Vivalascuola. L’università contro la scuola di Renzi

Vivalascuola presenta 100 voci di docenti universitari a cui abbiamo chiesto 5 righe sul DDL sulla scuola in discussione al Senato, accompagnate da una riflessione di Giovanna Lo Presti. Una raccolta di dichiarazioni in cui emerge la pluralità e varietà delle voci, ognuna con un proprio timbro e con lo spessore di una storia e una cultura, eppure tutte convergenti non tanto nella contrarietà alla “Buona Scuola” di Matteo Renzi, quanto nella difesa dei valori dell’istruzione e della formazione. Così, mentre larenzianissima” delle riforme non supera l’esame di costituzionalità in Senato, il Presidente del Consiglio, dopo aver unito il fronte sindacale, riesce anche nell’impresa di colmare il tradizionale scollamento tra scuola e università. In pochi giorni tanti docenti hanno risposto al nostro appello che lamentava la scarsa presenza dell’università nel dibattito sulla “riforma“. E il giudizio è pressoché unanime: questo DDL vuole riportare quella che è stata una delle scuole migliori al mondo alle vergogne del Ventennio: gerarchia e autoritarismo. Con l’aggiunta delle vergogne dell’oggi: marketing, aziendalismo, svalutazione dell’istruzione. Anche stavolta Matteo Renzi dirà che i professori non hanno capito o non hanno letto? I docenti universitari che vogliano aderire possono scriverci 5 righe a vivalascuola.appello@gmail.com.

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.Dichiarazioni di docenti universitari: Paolo Acquistapace, Alessandra Algostino, Emanuele Banfi, Giuseppe Baresi, Giovanni Baule, Piero Bevilacqua, Donatella Biagi Maino, Silvia Bodoardo, Pellegrino Bonaretti, Rossella Bonito Oliva, Enrico Bordogna, Nadia Breda, Sergio Brenna, Fortunato Maria Cacciatore, Nadia Cannata, Alberto Carraro, Alessandra Ciattini, Giovanni Cimbalo, Gugliemo Cinque, Giancarlo Consonni, Valerio Cordiner, Rita Cosma, Vera Costantini, Antonio D’Andrea, Marcello De Carli, Duccio Demetrio, Fabio De Nardis, Angelo D’Orsi, Gualtiero De Santi, Alberto Di Cintio, Rolando Dondarini, Roberto Escobar, Antonio Falciglia, Alessandro Ferretti, Cristiana Fiamingo, Pierfrancesco Fiorato, Nicola Fiorita, Massimiliano Fiorucci, Guglielmo Forges Davanzati, Elisabetta Forni, Giorgio Forti, Mario Fosso, Franco Frabboni, Vittorio Frajese, Vincenzo Franciosi, Sabrina Fusari, Marco Gaetani, Luciano Gallino, Silvio Gambino, Antonio Genovese, Stefano Gensini, Gabriele Gentile, Alberto Girlando, Giuseppe Goisis, Marco Grimaldi, Alfonso Maurizio Iacono, Luca Illetterati, Giorgio Inglese, Teresa Isenburg, Giorgio Israel, Donatella Izzo, Sergio Labate, Luca Lenzini, Gennaro Lopez, Fabrizio Lorusso, Santo Lucà, Romano Luperini, Giovanni Manetti, Emilio Matricciani, Maria Grazia Meriggi, Vittorio Mete, Claudio Micaelli, Tomaso Montanari, Giuseppe Nava, Walter Nocito, Barbara Onida, Francesco Onida, Anna Painelli, Giuseppe Panella, Andrea Penoni, Ludovico Pernazza, Stefano Perri, Maria Chiara Pievatolo, Giorgio Piras, Alessandro Prato, Antonio Prete, Paolo Quintili, Maura Ranieri, Leonardo Rombai, Livia Nicoletta Rossi, Maria Letizia Ruello, Guido Samarani, Federico Sanguineti, Luca Scacchi, Mauro Stampacchia, Giuliano Tanturli, Giorgio Tassinari, Tiziana Terranova, Giovanni Tesio, Vittorio Tomelleri, Graziella Tonon, Patrizio Tressoldi, Attilio Trezzini, Benedetto Vertecchi, Matteo Viale, Marco Vianello, Carmelo Vigna, Daniele Vitale, Emanuele Zinato
Giovanna Lo Presti, Non Praevalebunt

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Dichiarazioni di docenti universitari

Un dovere costituzionale
di Paolo Acquistapace

Mi riconosco nella posizione di Tullio De Mauro: la scuola pubblica italiana ha una lunga tradizione di successo nell’alfabetizzare gli Italiani. Mantenerla ad alti livelli è un dovere costituzionale. Per questo occorrono risorse, strutture, personale motivato. Non servono finanziamenti comunque mascherati alla scuola privata, né limitazioni all’autonomia degli insegnanti: servono idee, passione, iniziative culturali (esempio: alfabetizzazione dei migranti).

Professore associato di Elementi di analisi matematica, Università degli Studi, Pisa

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Riforma in Italia è oggi sinonimo di regressione
di Alessandra Algostino

La parola riforma ormai nel nostro Paese è sinonimo di regressione, nel nome della competitivtà, così è stato per la Costituzione, per il lavoro, per l’università: ora tocca alla scuola.

I principi della Costituzione sono sostituiti, laddove vi era eguaglianza ed emancipazione oggi si legge eccellenza: espressione che mistifica la trasformazione di un diritto eguale per tutti in privilegio e la stabilizzazione delle diseguaglianze sociali.

Lo slogan del ddl sulla buona scuola è l’autonomia. Ora, un conto è l’autonomia intesa come libertà di insegnamento e gestita attraverso la partecipazione di tutta la comunità scolastica, un altro l’autonomia, di tipo verticistico e dirigista, funzionale ad un progetto di dismissione e squalificazione della scuola pubblica, abbandonata a se stessa con sempre meno risorse.

Professore associato di Diritto pubblico comparato, Università degli Studi di Torino

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Vanifica i concorsi e regala soldi alle scuole private
di Emanuele Banfi

Ho seguito con vivo interesse e – devo dire – anche con stupore il dibattito svoltosi intorno al DDL sulla Scuola e la grande manifestazione che ne ha fatto da vistoso corollario in molte città d’Italia.

Tra le molte cose che del DDL (“aziendalistico” nello spirito) non mi sono piaciute due ne vorrei citare: la prima si riferisce alla figura del Dirigente Scolastico cui spetterebbero non solo i normali aspetti organizzativi – essenziali per il buon funzionamento di ogni scuola – ma, anche, compiti delicati quali la “chiamata” dei docenti e la loro conferma in servizio: in questo modo verrebbero vanificati gli esiti dei percorsi formativi e valutativi dei docenti (per i quali è chiamata a collaborare fattivamente anche l’università) e, in tal senso, non si capisce che valore avrebbero i concorsi; la seconda si riferisce al finanziamento delle scuole private, con onere finanziario non indifferente da parte dello Stato e con sottrazione di fondi alla Scuola pubblica, al suo funzionamento, alla dignità dei suoi insegnanti.

Professore Ordinario di Linguistica Generale, Università degli Studi di Milano-Bicocca

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Nuovi schiavi dell’insegnamento
di Giuseppe Baresi

Il patrimonio artistico del paese… il ruolo strategico e fondamentale della formazione artistica… le nuove tecnologie… Qualcuno ha letto qualcosa in proposito nel DDL? Intanto le Accademie di Belle Arti sprofondano con la loro storia, affidando i nuovi corsi a un esercito di contrattisti precari trattati come nuovi schiavi dell’insegnamento.

Docente precario di Nuove tecnologie dell’Arte, Accademia di Belle Arti di Brera, Milano

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La “Buona Scuola” è un ribaltone semantico
di Giovanni Baule

Tutte le diverse riforme e pseudo-riforme che stanno interessando l’intera filiera formativa procedono per frammenti, in assenza di qualunque logica unitaria. Mettendo mano in questo modo al sistema nazionale della formazione, soltanto i danni si distribuiscono equamente e trovano un comune denominatore. Privatizzazione esplicita ed occulta, drastica riduzione di investimenti mascherata con piccole regalìe, precarizzazione delle figure professionali, verticalizzazione dei momenti decisionali costituiscono l’unico dato comune a quelle che, con un ribaltone semantico, vengono denominate “buona scuola” e “buona università“. Richiederebbero, questa sì, una risposta unitaria.

Professore ordinario di Disegno Industriale, Dipartimento di Design, Politecnico di Milano

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Manca la vera riforma: uno stipendio decente
di Piero Bevilacqua

Sono contrario alla legge sulla “buona scuola” Essa evita di prendere in considerazione la più importante riforma di cui la scuola italiana avrebbe bisogno: uno stipendio decente per gli insegnanti. Con la figura del preside-manager, la cosiddetta “buona scuolascardina i presupposti della scuola come comunità tra pari e affida a una figura terza un ruolo di supremazia che sottrae la valutazione del merito all’impersonalità dei curricula degli insegnanti e la consegna alla discrezionalità di un burocrate.

Professore ordinario di Storia Contemporanea, Università La Sapienza, Roma

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La “Buona Scuola“, Very Bello: slogan che mascherano il regresso
di Donatella Biagi Maino

Solo slogan, nessun progresso. Il 3+2 ha creato nelle Università, soprattutto per le materie umanistiche, solo danni; l’impressione (soggettiva?) è che nei fatti ogni vantaggio sia stato per le istituzioni private. Altrettanto sarà per la scuola, alla quale l’applicazione della “meritocrazia” così come viene propagandata porterà solo danno, come si è verificato nelle università e nella riforma (!) delle Soprintendenze promossa dal ministro del Very Bello.

Molto fumo negli occhi e nessuna sostanza. Si vuole migliorare? Basta con il linciaggio morale degli intellettuali, adeguamento degli stipendi dei professori, rispetto per un lavoro complesso e fondamentale per la crescita delle nuove generazioni, in un momento in cui la multiculturalità rende ancora più difficile il loro compito.

Da anni si assiste al discredito della docenza, alla costante diminuzione dell’impegno richiesto agli studenti, non certo per facilitare il loro percorso scolastico (e perché poi? La maggior parte di loro non lo vuole, e chi lo desidera deve essere condotto a comprendere quale danno arreca a se stesso), ma per renderli meno o per nulla inclini al pensiero critico, accessibili agli slogan e suscettibili alle manipolazioni; la materia in inglese è quanto di meno utile si possa immaginare.

Si torna alle tre “I” di infausta memoria: inglese, impresa, informatica. Si proceda invece per l’insegnamento della lingua inglese nei termini migliori, quelli che molti insegnanti perseguono da tempo con grande fatica, e aprendo finalmente a discipline fondamentali per il nostro Paese, la Storia dell’arte e la Storia della musica, per creare i presupposti per promuovere la coscienza collettiva della necessità della conservazione e della tutela dei beni culturali, fonte di crescita anche – e non solo – economica nell’indotto e non nella “svendita” morale e psicologica che si avvicina pericolosamente alla alienazione reale, da più parti ipotizzata.

Promuoviamo il rispetto della CULTURA.

