Perché di questo si tratta. 4.

Caravaggio Matteo
B) In Non superare le dosi consigliate affronti una riflessione sull’esistenza attraverso le opere di Caravaggio. Perché Caravaggio?

F) È di gran lunga il mio pittore preferito: forse perché intreccia l’arte e la vita in quel modo inestricabile di cui parlavo sopra. Il suo realismo è al tempo stesso il timbro utopico di chi aspira a fare una cosa sola di forma e contenuto.

B) A un certo punto, questi frammenti di vita o tessere sparse di un mosaico, come le chiami, hai sentito il bisogno di raccoglierli e intrecciarli in una trama, passando dalla forma breve al romanzo.

F) Penso che prima o poi sia inevitabile avvertire la spinta a prendere il largo, ad avventurarsi in un progetto che richieda più tempo e attenzione, e che dia soddisfazioni sostanziose. Siamo a immagine del Dio creatore, ed è insito in noi il bisogno di trovare storie, di seguire percorsi che prevedano gli alti e i bassi, i successi e i fallimenti, le sorprese continue della vita, e il desiderio di coinvolgervi il lettore.

B) Il tuo primo romanzo, Ecco l’uomo, (2011) è dedicato a don Mario Torregrossa. Nel libro racconti non soltanto aneddoti sulla vita di don Mario, ma anche il riflesso che la sua presenza ha avuto sulla vita delle persone con le quali è entrato in contatto. Quando don Davide, il protagonista, riceve l’incarico di fare indagini su don Mario chiede: “E che ha di tanto interessante, questa vita?”

F) In effetti, trattandosi di don Mario, i fatti non riguardavano mai soltanto lui, ma coinvolgevano persone la cui vita veniva rovesciata da una sua parola, da un suo gesto. Poche esperienze possano essere così feconde e contagiose. Era impossibile incontrarlo e non mettersi in qualche modo in discussione, non riflettere sulla natura e la qualità delle proprie posizioni esistenziali, perché metteva tutto se stesso in ogni cosa e ti costringeva, con l’esempio, a fare altrettanto.

B) “La formazione spirituale è tanto più felice quanto più le sue singole fasi assumono il carattere di esperienze”, scrive Hofmannsthal. Sembra essere il metodo formativo seguito da don Mario.

F) Sì, per don Mario ciò che restava teoria non aveva incidenza nella formazione. Anche un’attività pratica come il volontariato diventava incarnazione della Parola di Dio nelle singole storie. Una volta, un benefattore mi disse che con lui ogni fatto diventava evento, gli trasmetteva un’impronta originale e irripetibile. Quando si dice che la fede è memoria, penso che ciò valga soprattutto per chi è stato suo discepolo: ogni esperienza vissuta con lui diventava un ricordo incancellabile.

B) Fiducia, speranza, pazienza. Tu le definisci parole chiave. Mi hanno fatto venire in mente il cuore, il fegato e il fiele del pesce ucciso che l’angelo consiglia a Tobia di portare con sé nel suo viaggio. Non medaglie da appuntarsi al petto o qualcosa che si offre o si chiede o si cerca, ma piuttosto virtù che occorre imparare ad esercitare. E lo stesso discorso lo si potrebbe fare per l’amicizia.

F) Esatto. Don Mario aveva chiarissimo il principio che nella vita umana si procede per alternative: vita o morte, bene o male, vizi o virtù. Aveva un suo metodo particolare, con cui ricostruiva una sorta di albero genealogico dei talenti e dei difetti, delle doti e dei peccati, facendo discendere – e conseguentemente risalire – alle conseguenze ultime di ogni scelta morale dell’uomo. Il bene aveva sempre come esito finale la gioia, il male la tristezza.

B) A proposito di santità, nel libro scrivi: “La santità è qualcosa che ci sfugge, è come un sogno. Ha una logica che sguscia come un pesce dalla rete, come la felicità da un cuore che la pretende a tutti i costi”. Forse la difficoltà sta proprio nel fatto che è impossibile spiegare l’inspiegabile. Lo stesso vale per la fede. Sembra che fede e santità siano più semplici da incontrare o realizzare, se così mi posso esprimere, quando si è soprappensiero piuttosto che intenzionalmente. L’intenzionalità è sempre un po’ sospetta.

F) Devo dire, però, che don Mario era anche un po’ tomista: come l’Aquinate, aveva la capacità di parlare delle cose del Cielo con un realismo impressionante. E’ la virtù di certi santi e finisce con l’essere, come tutto il resto, contagioso: anch’io mi sorprendo a pensare assai concretamente su questioni teologiche, temi campati per aria, per qualcuno, e che invece hanno la stessa consistenza del bere e del mangiare.

