Le voci del Pretorio. (Una storia incredibile). Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano

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Antefatto

Quando siamo stati ragazzi noi non esistevano pc, né telefonini. Non è stato tantissimo tempo fa. Noi siamo stati ragazzi negli anni ’80. Mi sembrano ancora così vicini. Come sarebbe stata la nostra vita da adulti senza questa tecnologia? Ci hai mai pensato?
Mi è venuta così l’idea di spedirci solo lettere scritte a mano. Che dici? Un po’ per gioco, un po’ per non morire. In realtà, perché forse siamo tutti impazziti. Non riesco a spiegarmi per quale ragione sociale o psicologica, ciascuno di noi vuole essere diverso da quello che è. Vuole trovarsi in un posto diverso da quello in cui si trova. Vuole essere un altro. Vuole essere altrove.
Siamo strani? Che dici? Io dico di no. Pensaci. Non esiste nessun social network capace di riprodurre il nostro dialogo. Per la semplice ragione che questo non è istantaneo. Dalla nostra noi abbiamo avuto il tempo. Il tempo che scorre, il tempo che trasforma, il tempo perso. Tutto si può dire della nostra esistenza, salvo che sia stata piatta. Per questo non sopporto le parole lisce del pc. Quelle che non tocchi, che è facile fraintendere perché non hanno tempo, e per questo non hanno carne, non hanno memoria. Le parole troppo dolci, un po’ puttane, oppure troppo dure, perentorie come una sentenza. Preferisco le parole indossate dal tempo. Queste parole hanno tre dimensioni come noi stessi. Sono parole vive. Se penso che ormai viviamo in un cimitero globale, capisco perché queste parole sono cadute in disuso.
Ma c’è anche un’altra ragione per la quale ti propongo questo gioco. E non ha nulla a che vedere con le parole. Almeno quelle scritte. Le nostre parole saranno inascoltabili. Grazie a questo crepuscolare recupero di una pratica del passato saremo assolutamente certi di non essere intercettati. Di essere noi due soli, gli unici testimoni volontari del nostro stesso dialogo. Sì, perché non voglio rassegnarmi a finire come Gene Hackman ne la Conversazione. Non voglio impazzire alla ricerca di una cimice nel mio appartamento. Smantellarlo pezzo per pezzo, e poi esausto gettarmi a terra, dentro un scenario distrutto, con una panoramica dall’alto come se fosse l’occhio indiscreto di una telecamera di sorveglianza. Non avrei altro da fare che disperarmi. A differenza di Harry Caul, il protagonista del film, infatti, non so suonare il sassofono.
E’ tutto qua. Sai, Giovanni, mi sento carico. Anzi, mi sento adeguato rispetto a quello che ci sta capitando. Da sempre, faccio ogni cosa con il sentimento che non avrei dovuto farla. Credimi, non è facile fare il giudice con tutta questa ansia. Adesso ho l’occasione di allineare tutto dentro di me. Potrò finalmente mettere tutto a posto. E tu? Fidati, non credo che molti altri abbiano mai avuto questa fortuna. Alla fine scriverai la storia più incredibile che poteva capitarti.

* (Angelo Ascoli è direttore di Diva e Donna)

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