Etica della Comunicazione. Sara Rocutto intervista Guido Michelone

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Nel solco di padre Luigi Bini

L’uscita del nuovo libro curato da Guido Michelone dal titolo Etica della comunicazione, uscito presso Educatt dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, offre lo spunto per porre all’insigne docente, nonché collaboratore de ‘La poesia e lo spirito’, alcune domande di scottante attualità in riferimento ai temi svolti nel libro medesimo.

Professor Michelone: in breve, di cosa parla il libro?
Di etica della comunicazione riferita soprattutto ai mass media, con una parte teorica all’inizio e una pratica, dove si affrontano alcune tematiche in ambito cinematografico, musicale, pubblicitario. Non caso il sottotitolo dice Teoria, film, video, spot, rock perché sono questi gli argomenti trattati in chiave appunto etica. Ma non l’ho scritto io, l’ho solo antologizzato con alcuni saggi significativi di Colombo, Lever, Rivoltella, Zanacchi, Gatti, De Berti, Chiarulli, e con le schede di padre Luigi Bini, per predisporre una dispensa soprattutto per gli studenti di Accademia di belle arti, dove queste materie sono nuove ai più.

Cosa significa oggi parlare di etica della comunicazione?
Etica è una parola che deriva dal termine greco ethos, che significa carattere, comportamento, consuetudine. Già nell’antichità i filosofi ateniesi avevano una disciplina chiamata appunto etica che cercava di studiare, o meglio di scoprire i fondamenti razionali delle azioni umane, per distinguerle o classificarle in buone e cattive: insomma il bene e il male, alla base di quasi tutte le religioni del mondo. A maggior ragione, oggi, è indispensabile avere anche un’etica della comunicazione, intesa qui come comunicazione di massa. È indispensabile conoscere i meccanismi che presiedono al funzionamento dei media, che propongono un’etica più o meno condivisibile a seconda dei casi. Ma il rapporto media/etica è assai complesso perché i due si influenzano a vicenda.

Poi nel testo affronti anche il tema dell’etica legata ai film: “I giudizi etici sui testi filmici sono spesso confusi ed affrettati: persino alcuni organismi cattolici talvolta non sfuggono a mediazioni superficiali o impressionistiche, giacché mancano di una serie di adeguate competenze di tipo estetico-culturale e tecnico-linguistico”. Vale per il tempo passato o anche per il presente?
Vale per tutto e per sempre. Se si considera un film come opera d’arte, va giudicato con i parametri della critica e dell’estetica e non basandosi su impressioni di tipo moralistico: la parolaccia o la donna nuda in un film possono risultare rispettivamente volgari oppure oscene non di per sè, ma a seconda del contesto di rappresentazione, cioè funzionali alla serietà del discorso dell’autore. Se, per esempio, un regista gira un film di denuncia sul mondo della droga è logico far parlare gli spacciatori, non come damerini, ma in maniera sboccata, e via dicendo. Ancora fino agli anni Settanta del secolo scorso, quando il cinema era un fenomeno di massa forse più invadente della televisione, i cattolici utilizzavano ancora una sorta di libro nero, in cui i film venivano classificati come eticamente accettabili o no, con tutta una serie di gradi intermedi o di sfumature più o meno variegate. Spesso a compilare questi elenchi erano persone preparate sia dal punto di vista della comunicazione e della cinematografia sia sul piano teologico. Paradossalmente, questo lavoro non di censura, ma di segnalazioni etiche o giudizi morali con l’avvento delle tivù berlusconiane non c’è più stato, proprio nel momento in cui via via l’emittente privata assumeva tratti di volgarità inconcepibile.

C’è qualche esempio significativo da prendere in considerazione?
Sì; ci sono i film che più o meno direttamente si occupano di etica, anche di etica della comunicazione: si pensi agli ultimi due film di Paolo Sorrentino, peraltro alquanto discussi, La grande bellezza e Youth. Ma anche Nanni Moretti è un regista a suo modo etico quando si occupa di temi politici (Il caimano, Palombella rossa) e quando affronta problemi individuali (La stanza del figlio, Mia madre). E poi c’è un modo etico di criticare, recensire, giudicare un film, come faceva soprattutto il gesuita padre Luigi Bini dagli anni ’50 ai ’90, tra i più grandi di esegeti del cinema quale percorso e strumento etico, con un senso raro della deontologia professionale applicata via via al cinema, ai mass media, al giornalismo, all’insegnamento. Nel solco di Padre Luigi Bini io continuo a scrivere, e a lui è idealmente dedicato il mio libro.

Guido Michelone, Etica della comunicazione. Teoria, film, video, spot, rock, Educatt. Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano 2015, pagine 128, euro 6,50.

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