Professore associato di Storia e teoria del restauro, Università degli Studi, Bologna

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Una scuola che aumenta le disuguaglianze
di Silvia Bodoardo

La Buona Scuola interpreta l’autonomia scolastica basandola sul ruolo centrale del Dirigente Scolastico, dimenticando il contributo dei docenti in primis e di tutti gli organi collegiali: rimpiangiamo da molto ormai i vecchi direttori didattici… Tale autonomia è legata ai finanziamenti privati diretti, aumentando così la diseguaglianza tra scuole e tra territori.

Manca completamente il concetto di Diritto allo Studio, e non si tiene conto dell’elevata dispersione scolastica (quasi 20%) in parte figlia delle contingenti difficoltà economiche (quasi metà della popolazione italiana non arriva a fine mese).

Di contro, sono confermati gli sgravi fiscali delle rette delle scuole paritarie e la quota di finanziamento per garantire la cosiddetta libera scelta educativa, che si sommano alle laute quote già devolute da regioni e comuni, in antitesi alla concezione laica della nostra Scuola.

Meglio la LIP (www.lipscuola.it).

Professore Associato di Fondamenti chimici delle tecnologie, Politecnico di Torino

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Gli scout non hanno mai dato neanche un’occhiatina a Lettera a una professoressa?
di Pellegrino Bonaretti

Sono contrario al DDL sulla scuola del Governo Renzi perché evade completamente la domanda primaria di una seria politica scolastica, cioè: a cosa serve la scuola? Dopo di che si potrà dire del cosa e del come si fa. Il DDL è invece improntato a una concezione aziendale primitiva, cui alcuni strumenti/parametri semplicisticamente intesi (comando, valutazione, merito) dovrebbero garantire automatica regolazione, come in una macchina. Ma, perbacco, gli scout non hanno mai dato neanche un’occhiatina a Lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani?

Professore Ordinario di Composizione architettonica e urbana, Facoltà di Architettura Civile, Politecnico di Milano

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Incomprensibile e senza consenso
di Rossella Bonito Oliva

Il recente DDL del governo Renzi sulla scuola porta il nome inquietante di “Buona Scuola“. Se da tempo si è affermata l’idea che anche la cultura e l’istruzione potessero finire nella mentalità aziendale, questa ennesima riforma porta a visibilità lo spirito di tante riforme che in quest’ultima si realizzano. Il problema è capire cosa significa istruzione pubblica in un Paese che vuole chiamarsi democratico e che ritiene la democrazia strumento di rinnovamento e di consolidamento del bene comune. Bene comune e azienda, bene comune e gestione verticistica dell’istruzione sono in contraddizione, non si capisce il legame. Se qualcosa non è comprensibile, vuol dire che si impone senza consenso e informazione sugli obiettivi da raggiungere. La dignità di chi insegna e il diritto all’istruzione per tutti sono valori non quantificabili. Se questo avviene, il valore della cultura stessa viene stravolto.

Professore ordinario di Filosofia morale, Università degli Studi “L’Orientale” di Napoli

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Una immotivata arroganza, uno strumento di arbitrio
di Enrico Bordogna

Sono d’accordo con l’opposizione al DDL sulla scuola del Governo Renzi.

La proposta del Governo Renzi infatti, come molti altri provvedimenti, si ispira a criteri di efficientismo aziendalistico, dimenticando la natura formativa e umanistica della formazione scolastica.

Anche in questo caso, inoltre, l’azione del Governo si caratterizza per una immotivata arroganza nei confronti dei lavoratori della scuola, e del mondo della scuola in generale.

Le presunte finalità meritocratiche nei confronti di docenti e insegnanti rischiano di trasformarsi infine, come già nell’università, in uno strumento di arbitrio, che mortifica la responsabilità individuale e l’impegno etico dei singoli docenti, senza cui non vi può essere nessuna buona scuola.

Professore ordinario di Composizione architettonica e urbana, Politecnico, Milano

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Ispiriamoci alle buone riforme
di Nadia Breda

Una vera riforma è fatta down-up, non viceversa come la cosiddetta buona scuola. La riforma della scuola elementare con i Nuovi Programmi del 1985 fu esemplare nel suo processo, quindi abbiamo qualcosa a cui ispirarci.

Ricercatore di Discipline demoetnoantropologiche, Università degli Studi di Firenze

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Privatismo, privatismo, privatismo
di Sergio Brenna

Dalla gestione dei beni comuni (città, cultura, risorse naturali, ecc,) a quella delle istituzioni formative (scuola, università, accademie, musei,ecc.) la modernità sul cui altare Renzi vuol celebrare il rito della “rottamazione” sacrificale di persone e diritti ha un solo “mantra ossessivamente ripetuto sino a diventare verità di fede accettata e indiscutibile: privatismo, privatismo, privatismo. Rottamiamo l’indottrinamento renziano!

Professore ordinario di urbanistica, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani, Politecnico di Milano

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Uno spirito dirigista e autoritario
di Nadia Cannata

Del cosiddetto DDL “La Buona Scuola” preoccupano sia lo spirito dirigista e autoritario sia il contrasto con alcuni principi sanciti dalla Costituzione. Due sole considerazioni:
permettere ai dirigenti scolastici di scegliere gli insegnanti e dare loro la libertà di confermarli o meno lede il principio della libertà di insegnamento;
– il sistema scolastico pubblico deve concorrere alla rimozione degli ostacoli alla libertà ed eguaglianza dei cittadini. I ragazzi non sono tutti uguali e non hanno tutti le medesime esigenze: hanno tutti, però, la medesima dignità che il sistema scolastico pubblico ha l’obbligo di rispettare e proteggere. Una legge che non garantisce i più deboli e li misura con lo stesso metro dei più forti è una legge iniqua e sbagliata.

Professore aggregato di Linguistica italiana e Filologia moderna, Università “La Sapienza“, Roma

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Nulla a che vedere con i principi costituzionali
di Alberto Carraro

Negli ultimi anni si sono susseguite numerose riforme, ognua avente direzione diversa, che hanno generato un senso di smarrimento e di confusione sia tra gli insegnanti che tra gli studenti e non hanno migliorato la Scuola, che avrebbe al contrario bisogno di progetti a lungo termine. Nell’ultima riforma prospettata si cerca un’impronta aziendalistica che non ha nulla a che vedere coi prinicipi costituzionali che riguardano l’insegnamento.

Professore a contratto di Algebra lineare, Università Ca’ Foscari, Venezia

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Si snatura la funzione della scuola
di Alessandra Ciattini

Non sono d’accordo con l’ennesima controriforma per moltissime ragioni che sarebbe lungo elencare, perciò mi limito a dire che dagli 80 la Banca Mondiale ha avviato un processo di trasformazione delle istituzioni educative basate sull’introduzione del modello anglosassone o se vogliamo aziendalistico, che snatura la funzione politica e formativa della scuola e dell’università. Queste ultime avrebbero dovuto formare, infatti, un cittadino consapevole dei suoi diritti capace di fare scelte politiche, ed invece è stato trasformato in mero utente di un servizio sempre più a pagamento. In questo modo si procede alla standardizzazione dell’educazione per favorire le multinazionali della formazione che sono già all’opera in vari Paesi e che hanno bisogno solo di consumatori acritici e di insegnanti privati della libertà di insegnamento.

Professore di Antropologia religiosa, Università “La Sapienza“, Roma

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Una regressione aziendalistica
di Guglielmo Cinque

Ritengo che la riforma della scuola proposta dal governo costituisca una regressione rispetto all’attuale organizzazione. Così come la cosiddetta Riforma Gelmini dell’università ha ristretto gli spazi di autonomia e di libertà del corpo docente (forzando accorpamenti di dipartimenti, accentuando i poteri di vertice, dal rettore, eletto per 6 anni, al Consiglio di Amministrazione, in un quadro di stampo aziendalistico) l’annunciata riforma della scuola porterà inevitabilmente e perniciosamente ad un restringimento della conduzione collegiale del suo corpo docente dando al preside dei poteri discrezionali eccessivi.

Professore di Linguistica Generale, Università Ca’ Foscari, Venezia

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Rimozione della collegialità
di Giancarlo Consonni e Graziella Tonon

Collegialità: è questo il principio organizzativo e gestionale che, nella realizzazione dei progetti formativi, consente la miglior mobilitazione delle energie nel rispetto dell’equilibrio necessario tra libertà d’insegnamento e coordinamento dei diversi apporti. La rimozione della collegialità nell’università è stata conseguita dalla legge Gelmini; ora con la «Buona scuola» Matteo Renzi si propone di completare l’opera.

Professori ordinari di Urbanistica, Facoltà di Architettura, Politecnico di Milano

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Sottrae la scuola ai cittadini per consegnarne il beneficio ai privati
di Valerio Cordiner

Con l’introduzione dell’autonomia, l’Università si è costituita in corpo separato dallo Stato e dalla società civile, moralmente corrotto, scientificamente improduttivo e didatticamente deleterio. L’intento recondito – ahimé! prossimo alla sua realizzazione – di tale “riforma” era lo scorporo dell’Università dall’Amministrazione pubblica, per sottrarne l’utile alla cittadinanza, consegnandone il beneficio ai privati. Un identico obiettivo ispira il DDL scuola oggi in discussione. La difesa dello Stato e l’interesse collettivo impongono un suo radicale rifiuto. Aux armes Citoyens!

Ricercatore di Letteratura francese, Università “La Sapienza”, Roma

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Caporalato e demotivazione
di Rita Cosma

Esprimo la mia solzioneidarietà ai colleghi della scuola in lotta contro la
controriforma del governo Renzi
, che farebbe correre il serio rischio
di trasformare i rapporti interni in vero caporalato
e che finirebbe
per demotivare totalmente un corpo docente
dalla cui opera dipende in
misura rilevantissima anche la formazione di base dei nostri studenti
universitari.

Professore associato di Paleografia, Università “La Sapienza“, Roma

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Risponde a poteri che non vogliono il bene di tutti
di Vera Costantini

Aderisco con entusiasmo alla vostra iniziativa in difesa della scuola pubblica, in opposizione alla contro-riforma del governo Renzi.

Quanto più difficile si fa la situazione economica e politica di un Paese, tanto più è necessario investire nel pluralismo della cultura e soprattutto della scuola: per risollevare le sorti di un Paese occorrono menti libere, pensanti, pragmatiche e al contempo creative, come solo la scuola pubblica può riconoscere e promuovere.

Questo è vero tanto più nel nostro Paese, che è spesso preda di derive autoritarie e di un approccio plebiscitario alla politica che ci impedisce di promuovere la creazione di un ceto politico responsabile e capace di scelte autonome ai poteri che non necessariamente vogliono il bene di tutti. Viva la scuola democratica!

