Alberto Toni, Vivo così.

Cuculo
Alberto Toni, Vivo così, Nomos Edizioni.

Di Rosa Salvia

La poesia di Alberto Toni è a mio avviso una forma eretica di esistenzialismo (ne è conferma questa nuova raccolta) che trova riscontro nell’antinomia filosofica fra determinismo e libertà: dove la libertà è affidata all’imperfezione, all’asimmetria, al dubbio, alla “precarietà ermeneutica” come precisa Mario Santagostini nella prefazione al libro. Peraltro il ricorso alla levità della linea “antinovecentesca” e “postermetica” (Saba, Penna, Caproni) porta nel pieno della ricerca stilistica più moderna e anticonvenzionale.

L’impressionismo lirico si sposa armonicamente con una sempre instabile dimensione narrativa ed il reale si dissolve in frammenti lividi e inquieti: Di quante stelle hai bisogno? / Alzavo le mani per te, per loro / assumevano un colore livido, in marcia / senza risorse d’acqua. Una carovana, / specialmente nel primo torpore dell’alba, / li sentivo arrivare nel saluto che disegnava / netto il volto e l’abito di tutti i tempi. (pag. 55)
O al contempo pervasi di limpida dolcezza come questi versi che aprono la raccolta: Vivo così: d’attesa, / spergiurando su cosa mai può essere: / cuculo, tortora d’attesa. Oscilla il lume, / la calda mano degli altri. (pag. 21)
Nel mentre gli interrogativi esistenziali emergono quasi ossessivamente privi di risposte.

Sul piano metrico, attraverso la personalissima orditura musicale: mascheramento delle rime con assonanze, lo sfumare dell’endecasillabo fino ad arrivare per esempio al decasillabo a tre battute, alternato però sempre ad altri versi anche irregolari, domina una libera polimetria e il fluire dei versi diviene talora quasi epigrammatico: E’ un cambiamento di stato. / Quando l’albero cresce si ingrossano / le radici sull’asfalto. Se tremi è per la voce / debole, la fissità dello sguardo, a volte. (pag.25)
0 ancora: E’ un verso che si distende lento. Una puntata / di spina che sorprende il mio fianco debole. / Liceità di sorpresa. (pag. 41)

I singoli intarsi, tendenzialmente brevi, istantanei, testimoniano la fragilità e l’ambiguità della condizione umana: Se ti dovessi dire i nomi più non li distinguo / di tutte le sapienze o appena brevi frasi / pronunciate. Gli abiti, la statura, un vago / sentore scagliato. Restituisco poi la mia / versione dei fatti / se sarà plausibile. (pag. 89)

Come si evince da quanto detto, Vivo così (già il titolo lo fa intuire) indica quegli istanti della vita quotidiana in cui, in un baleno, è possibile intravedere un (non il) senso della realtà, il suo segreto intimo pathos che appare rocamente governato dallo stile della “distanza” e dall’autocontrollo. Alberto Toni non guarda a una lirica pura, a un gioco di suggestioni sonore, ma piuttosto a una sorta di ‘scatola’ che contenga i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Vista da questa angolazione, la mia ‘lettura’ mi consente un riferimento a Le occasioni (1939) di Eugenio Montale.
Inoltre l’impressione di astoricità che la poesia di Alberto Toni (così come la poesia di Sandro Penna) lascia talora al lettore non è legata a un’assenza di referenti reali del discorso poetico, quanto alla mancanza in essi di quei filtri ideologici che condizionano la rappresentazione del mondo nella contemporaneità.
L’io autobiografico e l’io “universale” si intrecciano in un punto di equilibrio realizzato e convincente tra realismo e surrealismo, supportato sia da un uso più inventivo di metafore e analogie: E’ l’albero metafisico nell’aria nuova, /sempre un leccio. L’ho visto salire / in vetta, sporgersi al riparo. Di che? Non l’ho mai / toccato, nemmeno le radici ho spiato per fatti / personali o distrazioni. La faccia del giardiniere, / quella sì, resta come un orologio che mi scandisce. (pag. 92), sia anche da un impressionismo tenero ed arioso in linea con la poetica del Pascoli come in questi versi: Un diario di alterità. / Corpo e prigione ma anche a un passo il gelsomino / tutto per te è fiorito. / Senti il vestito che ti va stretto / e non rinunci al sorriso. / Qualcuno penserà: quelle / aeree parole in cima alla collina / serviranno al risveglio. (pag. 32)
O ancora: Dammi il giusto fiato nell’ora più calda. / Nulla si è mosso. Lo accetto ed è la preghiera / mia per non dimenticarti. (pag. 90)

