In fretta, lentamente, di Riccardo Ferrazzi

In Anzianifretta, lentamente, tutto cambia

I miei coetanei penseranno “sai che novità”, mentre chi ha venti o trent’anni alzerà le spalle. Ma non c’è niente da fare: ognuno sperimenta certe cose una volta nella vita e, quando gli capita, ha l’impressione di averle scoperte lui. E le dice.
Ci sono epoche in cui i nostri sogni, i nostri obbiettivi, le cose in cui crediamo di trovare il bello della vita, cambiano. Succede per esempio nell’adolescenza, quando l’irrompere della sessualità fa perdere il senso di mistero che tanto ci piaceva nei giochi dell’infanzia. Ma il cambiamento dell’adolescenza lo viviamo come un progresso, uno sviluppo, un miglioramento. Passate le prime incertezze, ci tuffiamo nella novità, ben contenti di farlo.
I cambiamenti successivi sono più sottili. Ognuno vive a suo modo la scuola, le prime esperienze lavorative, l’abbozzo di una carriera. Ma tutti siamo chiamati a farci concavi e convessi per affrontare le svolte della vita, e prima o poi ci ritroviamo così deformati che, guardandoci indietro, non sappiamo più dire qual era, quale avrebbe dovuto essere, la nostra vera forma.
Viene il momento in cui uno ricorda che avrebbe voluto diventare filosofo o ammiraglio o amministratore delegato, e si accorge di essere diventato tutt’altro: pasticcione e incoerente, dilettante in barca a vela, dirigente dalla carriera lasciata a metà. E si domanda: qual è stato il punto in cui ho incontrato l’ostacolo che non ho saputo superare? E questa incapacità era esterna, oggettiva, o me la sono sentita nascere dentro, al punto che, in fin dei conti, posso dire di essere stato io a rinunciare, ad accontentarmi?
Lentamente, eppure a velocità supersonica, si va in pensione. Poi un giorno uno fa due conti e capisce che gli restano da vivere soltanto una decina di anni, tutt’al più quindici (e non è neanche detto che saranno anni di buona salute).
Anche con un orizzonte così limitato non è impossibile trovare nuovi interessi, ma il crollo dei vecchi miti mi lascia sconcertato. Che senso ha più guidare una Ferrari? Riuscirei a rincorrere una ventenne senza sentirmi ridicolo? (Sì, lo so: Berlusconi lo farebbe. Ma io mi vergognerei). Certi cibi che mi piacevano tanto non li digerisco più. Il vino lo degusto a piccoli sorsi, la grappa quasi me la sono scordata. Eccetera eccetera.
Ripeto: si troveranno nuovi interessi, qualcosa si farà. Ma abbandonare i sogni, i miti che ho inseguito per tutta una vita, non è facile. È come sentire un vuoto in mezzo al petto. Capitano giorni in cui dimentico le circostanze e penso di organizzarmi un safari in Africa o di partecipare alla Mille Miglia. Mi faccio un film come se avessi ancora l’età per certe cose e devo interromperlo prima che arrivi al culmine, perché ci sento dentro qualcosa di stonato, sbatto le palpebre, e mi rendo conto che è un film, non la realtà.
Tutti sanno che la vecchiaia è piena di rimorsi e rimpianti, ma nessuno sa quando comincia e quanto durerà. Tutti si illudono che sia qualcosa come il clic di un interruttore, che arriva dalla sera alla mattina ed è come voltar pagina in un libro di racconti: finito uno, ne cominci un altro. Invece la vecchiaia è un processo, lento finché guardi avanti, velocissimo quando ti volti indietro. Si invecchia e non ci si vuole credere. E si cercano mille ragionamenti, storici, sociali, di costume, per dirsi che una volta non era così, che in futuro sarà cosà. Il sottinteso è: non è giusto! Ma cosa c’è di giusto nella vita? Si invecchia. Punto e basta.

È possibile che un ventenne legga questo post e arrivi fin qui? Non credo. Ma se pure ci fosse, rivelargli queste cose non gli rovinerà la vita: tanto, non ci crederà. O ci crederà senza “sentirle”. Quando poi arriverà a constatare che purtroppo è davvero così, concluderà: sì, me l’avevano detto; vuol dire che non c’è proprio niente da fare.