Ricercatrice di Lingua e Letteratura Turca, Università Ca’ Foscari, Venezia

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Una riforma senza nessuno scatto in avanti
di Antonio D’Andrea

Con il termine “riforma” riferito alla normativa vigente solitamente si tende, con qualche accento enfatico, a voler sottolineare uno scatto in avanti, una progressione in senso democratico dell’ordinamento. Tanto più se la riforma viene presentata come una efficace attuazione dei principi costituzionali vigenti e non messi in discussione, come è almeno in questo caso. A me, al contrario, l’iniziativa del Governo in materia di organizzazione scolastica e di promozione dell’autonomia delle istituzioni scolastiche pubbliche non sembra affatto rappresentare un accettabile rilancio della “buona scuola”, della quale, va da sé, il nostro Paese ha da tempo assoluto bisogno. E’ evidente, del resto, che un intervento normativo in un campo così delicato e strategico avrebbe bisogno di un’ampia condivisione che tenda, prima di ogni altra cosa, a concretizzare finalmente e grazie all’impiego di risorse senza le quali è del tutto illusorio pensare di riuscire nell’intento, indirizzi non contro ma a favore del “mondo” che conosce e opera – da tempo in condizione di precariato indegno per come riconosciuto dal giudice europeo – nella scuola pubblica italiana. E sottolineerei l’impiego del termine pubblico.

Professore ordinario di Diritto Costituzionale, Università degli Studi di Brescia

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Un dirigente gerarca, non manager
di Marcello De Carli

La “Buona scuola”, che è una riforma complessa, ha, con altri, un carattere evidentemente dannoso: la figura del Dirigente Scolastico “gerarca (non “manager”, perché non gestisce un’azienda nel libero mercato), che conferma una tendenza del governo Renzi, per una società burocratico autoritaria, già manifestata nella legge elettorale (Italicum / Acerbo) e nelle proposta di riforma della RAI (togliere il controllo ai partiti per darlo al gran gerarca). La democrazia è conflitto e bilanciamento di poteri. Nella riforma scolastica vanno ripristinati i poteri del Collegio Docenti e del Consiglio d’Istituto, e va dato più spazio alla voce degli utenti (studenti e famiglie). È più complesso dell’uomo solo al comando, ma funziona meglio (come ci hanno insegnato le dittature del secolo scorso).

Professore associato, Dipartimento ABC, Politecnico di Milano

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Il filo nero dell’emarginazione selettiva
di Duccio Demetrio

Da tre anni ho lasciato la mia università dimettendomi prima del tempo per lo stato di vero e proprio smantellamento dei dipartimenti di scienze umane. Posso quindi anch’io esprimermi su tale tormentata e drammatica questione della scuola. La mia preoccupazione per quanto sta accadendo, e non solo in rapporto alla riforma Renzi, concerne il degrado educativo della scuola che l’assetto così come è stato previsto contribuirà ancor più a prosciugare di valori pedagogici che non siano ispirati all’ideologia dell’efficientismo, dell’apprendimento mordi (assaggia) e fuggi, della perdita del valore della memoria storica che può essere promossa soltanto attraverso la cura delle esperienze individuali ed autobiografiche. Dietro quindi l’enfasi retorica, le promesse allettanti, vi ritrovo il filo nero e abissale dell’emarginazione selettiva dei più sfavoriti; quello grigio del tempo infantile e giovanile come noia ineluttabile e atavica rassegnazione nei confronti della scuola non più vista come ambiente alternativo ai modelli familistici più retrivi; quello aggressivo non più mascherato che insegna ad uniformarsi alla legge della jungla e dell’imitazione del più forte, del più furbo, del più disonesto: l’unica a quanto pare ad avere la meglio.

Mi rendo conto che le mie sono posizioni ammuffite e patetiche, chiedo ai riformatori e ai controriformatori però di avere il coraggio di prendere posizione, ben oltre ogni modello organizzativo e dirigenziale, in merito all’emergenza valoriale che tanta parte della sinistra ha trascurato negli anni precedenti, preparando le derive alle quali siamo giunti.

Già professore ordinario di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione all’Università di Milano Bicocca, oggi Direttore scientifico della Libera Università dell’autobiografia, Anghiari (AR)

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No allo smantellamento del sistema dell’istruzione pubblico
di Fabio De Nardis

Il DDL sulla “Buona Scuola” promosso da Governo Renzi si avvia a concludere i suo iter parlamentare e il presidente del Consiglio si mostra sordo di fronte all’opposizione unanime del mondo della scuola rappresentato in tutte le sue componenti. Tale provvedimento si inserisce dentro un processo ormai più che ventennale di graduale destrutturazione del sistema pubblico della formazione che ha visto protagonisti governi di centrosinistra e di centrodestra. Definanziamento, precarizzazione delle carriere, finta autonomia e in ultimo questa virata autoritaria che pone in capo ai dirigenti scolastici la piena responsabilità di gestione delle strutture scolastiche e dei nuovi reclutamenti dei docenti. E’ lo specchio di una classe politica che vede in una scuola e una università moderne, democratiche e di qualità il pericolo del dissenso e della costruzione consapevole di sacche di resistenza sociale. Il sapere critico e la conoscenza, esaltate dai nostri padri costituenti, sono oggi il principale bersaglio delle classi politiche e di governo che ci vogliono ignoranti e subalterni. A questo progetto, che rientra chiaramente in un disegno politico, dobbiamo opporci. Adesso la scuola, tra poco l’Università, ma sempre uniti nella lotta.

Professore associato di Sociologia politica e Presidente del Corso di Laurea in Sociologia, Università degli Studi del Salento

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Una riforma di incolti e incompetenti
di Gualtiero De Santi

Chissà perché ogni governo che si succede avverta l’esigenza di cambiare la scuola. E chissà perché i ministri della Pubblica istruzione siano però sempre incompetenti e incolti, incapaci di pensare una vera riforma. Nel caso del disegno di legge sulla cosiddetta Buona Scuola, pedestre e culturalmente insignificante, l’arroganza del presidente del consiglio e della maggioranza che lo sostiene – una canea di trasformisti e “democristi” di ritorno, come avrebbe scritto Saba – l’obiettivo è affossare la scuola pubblica e introdurre un modello organizzativo di lavoro che ricorda il più bieco autoritarismo. Non essendo il suo impianto emendabile, serve rafforzare il fronte dell’opposizione. Professori universitari, svegliatevi!

Professore ordinario di Letterature Comparate, Università degli Studi di Urbino

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Verticistica e autoritaria
di Alberto Di Cintio

Il provvedimento va completamente rivisto poiché, a fronte di un positivo reclutamento di docenti peraltro però assai incompleto, si introducono misure atte a produrre una gestione ancora più verticistica e autoritaria mentre permangono i tagli dei fondi di istituto e il blocco del contratto nazionale del personale. Colpire la Scuola pubblica oggi e fra breve anche l’Università vuol dire colpire al cuore le fondamenta democratiche del Paese.

Ricercatore universitario, Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Firenze

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Nulla da salvare in questa “Buona Scuola
di Rolando Dondarini

Condivido quasi totalmente le obiezioni sollevate dalla gran parte degli insegnanti al decreto sulla “Buona Scuola“. In primo luogo rilevo che il piano di assunzione di 100mila nuovi docenti non fornisce una risposta adeguata e chiara all’attuale situazione di tutti i precari.

Ma il provvedimento che appare più pericoloso è quello che riguarda il conferimento di un potere chiaramente eccessivo ai dirigenti scolastici. Renderli i fautori del piano triennale dell’offerta formativa equivale ad esautorare gli organi collegiali di importanti poteri deliberanti. Ma soprattutto attribuire loro la valutazione dei docenti neo immessi in ruolo, la facoltà di premiare i più “bravi” con un corrispettivo in denaro, quella di scegliere i docenti dagli albi territoriali in cui verranno piazzati i 100mila nuovi assunti e di contendere alle altre scuole quelli migliori, ne fa dei potenziali tiranni che possono influenzare eccessivamente le scelte dei docenti e limitarne la libertà di insegnamento.

Contare oltre che sui finanziamenti statali, sull’eventuale destinazione alla scuola del 5 per mille dalla dichiarazione dei redditi annuale da parte dei genitori, sullo school bonus” e su eventuali donazioni in denaro da parte di privati, non può che generare divari tra le scuole frequentate dalle élite e quelle ubicate in contesti disagiati. Sullo stesso piano si pone anche la possibilità di organizzare i curricula degli studenti con materie aggiuntive da scegliere negli ultimi anni del percorso della secondaria di secondo grado. Anche in questo caso l’autonomia economica e gestionale si tradurrebbe in discriminazione tra chi può e chi non può.

Tentare di avvicinare l’offerta formativa delle scuole e la domanda di professionalità delle imprese solo con un’alternanza scuola-lavoro (almeno 400 ore in azienda nell’ultimo triennio dei tecnici e dei professionali e 200 ore nei licei) senza contromisure di carattere didattico rischia di compromettere la dimensione educativa complessiva dell’iter formativo.

In contrasto con la doverosa tutela della scuola pubblica statale, la detraibilità delle spese sostenute per la frequenza delle scuole paritarie – dell’infanzia e del primo ciclo – con un tetto massimo di 400 euro ad alunno per anno, non solo si aggiungerà ai 472 milioni erogati ogni anno al sistema scolastico non statale, ma costerà alla collettività altri 100 milioni di euro all’anno.

Ben misero il compenso per cui ogni insegnante della scuola statale avrà a disposizione una carta con 500 euro annui per spese culturali: acquisto di libri, software, abbonamenti teatrali ed altro.

Di positivo, ma da sottoporre alla verifica dei fatti, lo stanziamento di quattro miliardi di euro che si dovranno spendere nei prossimi anni per curare il sistema edilizio scolastico del Paese che ancora soffre di 36mila edifici non in regola.

Non salvo praticamente nulla di questa “Buona Scuola e mi chiedo come possa essere scaturita da un governo che si dice progressista, visto che si favoriscono le sperequazioni più evidenti.

Negli ultimi decenni le riforme della scuola sono state troppe e tutte retrocedenti. I motivi? A mio avviso non escluderei l’ambizione malriposta di ministri e governi di essere i fautori di una svolta epocale senza averne nemmeno le basi; insomma presunzione e millanteria mista a incompetenza e improvvisazione. Se penso a certe carriere fulminee di responsabili all’istruzione in alcuni partiti, non posso che trovarvi conferma. In questo senso sono molto più coerenti le riforme volute dai governi di destra che almeno l’obiettivo di smantellamento della scuola pubblica statale l’hanno sempre cullato.

Da parte mia, come docente di storia che ha scelto di curare con la massima attenzione possibile gli aspetti didattici, non posso che ricordare l’arretramento rispetto ai Programmi nazionali dell’85 che si è voluto imporre con la riforma Moratti del 2004: le famose Indicazioni nazionali che hanno amputato, col beneplacito delle opposizioni di allora, il ciclo della storia nella scuola primaria, rendendo i nostri bambini orfani della conoscenza della storia medievale, moderna e contemporanea. Dalle reiterate proteste che ho inoltrato in questi dieci anni è sorto il movimento dei Cinquecento che anche nei confronti della “Buona Scuola” ha assunto posizioni molto critiche.

