento del genere.

F) La religione è memoria: chi è vivo ricorda, perché il suo passato ha un senso, una direzione che l’ha portato all’oggi e ne fa quello che è. Ma non basta ricordare, bisogna che qualcuno si ricordi di noi. Nella liturgia c’è una memoria speciale, l’anamnesis, in cui è Dio a ricordarsi di noi; e se ci Dio ricorda, tutto cambia. Basti pensare alla scena del cosiddetto buon ladrone, nel Vangelo di Luca; lui chiede a Gesù: “ricordati di me”; e Cristo risponde: “oggi stesso sarai con me in paradiso”. Se Dio si ricorda di noi, siamo già nel Regno. Io definisco lo Spirito la vita eterna qui. Se Dio si ricorda di noi, anche noi ci ricordiamo degli altri, e così la religione sarà fraternità, condivisione, incontro.

B) In appendice a Guida pratica all’eternità troviamo tre brevi storie raccolte sotto il titolo Vita da prete. Sono tante le pagine di Prê(tre) á porter e Non superare le dosi consigliate in cui racconti la tua “vita da prete”. Sembrano contenere un’urgenza, un bisogno di vedersi riconosciuta un’esistenza che vada oltre il nero di un abito. Nel racconto Ombrelli, contenuto in Prê(tre) á porter, scrivi: “Chissà che Agatino, l’uomo escluso e oscuro, non sia una profezia: il nero della vita che si trasforma, per miracolo, in un arcobaleno ridicolo e felice”. La riflessione sul valore e il senso del sacerdozio pervade tutta la tua opera; la ritroveremo, per esempio, in Ecco l’uomo e in Salva L’Anima, e non è mai una riflessione in astratto, poiché è sempre saldamente agganciata alla vita di tutti i giorni. Come per i Sacramenti, verrebbe da dire: i sacerdoti, questi sconosciuti.

F) Hai ragione: i sacerdoti, ancora oggi, sono dei marziani, per la maggior parte della gente. Il prete fa una scelta incomprensibile, per la perdita del senso positivo del limite. La rinuncia è considerata una follia. Forse, se ci fosse più amore, sarebbe più facile comprendere le vocazioni alla vita consacrata. A questo c’è da aggiungere che non mancano sacerdoti e religiosi che interpretano la loro vocazione in modo ambiguo, deviante: per esempio con manie di carrierismo o di potere. In quel caso, lo confesso, sono dei marziani anche per me.

B) Molte pagine di Prê(tre) á porter e di Non superare le dosi consigliate, sono dedicate a don Mario Torregrossa. Ma don Mario occupa un posto centrale in tutta la tua opera. Quello che si percepisce è sempre e comunque un sentimento di gratitudine e di profonda malinconia. Penso sia difficile racchiudere in una definizione la tua relazione con don Mario. E se la quotidianità condivisa ha rappresentato il tempo e lo spazio privilegiati, uno dei luoghi dell’anima della vostra storia sembra essere Loreto, luogo-simbolo di don Mario, molto presente anche nelle poesie contenute nella raccolta Nomen Omen.

F) Don Mario è stato la mia guida, colui che mi ha orientato nella giungla della vita. Mi ritengo fortunato, perché poche persone al mondo, a mio parere, sono capaci di amare come lui. Alcuni aspetti li comprendo solo adesso. È l’uomo del vangelo incarnato, dell’intreccio inestricabile con la quotidianità di cui mi parli. E in questo senso, con lui, ogni luogo diventava importante: soprattutto, ovviamente, quelli che in maggior misura hanno ispirato la sua storia di fede, come il santuario di Loreto. Don Mario riusciva a trasformare tutto quello che toccava, lo riempiva di luce, di senso, del suo amore originale per la vita.

[L’immagine è tratta da qui]

4 pensieri su “Perché di questo si tratta. 2.

  1. “Il prete fa una scelta incomprensibile, la perdita del senso positivo del limite” travolto da una vocazione, in grembiule e stola, “che fascia le ferite della terra” e rapisce nella nube divina.
    In lui tutto è grande: le “parole, frantumi del Verbo” come il gesto del samaritano e il pane che transustanzia nelle sue mani.

    Grazie Fabrizio.

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  2. ” Il Regno dei cieli è per quelli che pongono la loro sicurezza nell’amore di Dio, non nelle cose materiali.”
    Papa Francesco

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