Molto bello anche questo componimento:
Dipingevano abbracci, / solitudini. / Me li ricordo al commiato, quel dire / non trapela al dialetto più chiuso / è un impeto di cordialità. / E’ filato via come l’incontro del Dio prossimo / e ribelle. Ma queste sono le sue Scelte, i saluti /che restano, tempestano di un’acqua che ribolle. (pag. 35)
Il cromatismo e la sottile sensualità di questi versi mi richiamano alla mente una silloge di Alfonso Gatto: Rime di viaggio per la terra dipinta (1969) che rientra nell’ultima stagione del poeta, ancora fertile di rinnovata ricerca stilistica, diario di un itinerario in versi attraverso la “terra dipinta“ dell’esistenza (non si dimentichi la fondamentale esperienza come pittore di Alfonso Gatto).

E quel risparmiare al massimo il rumore delle parole, a dirla con Giorgio Caproni, è dal mio punto di vista l’espressione più alta dell’arte poetica di Alberto Toni:

Raffaele, operaio della Fiat, la notte al muletto,
è solo un tempo fantasma
che racconta di sé e del dolore non smette
mentre dall’altra parte il nipote non sa,
poi chiude gli occhi per pensare al domani.
Forse, si chiederà più tardi, il tormento
non passa così in fretta e ci sarà bisogno
di ricordare.
(pag. 22)

*

Era l’eterno sorriso all’origine.
Poi fu l’alterno sorprendere dei momenti,
la ruota del prenderti e non prenderti,
sospendere il giudizio, spostare l’idea di Dio
e del firmamento. Non calibrato e previsto
si fece strada un documento scritto d’amore
e forza.
(pag. 28)

*

Il tratto dei misteri ci dice che domani
compiremo il viaggio di conoscenza.
Dio lo sa nel silenzio che attraversiamo,
in folle corsa e minime pause stagionali.
Un raggio finale e doloroso.
E tutti gli oggetti allineati sul tavolo
per il ritorno.
(pag. 31)

*

Vanno ancora avanti schiere di claudicanti.
Tutto può accadere in quest’ora di miseria.
La piazza è libera.
Seguivano Dio
fino alla fine.
(pag. 49)

*

Una madre accanto, in sovrapposizione,
mentre i bambini si godono il mare
lontano, più lontano da ciò che verrà.
Crescono tra il mare e la città,
linea d’ombra, vita e sorgente
e l’ineffabile che ha il nome
dell’ansia congenita della sfida in avanti.
Nominati all’ascolto, mentre il corpo
già tormenta l’asfalto con fatica dei tanti
che verranno forse dopo a rinominarlo, l’assente.
(pag. 56)

*

Il giorno è benedetto perché è nuovo.
Sollevo la mia necessità da terra, lascio stare
le macchie sul pavimento, distratto per un attimo
dal titolo di giornale, ardo, consumo, come
l’ombra seduta al tavolino, povera l’ombra
più non vedo oltre la pagina, lontano.
(pag. 72)

*

Ah che sofferenza il vuoto della coscienza.
E resta il segno negli occhi tuoi indifesi,
al pari del non ricambiato, del ritratto,
se non lo vedi e loro ormi abbandonano,
la scena, la piazza. L’ultimo proprio oggi
che risalta, stride.
(pag.78)

*

Quel parlar forte nelle luminarie
al volo della colombina. Te lo ricordi?
Pianti di giovinezza, ma se ora non regge
la visione, qualcuno tornerà a dirlo.
Succede così che all’urto tra passato
e presente l’altro da sé sorride scavalcando il muro.
(pag. 61)

Un pensiero su “Alberto Toni, Vivo così.

  1. Solo ora leggo la mia nota di lettura sulla silloge poetica di Alberto Toni. Ringrazio il nostro don Fabrizio che accoglie i miei interventi sempre con disponibilità e interesse. Rosa Salvia

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