Docente di Storia Medievale e Didattica della Storia, Università di Bologna

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Scuola buona e cattiva
di Angelo D’Orsi

Premesso che Matteo Renzi rappresenta il punto ad oggi terminale di un processo che viene da lontano, e che nelle sue “scelte” politiche non appare altro che il mediocre (e arrogante) esecutore di decisioni altrui, e aggiunto che come per ogni regime che voglia apparire “forte” l’ntervento sui sistemi formativi sembra di prammatica, l’azione combinata tra gli “aggiustamenti” all’orrida “riforma” universitaria firmata dalla signora Gelmini, da parte della sua degna successora Giannini, da un canto, e il devastante disegno di legge sulla “buona scuola“, rappresenta il cuore del progetto di progressiva, silenziosa cancellazione della democrazia in Italia.

Esso si realizza attraverso le nuove leggi elettorali, la manomissione della Costituzione della Repubblica, il totale controllo dei media, e un larvato tentativo di subordinazione del Terzo Potere all’Esecugtivo, del quale il Legislativo diventa una mera appendice.

Ma il progetto di “superamento” della democrazia ha bisogno di altro: ha bisogno di spegnere i luoghi nei quali si concentra e si produce pensiero critico. ossia, prima di tutto, il sistema scolastico e universitario. Soltanto la ferma opposizione unitaria di studenti, docenti, personale, famiglie ha la possibilittà, tenendo sotto pressione i sindacati (e facendo giungere un messaggio forte alla cosiddetta “minoranza interna” del PD, in cui peraltro ho scarsissima fiducia), di fermare lo scempio.

Lavoriamo uniti per una scuola davvero “buona“, ossia seria e aperta, difendendone il carattere pubblico, gratuito, indipendente, svincolato da Confindustria, associazioni padronali, agenzie religiose e partiti politici, ma soprattuto sottratta al controllo governativo.

Professore ordinario di Storia del pensiero politico, Dipartimento di Studi Storici, Università degli Studi, Torino

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Una riforma in neolingua orwelliana

di Roberto Escobar

Con la “buona scuola” siamo in piena neolingua orwelliana, come con “bomba intelligente” o “esportazione della democrazia“. Il governo di Renzi usa le parole come fa il marketing più becero: le trasforma da strumenti per comunicare in sotterfugi per nascondere, e anzi per capovolgere il senso di quel che fa. Così ha fatto con l’inglesorum del “jobs act“, e così fa con la controriforma della scuola.

Professore ordinario di Filosofia Politica e Analisi del linguaggio politico, Università degli Studi, Milano

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Di ben altro vivono la scuola e l’università
di Antonio Falciglia

Purtroppo la scuola non vive tempi felici e l’asserita riforma Renzi rischia di farla precipitare ancora più irreversibilmente in una situazione di scollamento e insensibilità non solo rispetto alla formazione universitaria superiore (pure essa colpita da scarsa attenzione ai valori della cultura e del sapere critico dopo le cosiddette riforme più recenti), ma anche rispetto ai problemi della società civile ed economico-sociale. La concezione aziendalistica, infarcita di burocratismo, autoritarismo e pseudo efficientismo, che ispira la riforma, nel medio-lungo termine non può che “produrre” spiriti acritici e acquiescenti ai modelli e alle strutture politico-istituzionali dominanti. Di ben altro vivono la scuola e l’università perché siano germoglio e fermento di una rinascita e sviluppo della società!

Già professore di Economia e Economia e finanza, Università degli Studi, Venezia

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Rende l’istruzione un privilegio per pochi
di Alessandro Ferretti

La “Buona Scuola” di Renzi si basa su un concetto semplice: favorire chi già è avvantaggiato, facendo pagare il conto a chi invece ha più bisogno di aiuto. E’ la stessa logica che vediamo quotidianamente e coerentemente imposta in ogni modo sull’università: la retorica dell’eccellenza finanziata da chi eccellente non è crea inevitabilmente privilegi per pochi e abbandona gli altri a posizioni subordinate. La grande truffa e il grande obiettivo della “Buona Scuola” è quello di rendere l’istruzione un privilegio per pochi regolato dalle decisioni di pochissimi, trasformandola quindi in uno strumento che perpetua ed aggrava le differenze sociali.

Ricercatore, Dipartimento di Fisica sperimentale, Università degli Studi di Torino.

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Stiamo assistendo alla colonizzazione dei giovani
di Cristiana Fiamingo

Le leggi di riforma di lavoro e scuola (che svuota di significato gli artt. 1 e 34 della Costituzione italiana) hanno l’evidente obiettivo di trasformare la popolazione italiana in una razza di debitori, che si autoriproduce, sotto perpetuo ricatto. Il tutto di fronte ad una intera nazione che sembra già annichilita: obnubilata da parole vuote, retorica e slogan; che non pretende studi e prove di fattibilità prima di farsi imbarcare assieme ai propri figli in esperimenti devastanti.

Siamo una nazione che straparla di “eccellenza italiana”, ma qui la seppellisce o la esporta altrove. Siamo una nazione che esalta il proprio ingegno e non è in grado di produrre alternative efficaci per il nostro bene più prezioso: i giovani, che godono ancora della resistenza di alcuni docenti, non ancora fiaccati, e ancora di un relativo benessere e non vengono preparati alla devastante crisi congiunturale che si approssima. Al contrario: lo Stato studia leggi che non intervengono per correggere il disagio giovanile, le prospettive che si riducono, ma vi si adatta e le accompagna, inerziale.

Nonostante noi avviene questo… nonostante, poi, siamo stati ben avvertiti. Non so se qualcuno abbia letto il Capitalismo parassitario di Baumann (Laterza, 2009) E’ così che il capitalismo asfittico – di cui Renzi si fa buon nocchiero – riproduce i suoi colonizzati: per rendere il tutto sistematico non ci voleva che questa serie di riforme che mira alla riproduzione della società obbediente, perché ricattabile.

Io, docente di storia africana, sto assistendo alla colonizzazione dei giovani, della loro mente, della loro esistenza.

Ricercatore confermato di Storia e istituzioni dell’Africa, Dipartimento di studi internazionali, giuridici storico-politici, Università degli Studi, Milano

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Va valorizzato il lavoro ordinario e inappariscente svolto in classe
di Pierfrancesco Fiorato

Trovo inquietante, già nelle scelte lessicali, l’intento di «far uscire i docenti dal “grigiore” dei trattamenti indifferenziati». Per riqualificare davvero la figura del docente va valorizzato anzitutto il lavoro ordinario e inappariscente svolto quotidianamente in classe. Trovare criteri attendibili per valutarne la qualità è impresa difficilissima. Questo ennesimo progetto ministeriale rischia però soltanto di scatenare una competitività poco adatta al mondo della scuola e di premiare coloro che, in cerca di una facile visibilità, sono meno disposti a investire energie nel faticoso lavoro di cui sopra.

Professore associato di Filosofia morale, Università degli Studi di Sassari

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Smantella un patrimonio pedagogico
di Nicola Fiorita (1), Maura Ranieri (2), Walter Nocito (3), Giovanni Cimbalo (4), Fortunato Maria Cacciatore (5), Francesco Onida (6), Vittorio Mete (7)

Il disegno di legge sulla scuola in discussione al Senato, già approvato in prima lettura dalla Camera, mette a rischio sotto numerosi aspetti il disegno costituzionale sull’istruzione.

Privilegiando le scelte di natura economica e non ponendo al centro della discussione il sistema pedagogico, la riforma che il Governo Renzi intende avviare finirà per smantellare un patrimonio che fino a qualche decennio fa ci era invidiato, nonostante tutto, dal mondo intero. Basti pensare alle numerose esperienze che la scuola pubblica italiana aveva visto nascere con l’entusiasmo della libertà e della ricerca.

Da Mario Lodi a Gianni Rodari, passando per Don Milani e gli asili dell’Emilia, ovunque la nostra scuola, a fronte della carenza di risorse e delle specifiche disfunzioni di questo o quell’istituto, veniva indicata come un riferimento prezioso, a cui oggi si preferisce un modello basato su premi, quiz, test, valutazioni e management, ormai abbandonato anche dai Paesi in cui esso è nato.

La riforma in discussione aggredisce, infine, i diritti dei lavoratori, che con le assunzioni in massa, tanto sbandierate, saranno sempre più precarizzati, senza sedi definitive, senza titoli di anzianità alla mercé del potere dei Dirigenti Scolastici.

Intendiamo perciò manifestare la nostra vicinanza agli insegnanti, agli studenti e alla famiglie, invitandoli a proseguire la loro mobilitazione e a continuare a tenere viva un’idea libera, laica e pubblica di scuola.

1) Professore associato di Diritto canonico e Diritto ecclesiastico, Università degli Studi della Calabria; 2) Ricercatore di Diritto del lavoro, Università degli Studi “Magna Grecia“, Catanzaro; 3) Ricercatore di Istituzioni di Diritto Pubblico, Università degli Studi della Calabri; 4) Professore ordinario di Diritto canonico e Diritto ecclesiastico, Università degli Studi di Bologna; 5) Professore associato di Storia della storiografia filosofica e Storia dello spirito, Università della Calabria; 6) Professore ordinario di Diritto canonico e Diritto ecclesiastico, Università degli Studi di Firenze; 7) Ricercatore di Sociologia, Università della “Magna Grecia”, Catanzaro

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Nemmeno la Confindustria sarebbe arrivata a tanto
di Massimiliano Fiorucci

La cosiddetta riforma della scuola proposta dal Governo Renzi si fonda sull’equivoco che la qualità della scuola e dell’esperienza educativa sia una questione organizzativa, un problema di architettura istituzionale. Un malinteso quanto mai penoso in un Paese che continua a stanziare risorse per l’istruzione in misura decisamente inferiore rispetto alla media dell’Unione Europea. E un governo che intenda mettere la scuola al centro della propria politica dovrebbe anzitutto convogliare risorse su questo settore, ad esempio tagliando la spesa sugli F-35. L’istruzione è, infatti, un bene in sé, un diritto-chiave per progettare i propri itinerari biografici, identificare i propri bisogni, persino per definire strategie per la tutela degli altri diritti. La scuola non può rincorrere mode e tendenze: in questi anni è rimasta l’unico presidio di democrazia reale, quasi un controcanto rispetto alle sirene del pensiero unico e dell’omologazione; esattamente il contrario della visione funzionalista che il ddl di Renzi propone. La dignità educativa e formativa del lavoro è stata evidenziata da grandi educatori e pedagogisti da Dewey a Don Milani, ma nessuno di loro immaginava una scuola immediatamente finalizzata strumentalmente al lavoro. Forse nemmeno Confidustria sarebbe arrivata a tanto.