Le cose cambiano

Giuro: fino a quarant’anni non ci pensavo. O meglio, l’idea mi dava un vago fastidio e la scacciavo senza stare a pensarci troppo. Poi, a poco a poco, ho cominciato a essere spiacevolmente sorpreso da certe notizie. Improvvisamente mi accorgo che questa o quella cosa non c’è più, e la scoperta mi colpisce come una pugnalata.
Uno nasce in una città, poi la vita lo porta da un’altra parte. Ma nella sua testa rimane sempre là, continua a vedere gli stessi amici, a bere il caffè in quel bar, a frequentare negozi, ristoranti, ritrovi; sempre quelli. Non si accorge che intanto il tempo passa. Per caso, un giorno torna. E l’esperienza è traumatizzante. Il bar non esiste più. La via dove abitava è stata riedificata, ristrutturata, stravolta. I suoi punti di riferimento sono spariti. E ha la sensazione di ritrovarsi con tutte e due le gambe amputate. Esclama: “Mi hanno portato via metà della mia vita!”
Incontra un vecchio conoscente, gli confida questo sentimento, e quello lo guarda sconcertato: lui, che non si è mai mosso di lì, ha visto succedere i cambiamenti uno dopo l’altro, li ha presi (com’è giusto) per cose normali e non capisce perché diavolo chi torna dopo tanto tempo dovrebbe sentirsi spaesato.
Ha ragione lui. Eppure la sensazione di aver perso per sempre qualcosa che consideravi parte di te è troppo forte per liquidarla con un’alzata di spalle. Come mai? ti domandi. Oltre a diventar vecchio sono diventato anche un conservatore miope, un misoneista, uno che non accetta il progresso?
Ma no. Ci sono un sacco di cambiamenti che approvo toto corde. I nuovi grattacieli di Milano, per esempio. Tanti li discutono, li criticano, li detestano, ma a me piacciono.
E ci sono parecchi cambiamenti che vorrei. Nella dottrina della Chiesa cattolica, per esempio.
Ma ce ne sono altri che mi sbilanciano. Persone che invecchiano. Persone che muoiono. E uno dice: beh, che c’è di strano? È normale invecchiare. È inevitabile morire. Ma è una ferita lancinante quando sei soprappensiero e ti domandi come si fa in questo caso? A chi posso chiederlo? A mio padre. E impieghi dieci lunghi secondi a realizzare che tuo padre non c’è più.
Questo, si sa, capita a tutti. Ognuno deve imparare a convivere con l’assenza delle persone che hanno significato tanto per lui. Ma a volte è perfino più sconcertante accorgersi che non è più qui il tale amico, il tal compagno di scuola, la tale ragazza che…
E poi, come dicevo, cambiano i luoghi, le città, gli ambienti e i paesaggi. Ma perché i cambiamenti devono essere così dolorosi? O meglio: perché certi cambiamenti diventano dolorosi?
Evidentemente il motivo sta in noi. Intorno a quei luoghi, a quelle persone, abbiamo costruito nel tempo delle abitudini che hanno preso un aspetto rituale. Non ce ne rendevamo conti, ma girare l’angolo e vedere quel tale edificio, col bar strizzato fra la banca e il parrucchiere, ci dava sicurezza. Trovare l’edificio abbattuto e ricostruito in modo completamente diverso, è sconcertante. È come sentirsi togliere la sedia sotto al sedere.
E uno pensa: è colpa mia. Non avrei dovuto costruirmi questi riti inutili, che mi condizionano e servono soltanto a procurarmi delusioni.
Ma non è così. I riti sono necessari, importantissimi. Una sequenza di fatti, immagini, comportamenti, che si ripete sempre uguale senza che ne segua un danno, è come un percorso sicuro in un campo minato. I riti servono a combattere l’ansia, a illuderci di saper dominare la paura.
Paura di che?
Arrivate alla mia età e lo saprete. Anzi, a dire il vero, lo sapete anche oggi, ma non volete confessarlo (soprattutto a voi stessi). E fate bene, perché avete una vita da vivere e non potreste affrontarla con la rassegnazione di chi non ha più speranze.

7 pensieri su “In fretta, lentamente, di Riccardo Ferrazzi

  1. Caro Riccardo,
    la diagnosi è comunque infausta, ma potersela scrivere lucidamente da sé la rende forse meno dura.
    Ciao,
    Roberto

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