B) “La felicità è una nota a pie’ di pagina. Sono molti quelli che leggono saltandola, perché è in carattere più piccolo, si fatica a fermarsi, a spostare lo sguardo, a cambiare prospettiva. (…) Viviamo all’ingrosso, sorvolando sul dettaglio che rivela la fonte da cui proviene tutto. Culliamo l’illusione di vivere di slancio una gioia divisa dalla matrice profonda; ma il percorso è inverso; ci è stato dato un codice con gli elementi del flusso vitale, l’energia che ridà vita agli atomi della nostra struttura personale: è il dono per antonomasia, la memoria che occorre custodire”, scrivi nel libro.
Ma per far questo è necessario anche imparare a perdere tempo e fare spazio, dopodiché accogliere il vuoto che si crea, quel vuoto che tanto ci spaventa e che cerchiamo di soffocare e riempire in modo spesso bulimico con mille interessi e altrettanti impegni. Inoltre ritorniamo al discorso fatto precedentemente sull’attenzione.

F) Hai detto bene: perdere tempo. Sapersi fermare sulle cose apparentemente inessenziali, in un mondo in cui l’idolo è il mercato: la meditazione, l’ascolto, l’attenzione, appunto, la preghiera. La fede è fare spazio, in effetti, non avere paura del vuoto che pare spalancarsi, e che invece è il grembo materno in cui ogni essere creato prende vita. Se imparassimo ad accogliere gli scarti dell’industria, le scorie dell’efficientismo, se aprissimo le orecchie al canto degli uccelli, al rumore del vento, al fruscio delle foglie, cominceremmo a sentire anche il grido dell’oppresso, il rantolo del moribondo, il gemito sordo del malato. E non a caso Matteo, nel suo Vangelo, dichiara che su questo saremo giudicati. Su una nota a pie’ di pagina, un dettaglio che sfugge alla massa sempre in fuga da se stessa.

7 pensieri su “Perché di questo si tratta. 4.

  1. CORPUS DOMINI 2015

    L’Amore dell’anima mia
    nel pane ha il suo nascodiglio,
    una briciola
    mi straripa,
    riaccende la mia cenere
    e moltitudini amanti e schiere d’angeli:
    paradisi in amore nel mio amore.
    E Tu, tutto in tutti
    tutti ami
    e in tutti
    Te stesso ami.

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  2. Grazie!
    io intanto mi riposo un po’
    tanto amore e tanto dolore mi hanno un po’ provata
    vai avanti tu che almeno cali un po’ di chili| :)

    cosa ho fatto per meritarmi tutto questo? credo di non rendermene conto, pienamente, la mia mente IMPAZZIREBBE davvero di GIOIA

    baci

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  3. ” Il segreto della vita cristiana è amore. Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nei cuori.”
    Papa Francesco

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  4. ” Continuate senza stancarvi il cammino intrapreso per essere dovunque testimoni della croce gloriosa di Cristo. Non abbiate paura! La gioia del Signore, crocifisso e risorto, sia la vostra forza e Maria santissima sia sempre al vostro fianco.”
    Giovanni Paolo II

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  5. Caravaggio. Don Mario. Fiducia, speranza, pazienza. Santità. Felicità. Tempo.

    Parole chiave anche per un’intervista al nostro “io”.

    La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di se stesso. I. Calvino

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  6. Che cos’è, scegliere la parte migliore, Rabboni, Maestro mio, se non “la disponibilità a lasciarmi inondare da Dio”: Acqua viva per dissetarmi e dissetare, perchè “infinita come Lui è l’inquietudine dell’uomo”, un “sospiro ch’è udito dalle stelle”.
    Siamo figli del mattino di Dio, il suo svegliarsi, in un silenzio divino, sulla terra rossa e l’aprirsi dei nostri occhi sul Volto suo e quello dell’altro, carne come la mia, quando “avevano ancora/ un sorriso innocente/ le cose” e poi una solitudine di morte e l’errare nell’inguaribile nostalgia del giardino e del desiderio di quella “santità sfuggita da un cuore che la pretende a tutti i costi”, fino all’aprirsi della Mitezza del cielo: l’incarnarsi dell’Amato che riporta all’Amore: “Amerai il Signore Dio tuo e il prossimo come te stesso, fa’ questo, disse Gesù, e vivrai”.
    Amore dell’anima mia che mi sei “intimior intimo meo” e mi profumi l’anima, disseminato nel mondo, sei ancora Tu “che odori in ogni carne”.

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