Professore associato di Pedagogia interculturale e sociale, Università degli Studi Roma Tre

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Dequalificare la forza-lavoro è controproducente
di Guglielmo Forges Davanzati

La “riforma” della scuola si basa sulla errata convinzione che l’elevata disoccupazione giovanile in Italia dipenda dal fatto che il nostro sistema formativo non offre competenze adeguate a quelle richieste dalle imprese. Come già sperimentato, dequalificare la forza-lavoro per favorire un modello economico produttivo a bassa intensità tecnologica è controproducente per l’occupazione e la crescita della produttività del lavoro. (vedi anche qui)

Professore associato di Storia dell’Economia Politica, Università degli Studi del Salento

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Risponde a una logica del profitto
di Elisabetta Forni

Al Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Mi rivolgo a Lei per invitarLa a rivedere le posizioni che Lei sostiene in relazione alla riforma della scuola italiana. Questo mio invito si basa sulla considerazione che la difesa di un Bene Comune quale la conoscenza dovrebbe avere nel Presidente del Consiglio uno dei principali paladini, in coerenza con i nostri principi costituzionali.Credo che in uno Stato democratico e laico il Suo ruolo debba continuare ad essere quello di garantire a tutti l’accesso ad una scuola dell’obbligo degna di questo nome, cosa inconciliabile con un’impostazione aziendale adatta solo a rispondere alla logica del profitto e dell’autosostentamento, produttrice di ulteriori disuguaglianze sociali e dunque di gravi e duraturi conflitti.

Professore aggregato di Sociologia urbana, Politecnico di Torino

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Una riforma inaccettabile
di Giorgio Forti

La proposta governativa di “riforma” della scuola è inaccettabile per molti motivi, che posso qui solo riassumere:

1) Trasforma il Preside di una Scuola in un dirigente di impresa commerciale o industriale, ruolo che non gli compete, mentre gli compete di essere il responsabile di una comunità di docenti e discenti, a cui la Costituzione Italiana affida la istruzione e formazione libera ed ugualitaria, dei giovani cittadini.

2) La scuola pubblica è un servizio dovuto in modo egualitario a tutti i cittadini italiani, e dve essere adeguatamente finanziata dallo Stato: è escluso da questo che la Scuola Pubblica debba autofinanziarsi “sul mercato, perché questo creerebbe delle differenze inaccettabili secondo la Costituzione tra le Scuole a disposizione degli abitanti nei vari quartieri, nei vari Comuni, provincie e Regioni italiane. L’intento della cosiddetta riforma è evidentemente quello di creare scuole di élite, a cui si accede, di fatto, per censo.

3) La degradazione delle università italiane ad aziende che si debbono finanziare “sul mercato” abolisce la libertà di ricerca scientifica e studi superiori, contravveniene al dettato costituzionale e avvia il Paese al regresso di civiltà, a cui è destinato se questa politica, già in atto a causa dei tagli di bilancio effettuati dai governi che si sono succeduti in questo secolo, verrà sancita dalla nuova legislazione.

4) Infine, il diritto al lavoro dignitoso è un’esigenza giusta dei docenti tutti della Scuola, dalla Scuola Materna all’Università. L’attuale impiego di personale non pagato o malissimo pagato contravviene a questo.

Professore emerito, Facoltà di Scienze, Università degli Studi, Milano, Socio dell’Accademia dei Lincei

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La scuola nella quale siamo cresciuti… è stata una buona scuola
di Mario Fosso

La scuola nella quale siamo cresciuti non è solo quella ereditata dai nostri padri, è anche quella dove abbiamo imparato a distinguere il vero dal falso, le opinioni dai fatti, i buoni dai cattivi maestri.

Ciascuno nel proprio campo vi ha appreso ad accettato il limite di una conoscenza
verificata nel rapporto con la storia e nel pensare l’umanità della persona.

Senza un’etica della responsabilità personale e sociale il nostro cammino all’interno della scuola – dalle elementari all’Università – sarebbe stato infatti inutile ed inconcludente, alla ricerca del “Pezzo di Carta” e di una promozione sociale offerta dall’Istituzione per ammetterci tra le categorie privilegiate di chi è istruito. Un ghetto per pochi idealisti ostinatamente dediti a formare nuove generazioni di idealisti, quindi inconcludente.

La realizzazione di una scuola unitaria, democratica, e rivolta al bene comune, ha invece impegnato generazioni di uomini e donne fuori e dentro le sue mura, sia come docenti che come cittadini del mondo. Questa scuola è la medesima considerata oggi un ostacolo all’efficienza ed alla modernità e sottoposta ad un rivolgimento manageriale.

La modernità? La storia insegna che i tempi dell’apprendimento scientifico, umanistico ed artistico appartengono alla persona e non alla struttura organizzativa o alla adesione a determinati cliché. In ogni campo si ottengono più risultati con l’ostinata ricerca e l’approfondimento personale delle questioni che con qualsivoglia struttura organizzativa fine a se stessa. Con un equilibrato rapporto tra mezzi e fini della conoscenza tutti gli obbiettivi di una scuola unitaria, democratica e socialmente utile possono dunque essere raggiunti.

Oggi che anche l’Università quale istituzione pubblica attraversa uno dei periodi più bui della sua storia ultra centenaria e si struttura sul modello di una società “mercantilista” e separata, i valori di una conoscenza finalistica e formativa dell’individualità del sapere sembra si stiano volatilizzando in favore di nuovi più astratti “valori economici”. Quali siano questi nuovi valori se non quelli di un consumismo acritico, servilmente subìto e alla fine omologato al livello più basso dei modelli di riferimento, non è dato di comprendere né credo possa essere condiviso.

Professore ordinario di Composizione Architettonica e urbana, DAstU, Politecnico, Milano

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Una bocciatura senza se e senza ma
di Franco Frabboni

La mia dichiarazione (cinque righe) “contro” la “Buona Scuola” di Matteo Renzi. La mia è una bocciatura senza se e senza ma. (vedi anche qui)

Professore emerito di Pedagogia dell’Università di Bologna

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La logica di mercato non si addice alla scuola
di Vittorio Frajese

Questa è l’ennesima riforma sbagliata della scuola. Il governo è completamente privo di idee, di coraggio e di autorità per introdurre mutamenti effettivi nel funzionamento della scuola e ricorre alla retorica dominante: introdurre anche nella scuola la logica del mercato. Ma il mercato va introdotto là dove produce effetti utili ed efficaci e cioè nella sfera della produzione delle merci. Nella scuola, una tale logica è inefficace. Qui la logica della concorrenza è del tutto fuori luogo perché introduce dislivelli tra le scuole che sono fatalmente dislivelli sociali mentre l’obiettivo dell’istruzione pubblica deve essere di PRODURRE UN LIVELLO ACCETTABILE PER TUTTE LE SCUOLE. Una scuola di periferia che funziona male non fallisce per essere sostituita da un’altra più efficiente ma continua a funzionare male riproducendo i dislivelli sociali di partenza invece di attenuarli. Tutta la logica della riforma introduce una logica privatistica nella scuola pubblica invece di fare il contrario.

Professore associato di Storia moderna, Università “La Sapienza“, Roma

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Un ennesimo attacco alla Costituzione
di Vincenzo Franciosi

No al DDL sulla scuola del governo Renzi, no ad una scuola autoritaria e classista, no all’ennesimo attacco alla Costituzione della Repubblica Italiana.

Professore associato di Archeologia classica, Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa“, Napoli

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Una “riforma” in sostanziale continuità con le precedenti
di Sabrina Fusari

Il vizio più grave di questa “riforma” è nella visione d’insieme: l’immagine della scuola che ne emerge, infatti, non è quella di una comunità educativa partecipata, ma quella di un’azienda diretta da un manager, il Preside, che nel nostro sistema scolastico non ha nemmeno una formazione da dirigente, essendo reclutato tra gli insegnanti (peraltro, con un ultimo concorso non esente da scandali), e quindi non possiede le competenze per svolgere un ruolo dirigenziale.

In questo senso, la “riforma” si colloca in sostanziale continuità con le precedenti, come dimostra il fatto che non affronta le grandi criticità apertesi con i tagli delle ore di insegnamento introdotti dalla Gelmini, che ha portato a monte-ore annuali spesso insufficienti per raggiungere gli obiettivi fissati dal Ministero stesso.

Anche il metodo di reclutamento non porrà fine alle iniquità legate ai continui cambiamenti nei sistemi di abilitazione e assunzione, ma semmai ne introdurrà altre, legate sia alla “fortuna” che il singolo aspirante docente avrà avuto (spesso per motivi anagrafici) nel potersi trovare oggi in GAE o nelle liste degli idonei del concorso 2012, sia alla possibilità effettiva di ottenere una chiamata diretta da un Preside. Non mi si risponda che quest’ultimo parametro è legato al “merito“, perché questa parola resta un mantra vuoto in assenza di parametri oggettivi e sottoposti a test di validità che lo sostanzino.

A chi dice invece che è la prima volta che un Governo italiano investe somme cospicue nella scuola, dobbiamo rispondere che l’investimento è legato a un piano di assunzioni, ma questo non potrà avere successo se non c’è alla base un piano educativo. Al momento, questo piano educativo nella “riforma” non c’è, se si esula dall’idea della “scuola aperta“, destinata anch’essa a fallire miseramente, in assenza di una progettualità di lungo respiro che le impedisca di fare delle scuole dei “progettifici“, impegnati in tante iniziative prive di una visione organica che le colleghi.

Benissimo i progetti, ma si devono collocare in uno spazio educativo partecipato e pubblico il cui fine ultimo sia formare i cittadini di domani. Non mi pare che la “riforma” abbia previsto questo spazio. E’ per questo che racchiudo la parola “riforma” tra virgolette, e non uso l’espressione, anzi, lo slogan (che suona bene, ma anche questo, senza una progettualità di lungo respiro che esuli dalle 100.000 assunzioni, non vuol dire niente) “buona scuola“.

Professore Associato di Lingua e Linguistica Inglese, Università di Bologna

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E’ soltanto l’ultimo degli attacchi alla scuola pubblica
di Marco Gaetani

La cosiddetta riforma della scuola promossa dal governo attualmente in carica (per volontà di un parlamento “eletto” in forza di una legge non rispondente alla Costituzione repubblicana) è soltanto l’ultimo degli attacchi che la scuola pubblica subisce in Italia ormai da decenni, e che hanno progressivamente condotto al suo smantellamento di fatto. Ora questo vulnus vorrebbe essere cauterizzato, affinché resti impresso in via permanente nel corpo sociale come marchio umiliante ed esiziale menomazione.

In una società civile nazionale orrendamente putrefatta è difficile anche solo testimoniare la consapevolezza della gravità epocale di quanto oggi accade, e segnalare a futura memoria l’indegnità e le malefatte di un’intera classe dirigente e di quanti in molti modi servilmente la sostengono. E’ difficile ma va fatto. A futura memoria, appunto.

Ricercatore, Università degli Studi, Siena

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Contro secoli di pedagogia civile
di Luciano Gallino

La riforma del governo Renzi si fonda sul principio di rendere la scuola del tutto simile a un’azienda. E’ già in corso di applicazione in Germania, ad onta dei numerosi libri e saggi che la criticano duramente. E’ uno dei principi più stolidi e regressivi dell’ideologia neoliberale che predomina nella UE. E’ contro il pensiero critico – che le paginette della “Buona Scuola” osano nominare all’inizio come uno degli scopi di questa – contro le idee alla base della Costituzione, contro secoli di pedagogia civile. Serve a formare l’homo oeconomicus, non il cittadino. Bisogna denunciarne in tutte le sedi la sua intrinseca miseria. Intellettuale e politica.

Professore emerito di Sociologia, Università degli Studi, Torino

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Una sconsiderata svalutazione del ruolo e della funzione dei docenti
di Silvio Gambino

Ci sono molte ragioni per non condividere l’indirizzo di riforma della scuola; quello principale a mio giudizio è la sconsiderata svalutazione del ruolo e della funzione dei docenti, la cui libertà di ricerca e di insegnamento è funzione del successo nelle funzioni di apprendimento critico da parte degli studenti, in una parola del successo della scuola. Le scelte di Renzi finiranno nella migliore delle ipotesi per far lavorare gli avvocati (negli inevitabili ricorsi per eccesso di potere cui i docenti saranno costretti a ricorrere qui e lì nel Paese rispetto ai dirigenti scolastici) ma di certo non vanno a migliorare i rapporti fra organi sociali della scuola e dirigenza scolastica, la quale ultima in parte si è certamente innovata e modernizzata ma in altra parte (non facciamo statistiche che non servono a nessuno) è ammalata di burocrazia e di gerarchia fine a se stessa. Questo non significa che i docenti della scuola come quelli dell’Università rifiutino i controlli. Chi lo dice è in mala fede e comunque non ha molto frequentato queste due istituzioni sociali che dobbiamo assolutamente salvare dai dirigismi politici inconcludenti e autoritari.

Professore ordinario di Diritto pubblico comparato, Università degli Studi della Calabria

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Merito sì, ma d’accordo con la Costituzione
di Antonio Genovese

Premesso che sono favorevole a una valutazione dellla professionalità docente, premesso ancora che questa, in ogni caso, dovrebbe avvenire da più punti di vista (studenti e famiglie, colleghi, presidi), vorrei soffermarmi su cosa possiamo intendere per “merito professionale.

Pongo due casi limite, ma che riguardano – almeno questa è la mia lunga esperienza di ricercatore universitario sui temi scolastici – moltissimi casi. Chi deve essere ritenuto meritevole:

1. il professore, sufficientemente preparato dal punto di vista professionale, che decide di “coltivare il talento” di un gruppettino di 7/8 allievi, che si sono mostrati particolarmente attenti e interessati, e si impegna per portarli a un livello molto alto di preparazione disciplinare, lasciando che il resto della classe (una ventina di studenti!) vaghi fra la mediocrità e l’assoluta ignoranza (Perché “non ci sono portati” oppure “non vogliono impegnarsi“!)?

2. il professore, sufficientemente preparato dal punto di vista professionale, che agisce pensando che l’accesso alla cultura deve essere garantito a tutti e si impegna perché anche gli allievi più difficili e meno bravi non si “disperdano (che brutto temine è stato inventato per nascondere quella che è una vera e propria “selezione scolastica e sociale“!) e riescano ad acquisire gli strumenti minimi per il vivere comune?

Ci sarebbero molte altre cose da dire su questi due punti, ma fermiamoci qui.
Chi dei due professori ha più “merito“? Credo che il significato di questo tipo di merito debba essere attribuito innanzitutto dalla comunità, prima da quella nazionale e poi da quella locale, e che sia comunque necessario ribadire che la scuola pubblica è nata per la crescita culturale (e poi professionale) dei suoi cittadini più giovani e che, di conseguenza, il merito non possa essere valutato sulle singole performance e sui risultati individuati al di fuori delle indicazioni che ci vengono dalla Costituzione.

Prosessore ordinario di Pedagogia generale e sociale (in pensione),
Università di Bologna

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La nostra cultura pedagogica è più avanti
di Stefano Gensini

Della vicenda del Decreto-Scuola non mi è piaciuto anzitutto il metodo: abbiamo fior fiore di esperti in ogni settore, non è che negli ultimi 40 anni non si sia fatto nulla. Perché non interpellarli anziché inscenare la farsa (fintamente democratica) della consultazione online? Inoltre, il DL è improntato a un modello autoritario e un’idea di valutazione all’americana, che non condivido minimamente. La nostra cultura pedagogica è più avanti, Renzi e compagnia farebbero meglio a informarsi e a ascoltare, prima di fare scelte di cui pagheremmo a lungo le conseguenze. Ma temo non ne avranno l’umiltà.

Professore ordinario di Filosofia del linguaggio, Università “
La Sapienza“, Roma

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Una scuola al servizio dell’interesse privato
di Gabriele Gentile

Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato che quando il modo dell’Istruzione sarà definitivamente orientato all’interesse privato avremo perso la libertà delle menti e avremo creato le basi per una competizione sociale in cui il più povero rimarrà povero, nel reddito e nel pensiero.

Docente a contratto, Dipartimento di Biologia, Università di Roma Tor Vergata

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La renziriforma è l’opposto della Costituzione

di Alberto Girlando

I motivi per opporsi alla renziriforma della Scuola sono troppi per poterli scrivere in una frase. Dico solo che questa riforma è l’opposto di quanto sta scritto nella Costituzione: privatizza di fatto le Scuole Pubbliche e quindi aumenta il divario tra ricchi e poveri, con scuole di serie A e di serie B (o C).

Professore ordinario di Laboratorio di Chimica Fisica II, Dipartimento di Chimica Università degli Studi, Parma

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Non aderisce alla sostanza della modernità

di Giuseppe Goisis

Per una riforma della scuola che non abbia bisogno di una pronta controriforma occorre organicità, cioè articolazione delle varie parti, a cominciare da alcuni principi, in modo da riprogettare tutto, dalle Scuole elementari fino all’Università . È ciò che manca, palesemente, alla riforma in questione; se è giusto aggiornare un sistema scolastico assai invecchiato, eliminando disfunzioni e sprechi, non basta puntare su di una modernizzazione di vernice, fondata sul l’adeguamento all’informatica, all’inglese e all’impresa. Operando in modo superficiale, il rischio è quello di non aderire alla sostanza della modernità, bensì alle sue forme mitologiche e illusorie, seguendo, in più, un metodo dall’alto, e non il metodo dialogico e partecipativo.

Professore ordinario di Filosofia politica, Dipartimento di Filosofia e Beni culturali, Università Ca’ Foscari, Venezia

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Stralciare il piano di assunzioni e gli stanziamenti
di Marco Grimaldi

Il DDL “La Buona Scuola” non è da rifiutare interamente (trovo condivisibile ad esempio che dopo il piano straordinario assunzioni si torni ad assumere solo per concorso); difatti, il DDL recepisce da un lato direttive europee sull’assunzione dei precari e dall’altro prosegue il processo già in atto dell’autonomia scolastica. Tuttavia contiene alcuni punti critici, evidenziati nell’Appello ai Senatori, sui quali ritengo necessaria una discussione più approfondita. Una soluzione sarebbe attuare per ora solo il piano assunzioni e stanziare i fondi per l’innovazione didattica, i laboratori e l’edilizia scolastica.

Professore aggregato di Filologia della letteratura italiana, Università “La Sapienza“, Roma

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Quanto è buona la buona scuola?

di Alfonso Maurizio Iacono

Quanto è buona la buona scuola? Una scuola è buona se vi sono buoni insegnanti, e vi sono buoni insegnanti se si assicura loro dignità e responsabilità. E’ soprattutto per questa semplice verità così evidente e pur così nascosta che la legge ha suscitato tanta inquietudine, tanto movimento, tante critiche. Condivido perciò tutte le preoccupazioni, già espresse un editoriale che avevo pubblicato sul quotidiano Il Tirreno a proposito della “Buona Scuola“, a cui rimando.

Professore ordinario di Storia della filosofia, Dipartimento di Civiltà e Forme del sapere, Università degli Studi, Pisa

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Non ci si accorge di ciò che è in gioco
di Luca Illetterati

Ho l’impressione che perlopiù non ci si accorga di ciò che è in gioco in relazione alla riforma della scuola. C’è addirittura chi pensa che si tratti di una partita corporativa. Come se gli insegnanti fossero lì a protestare in difesa di rendite di posizione peraltro difficili anche solo da immaginare per qualcuno che ha lavorato qualche giorno dentro una scuola. O che si tratti di una resistenza di arcigna conservazione rispetto a una necessaria e sorridente modernizzazione. Io credo, che quello che è in gioco in questa faccenda sia in realtà qualcosa che a che fare con il concetto stesso di formazione e con l’idea di società che abbiamo nella testa.

Questa riforma (che sempre più si pretende di far passare come una sorta di aggiustamento tecnico in nome di una maggiore efficienza) muove da un’idea di formazione per molti versi vincolata e orientata alla conquista di un saper fare misurabile e comparabile: una formazione intesa come addestramento, come acquisizione di competenze in grado di sviluppare adeguate capacità di eseguire correttamente, velocemente ed efficacemente protocolli di azioni replicabili. E il modello di società dentro cui assume senso questo stile formativo è un modello di società basato sulla competizione, su un’idea di merito inteso come elemento selettivo talmente potente nella retorica che lo accompagna e nella carica etica con cui lo si dipinge da oscurare qualsiasi altro tipo di considerazione.

Don Milani diceva che la scuola funziona solo con chi non ne ha bisogno.

In tempi di meritocrazia, eccellenza e conseguenti azioni finalizzate alle scalate nei rating e ranking che sempre più determinano il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, ciò che è bene e ciò che è male, si ritiene oggi di dover legittimare e giustificare (con quella sana ragionevolezza che fa a pugni con la ragione) ciò che a don Milani pareva orribilmente e scandalosamente contraddittorio: scuole buone per i buoni, e per il resto pazienza; scuole ricche per chi può e scuole come vengono per gli altri; professori bravi a chi se lo merita, agli immeritevoli quel che passa il convento. Chi non se lo merita (chi è nato nel posto sbagliato, da una madre sbagliata o da un padre inadeguato) paghi il fio. (vedi anche qui e qui)

Professore ordinario di Filosofia teoretica, Università degli Studi di Padova

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Con tanti saluti alla Costituzione!
di Giorgio Inglese

Penso che la cosiddetta “riforma” Renzi della Scuola sia sbagliata nell’impostazione, nelle finalità e in quasi tutta la sua articolazione. Il ddl è evidentemente pensato contro la “casta” degli insegnanti, anche ieri stigmatizzati dal Renzi come “intoccabili“. Echeggiando il peggior qualunquismo da bar, il Renzi attribuisce all’indisciplina e alla pigrizia degli insegnanti i mali della scuola, e intenderebbe disciplinarli sotto il comando di un Dirigente scolastico ritenuto – invece – onnisciente, ossia capace di valutare docenti di greco come di elettrotecnica come di lingua tedesca. Quanto alle finalità, tale Dirigente avrebbe il compito di portare la “propria” scuola al rango di scuola “eccellente, chiamando (non si sa con quale criterio) i docenti “migliori” per attrarre gli studenti “migliori” (cioè di famiglie più danarose, più disposte a finanziare palestre e aule informatiche, ecc.). E i docenti “peggiori“? Andranno ad affollarsi nelle scuole “peggiori“, per alunni “peggiori” (ossia poveri). Con tanti saluti alla finalità che la Costituzione assegna alla scuola pubblica.

Professore ordinario di Letteratura Italiana, Università “La Sapienza“, Roma

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Qualunque governo democratico ritirerebbe il provvedimento
di Teresa Isenburg

L’ampiezza del movimento di repulsa verso il DDL sulla scuola del Governo Renzi già indica senza incertezza che quel provvedimento non risponde alle esigenze e ai progetti del vasto mondo, vigile e competente, che ruota attorno alle scuole di diverso ordine. L’assunzione del personale precario è un atto necessario e obbligatorio. Rimane il fatto che la retribuzione dei lavoratori della scuola è troppo bassa rispetto la compito sociale che essi devono svolgere. Particolarmente negativa, e anticostituzionale, è la reiterata scelta di assicurare risorse economiche indirette alle scuole private. L’opzione di attribuire un ruolo di comando autoritario alla dirigenza si contrappone alla necessità di collaborazione paritaria imprescindibile in qualunque sistema di trasmissione di conoscenze e competenze. Qualunque governo democratico in presenza di un fronte così vasto di critiche e ad un rifiuto così profondo dovrebbe ritirare il provvedimento.

Già professore ordinario di Geografia politica ed economica, Università degli Studi di Milano

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La pietra tombale della scuola italiana
di Giorgio Israel

Se la riforma della “Buona Scuola” passerà definitivamente anche al Senato sarà la pietra tombale della scuola italiana.
Difatti, non si tratta di un intervento isolato ma del suggello conclusivo di un’opera di distruzione sistematica di una delle migliori scuole del mondo, che va avanti con perversa sistematicità da almeno trenta anni, propugnando un pedagogismo costruttivista e un aziendalismo tecnocratico che mirano a formare forza lavoro indottrinata e non persone libere di scegliere, sgretolando l’impianto disciplinare e in totale disprezzo della formazione culturale; il tutto imposto in modo autoritario tramite l’uso di circolari e di prescrizioni soffocanti. Va notato che i sindacati, che oggi con molte ragioni si oppongono alla riforma, dovrebbero fare autocritica per aver accettato a lungo tale andazzo, stabilendo una complicità con l’amministrazione ministeriale per mere questioni di potere.

Docente di Storia della Matematica, Università degli Studi “La Sapienza“ di Roma

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Produce conformismo, precarietà, esclusione, alienazione
di Donatella Izzo

La scuola è un organismo relazionale complesso, da governare con cura, conoscenza e capacità d’ascolto, non con accentramento dei poteri e spirito aziendale. L’insegnamento è formazione, non trasmissione di saperi appiattiti. Docenti e studenti vanno coinvolti e valorizzati TUTTI, perché solo così si innalza il livello dell’istruzione del Paese. La retorica del merito e dell’eccellenza è uno strumento di selezione sociale (fra i docenti, gli studenti, le scuole, le rispettive comunità di riferimento) che produce solo conformismo, precarietà, esclusione e alienazione. Queste logiche, già imposte all’università italiana, la stanno devastando.

Professore ordinario di Letteratura angloamericana, Università “L’Orientale”, Napoli

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Il monoteismo del ricatto
di Sergio Labate

Ci sono troppi motivi per opporsi a questa riforma eversiva. Essenzialmente mi oppongo perché non ne posso più della stupidità della politica. Di una riforma il cui unico argomento razionale sembra essere il monoteismo del ricatto: ti do lavoro e ti tolgo i diritti. Ma che lavoro è senza diritti e senza libertà? Che dall’Ilva alla Scuola questa sia ormai l’unica argomentazione che i politici sanno evocare è segno inequivocabile di stupidità.

Poi mi oppongo perché lavoro all’Università. E se qualcuno vuole immaginare quello che sarà la Scuola a seguito di questa riforma è sufficiente che veda quello che l’Università è già diventata. Noi non formiamo più in funzione della democrazia e della società, ma solo del mercato. Siamo diventati scuole di avviamento professionale, ma il lavoro non è un mezzo per costruire società consapevoli, è ormai il mezzo per eliminare ogni residuo di socialità, condivisione, identità pubblica, riconoscimento di sé. Se la Scuola e l’Università diventano ancelle di questo lavoro, esse sono condannate a morte. Perché questa idea di lavoro non ha bisogno di cultura, di pensiero critico, di spazi di discussione pubblica, di diritti universali, di istruzione, di mani pensanti e teste ben fatte.

E infine, guardo con pena alla costruzione di una nuova classe di baroni. Perché i dirigenti scolastici godranno di un potere che li renderà del tutto simili ai baroni che hanno rovinato l’Università (e che prosperano grazie alle ultime riforme). Ma provo pena per loro. Perché il loro potere con cui possono arbitrariamente ricattare gli insegnanti è del tutto fittizio. Basta seguire la tendenza delle riforme della pubblica amministrazione per sapere che anche i dirigenti saranno definitivamente precarizzati e sottoposti al ricatto di chi è più potente di loro (quasi sempre i politici). Così anche nella riforma della Scuola si usa una strategia che per l’Università ha avuto successo: dare a qualcuno l’illusione di essere forte in modo che non si accorga di essere sempre più debole. Dare a pochi l’illusione di essere padroni per ridurre tutti alla condizione di schiavi. Con l’Università tutto questo si è realizzato. Non abbiamo avuto la forza e la passione necessaria per salvarla. Proviamo almeno a salvare la Scuola.

Ricercatore di Filosofia teoretica, Università degli Studi, Macerata

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Nulla a che vedere con la cultura e la formazione
di Luca Lenzini

Aderisco alla mobilitazione contro il ddl in via di attuazione dal governo.
Nessuna delle “riforme” degli ultimi anni, per quanto riguarda il mondo dell’istruzione (compresa e in primo luogo l’università) ha altro senso da quello di un frettoloso adeguamento alle esigenze di comando imposte da una visione profondamente antidemocratica della società intera, quale è maturata negli ultimi anni e che ha la radice a sua volta nelle necessità delle forze finanziarie internazionali. Assolutamente nulla a che vedere, quindi, con la cultura e la formazione.

Come membro del Centro Studi Franco Fortini mi auguro, inoltre, che tutti quelli che hanno a cuore il tema della scuola e dell’università sappiano trovare la forza per unirsi e organizzarsi in una prospettiva di lungo termine, aperta ad una dimensione europea, dialogante con le più varie componenti della società e fuori da ogni orizzonte corporativo e soltanto locale.

Centro Studi Franco Fortini, Università degli Studi, Siena

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La scuola della gerarchia e della selezione
di Gennaro Lopez

La manomissione del sistema scolastico da parte del governo Renzi è solo l’ultimo atto di un dramma (a volte farsesco, altre volte tragico) che viene rappresentato sulla scena politica italiana ormai da molti anni; più esattamente da quando le leggi del (libero?) mercato hanno preso a dettare l’agenda dell’agire politico e i saperi, l’istruzione, la formazione sono stati ridotti alla condizione di “merce. Tutto il sistema nazionale di educazione, istruzione, formazione (università compresa), esposto al pubblico ludibrio da pennivendoli di ogni risma, è la vittima sacrificale di questa immonda rappresentazione, che vede come “deus ex machina” il cavallo di Troia chiamato ‘autonomia’, il cui ventre – ci era stato detto – avrebbe dovuto contenere maggiore libertà di ricerca e di sperimentazione, gestione democratica, innovazione didattica, apertura al territorio e che, invece, ha partorito mostri che si chiamano competizione, concorrenza, selezione, organizzazione gerarchica.

Già docente di Lingua e Letteratura latina presso l’Università di Bari, La Sapienza Università di Roma e l’Università degli Studi di Roma Tre, dal 1967 al 2006. Della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma Tre è stato anche Preside vicario e Presidente del Corso di Laurea in Lettere.

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La “Buona Scuola” italiana ispirata al rinomato modello messicano
di Fabrizio Lorusso

In Messico l’educazione pubblica primaria, quella secondaria e la superiore pubblica sono le peggiori tra i paesi OCSE. Le risorse sono sempre state e sono ancora scarsissime. Se non puoi pagare rette da almeno 300-400 euro al mese in una privata, la scelta della scuola dell’obbligo e del liceo (la famosa “escuela preparatoria”) pubblico diventa un po’ una roulette russaLe scuole erette dagli impresari dell’educazione sono delle imprese fruttuose e prospere, adatte e adattabili ad ogni esigenza, ad ogni fascia della classe media e alta, ad ogni cliente-consumatore-studente.

I genitori, con la riforma educativa promulgata dall’attuale presidente Enrique Peña Nieto, sono diventati corresponsabili delle spese per la manutenzione degli istituti statali. La precarietà del lavoro è la regola e l’incertezza della vita in tutti i suoi aspetti, materiali ed emozionali, costituisce la cifra della “modernità messicana”. E in Italia l’egemonia del pensiero unico dell’ultimo ventennio non promette niente di diverso.

La riforma educativa è stata in realtà una riforma del lavoro docente che trasforma gli insegnanti in lavoratori amministrativi e desindacalizzati, che li punisce se si assentano più di tre giorni, che li obbliga ad essere valutati e sanzionati in base a test copiati da quelli in voga all’estero (cioè negli USA), mentre prima il loro contratto era regolato dal più garantista codice federale del lavoro e le proposte per la valutazione da loro avanzate rispondevano a criteri locali. Per questo la protesta non s’è mai arrestata.

Alcuni aspetti della cosiddetta Buona Scuola italiana paiono rimandare alla “riforma educativa” di Peña che poco di educativo possiede. Il suo obiettivo era quello di aziendalizzare la scuola e zittire alcuni sindacati, epurarla dallo sviluppo del senso critico e dalla formazione umanistica, annichilire le voci dissidenti.

Da anni fioriscono istituti privati che presto marciscono. Sovente il business educativo s’affida a presidi-manager e patriarchi-caudillos con pieni poteri ma dal sorriso ampio e accogliente. Se però hai i soldi questi poteri e i sorrisi si piegano, e gli unici che di poteri non ne hanno sono, dunque, i docenti, ridotti a meri esecutori assoldati semestre dopo semestre o a tempo determinato per un annetto o due. E chi ha il privilegio di avere il “posto fisso”, che poi non lo è mai davvero al 100%, si deve comunque integrare all’interno di un sistema di dominazione asfissiante o di filosofie di fondo e mission imbarazzanti. Nel sistema pubblico, per lo meno, alcune garanzie c’erano, ma ora giacciono in un limbo, tra riforme e leggi che vengono contestate perché provano a smantellarle senza consultare i diretti interessati. Nel frattempo i mass media trasformano il docente educatore, figura molto rispettata nelle rispettive comunità, in un facinoroso delinquente che osa alzare la testa.

Una scuola in cui l’eguaglianza s’impara senza che nessuno la insegni”, ha detto Stefano Rodotà. Di certo non si tratta del modello messicano verso cui l’Italia e la poco Buona Scuola di Renzi propendono.

Professore a contratto di Storia dell’America Latina e Geopolitica latinoamericana, Università UNAM e IBERO AMERICANA, Città del Messico

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Angheria di ignoranti
di Santo Lucà

La scuola italiana non merita le continue angherie e vessazioni di una classe politica screditata, arrogante e perfino ignorante. Bizzarra e dispotica è l’idea di affidare al monocrate di turno la gestione complessiva.

Professore ordinario di Paleografia greca, Università degli Studi «Tor Vergata», Roma

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Una riforma che peggiora la situazione
di Romano Luperini

La scuola deve formare dei cittadini, non dei produttori o dei consumatori. Finché si continuerà a “riformarla“, come si è cominciato a fare a partire da Berlinguer, assumendo a criterio metodi di direzione e fini formativi desunti dal mondo aziendale si produrranno solo due effetti: da un lato la riforma, per quel poco che sarà attuata, peggiorerà la situazione della scuola e la condizione degli studenti e degli insegnanti, dall’altro, nella sostanza, la riforma annasperà fra mille contraddizioni, ritardi, impacci perché i vari provvedimenti risulteranno di fatto incoerenti rispetto alla natura della scuola e ai suoi scopi educativi, aumentando la confusione che già vi regna.

Docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Siena e professore aggiunto all’Università di Toronto

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La “buona scuola” non è una “buona” riforma
di Giovanni Manetti

Fra le ragioni per cui la riforma della cosiddetta “buona scuola” non è una “buona” riforma c’è la modifica radicale di un patto tra gli insegnanti e la professione che va ad investire i seguenti punti:

1. Finora la scuola è stata un’oasi praticamente immune (a differenza di molte istituzioni, compresa l’Università, spiace dirlo) dal fenomeno del clientelismo: il meccanismo della selezione attraverso concorsi, e/o corsi professionalizzanti permettevano agli aspiranti docenti di entrare in graduatorie che si sottraevano a qualunque potere decisionale personale e che erano le uniche garanti dell’inserimento nella professione in un determinato Istituto da parte dei docenti;

2) La possibilità di scegliere l’Istituto in cui esercitare la professione o di esservi trasferito era regolata dal meccanismo di richiesta del docente sottoposta solo al vincolo della disponibilità dei posti e della posizione nella graduatoria. Su entrambi questi punti va ad incidere negativamente il nuovo potere decisionale che si intende conferire alla figura del dirigente scolastico.

3) A ciò si aggiunge un terzo elemento critico riguardante la valutazione: meccanismo in sé non negativo (nonostante sconti il fatto di essere frutto della proverbiale e provinciale esterofilia italiana, che poi “copia” sempre a metà) può diventare pessimo se gestito nella maniera attualmente proposta dal DDL. E’ legittimo e opportuno che gli insegnanti quando entrano in ruolo non si sentano già alla fine della carriera, per mancanza di ulteriori sviluppi, ed è indubbio che tali sviluppi debbano essere legati a meccanismi valutativi; ma i meccanismi di valutazione dovrebbero essere frutto di una riflessione molto più articolata e seria di come è attualmente prospettato e prevedere anche dinamiche che non si riducano solo ad una gratifica economica.

4) Ultimo punto, anche se non il meno importante: appare molto negativo che ci siano nel DDL deleghe in bianco al governo su materie che di fatto riguardano il contratto di lavoro (orari, ferie, ecc.), su cui il governo potrebbe decidere unilateralmente annullando di fatto i vincoli stabiliti sindacalmente dal contratto stesso.

Professore ordinario di Semiotica e di Teoria e storia della semiotica, Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive, Università degli Studi, Siena

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Già che ci siamo aboliamo l’italiano
di Emilio Matricciani

Tra le disposizioni previste dalla Buona Scuola, una è passata quasi inosservata, tranne a Sebastiano Vassalli (Corriere della Sera, 15 febbraio 2015) – da cui ho tratto il titolo per questo commento –, vale a dire l’obbligo di insegnare in tutte le scuole di ogni ordine e grado una materia in lingua inglese (ad esclusione della lingua e letteratura italiane, bontà del governo!). In altre parole, i nostri giovani concittadini, di madre lingua italiana, studieranno obbligatoriamente, senza poter scegliere, matematica, fisica, scienze, filosofia, storia (tutto! storia romana, rinascimento, risorgimento), arte e disegno, chimica etc., in inglese, e se la scuola non ha docenti adatti, potrà assumere un docente madre lingua inglese, così sistemeremo i precari britannici, lasciando a casa i nostri laurerati. Le conseguenze di questa sciagurata disposizione è che l’italiano diventerà un dialetto, i giovani impareranno meno e peggio, e che saranno violati i loro diritti costituzionali. La vicenda non è che l’ultima di una serie di decisioni, già anticipate in molte università statali, di preferire l’inglese all’italiano, di fatto abolendo la nostra lingua in Italia, contro la Costituzione e leggi dello Stato. Emblematica, per tutte, è la vicenda del Politecnico di Milano, ora al vaglio della Corte Costituzionale. Suggerirei ai genitori ancora italofoni di rivolgersi al TAR perché i loro figli imparino la matematica etc. in italiano, non in inglese. Sicuramente vinceranno il ricorso.

Docente di Ingegneria dei sistemi di comunicazione via satellite, Politecnico di Milano

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Distruggerebbe il pensiero critico
di Maria Grazia Meriggi

L’autoritarismo e il conformismo imposti dalla cosiddetta “buona scuola” se si assommassero agli effetti distruttivi del 3 + 2 ormai evidenti a tutti distruggerebbero il pensiero critico che nella scuola pubblica ha sempre avuto un centro di formazione e irradiazione.

Professore di I Fascia di Storia Centemporanea, Università degli Studi, Bergamo

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Non merita neppure il nome di riforma
di Claudio Micaelli

Il DDL sulla scuola, preannunciante i tempi messianici della “Buona Scuola“, in realtà non merita neppure il nome di riforma, in quanto non è espressione di una nuova organica visione della cultura, ma solo un intervento sullo stato giuridico dei docenti, sottoposti ad una nuova umiliazione di tipo normativo che si aggiunge a quella, già operante, di carattere economico (stipendi fermi da anni, con un carico di lavoro che cresce in modo incontrollato). Sostenere che, con i nuovi poteri attribuiti al Super-Preside, la qualità del servizio offerto vedrà un deciso miglioramento è un insulto alla verità e all’intelligenza degli Italiani, soprattutto di quelli che di scuola si sono da sempre occupati con passione e competenza vera.

Docente ordinario di Letteratura Cristiana Antica, Università degli Studi di Macerata

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In gioco c’è il futuro della democrazia italiana
di Tomaso Montanari

La #buonascuola mira a costruire una cattiva società. Una società più autoritaria. Una società con meno memoria. Soprattutto una società ancora più divisa, serrata in gated communities guardate a vista: perché è una controriforma che renderà radicale, esplicita, programmatica l’esistenza di una scuola per ricchi separata da quella per i poveri. E una società fatta di classi sociali che vivono separate sarà sempre più diseguale, sempre meno democratica. In gioco non c’è (solo) la scuola: c’è il futuro della democrazia italiana. (vedi anche qui)

Professore associato di Storia dell’arte moderna, Università degli Studi “Federico II“, Napoli

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Ci sarebbe da ridere
di Giuseppe Nava

La riforma della scuola mira a rilanciare la centralità della figura del Preside, sollecitato a farsi dirigente d’azienda (ci sarebbe da ridere in proposito, se la situazione attuale della scuola italiana lo consentisse) e investito del diritto di chiamata dei docenti, in barba agli organismi collegiali e alle graduatorie di concorso. Oltretutto siamo in un Paese dove in parecchie regioni i presidi sarebbero sottoposti a forti pressioni in favore di questo o quel candidato. Non voglio dire altro: mi si consenta però di protestare contro il blocco dei già magri stipendi dei docenti, in vigore dal 2011.

Professore ordinario di Letteratura italiana, Università degli Studi, Siena

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L’eutanasia dell’istruzione
di Barbara Onida

In un meccanismo incomprensibile, paradossale e oserei dire dissociato, i ricercatori e i docenti universitari vengono pagati solo o anche per fare ricerca, vengono valutati quasi esclusivamente in base ai prodotti della loro ricerca e non ricevono il finanziamento per fare questa stessa ricerca. Se la scienza è malata, come ci insegna Laurent Ségalat nel suo saggio, vuole forse tutto questo essere un’eutanasia?

Department of Applied Science and Technology, Politecnico di Torino

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Non è la scuola della Costituzione
di Anna Painelli

La scuola deve educare cittadini liberi e consapevoli. Deve educare le menti che guideranno lo sviluppo della nazione. La scuola deve educare alla condivisione del sapere, lontano da ogni competizione. Deve educare alla vita piuttosto che formare al lavoro. Per questo la scuola deve essere libera da sponsor e non soggiacere a logiche di mercato. Ogni scuola deve essere guidata dal corpo docente in uno sforzo coerente e condiviso. Questi semplici concetti, ripresi in larga misura da Pietro Calamandrei, sono le fondamenta della buona scuola della nostra costituzione. Non sono purtroppo i concetti fondanti della “Buona Scuola.

Professore ordinario di Chimica fisica, Università degli Studi di Parma

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Un’impresa degna di miglior causa
di Giuseppe Panella

Pur non essendo né un pedagogista né uno studioso di storia della scuola, ho notato con stupore che ognuno dei ministri della Pubblica Istruzione susseguitisi in Italia a partire dalla prima riforma significativa della scuola dopo la Prima Guerra Mondiale, quella Gentile-Bottai del 1923 (che pure riprendeva certi aspetti di quella Casati), ha voluto affiggere sulle sue proposte il proprio cognome: per cui dalla riforma Misasi (tanto per citarne una piuttosto significativa negli anni Settanta) si è passati alla riforma Moratti e alla riforma Gelmini fino all’attuale proposta che porta anche il nome del presente Presidente del Consiglio. Tutte imprese, soprattutto le ultime, tutte degne di miglior causa. L’Università non viene investita per ora dalla “Buona Scuola” di Renzi ma è inevitabile che ne subirà il contraccolpo. Perché? Perché è inevitabile che l’abbassamento qualitativo dell’insegnamento nelle scuole medie superiori si ripercuoterà sulle potenzialità dei futuri studenti universitari e scoraggerà quelli che tra loro vorranno dedicarsi all’insegnamento (soprattutto nelle già declassate Facoltà umanistiche).

Renderà infine improbabile o ridurrà la possibilità del proseguimento degli studi universitari da parte di chi ne avrebbe voglia e che nella scuola avrebbe dovuto trovare l’incentivo per farlo…

Docente di Estetica, Scuola Normale Superiore di Pisa

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La “Buona Scuola” dei burattinai
di Andrea Penoni

La Buona Scuola di Renzi è anzitutto uno scippo; esisteva già una legge di iniziativa popolare con lo stesso nome, ma con contenuti decisamente diversi.

la scuola necessita risorse ed invece si trova ad avere a che fare con una sorta di burattinaio che chiede ad altri (i futuri presidi manager) di esercitare la stessa professione di burattinai, controllando nella buona e nella cattiva sorta il destino delle ragazze e dei ragazzi che saranno i cittadini del futuro

la scuola ha bisogno di pensiero critico e non di dogmi, di verità rivelate, di diktat che dall’alto facciano calare una disciplina a cui tutti debbono attenersi.

Vorrei che in futuro gli studenti universitari sapessero guardare la realtà non con l’occhio imposto loro da altri, senza nessuna nebbia che ne obnubili i pensieri, ma con lo sguardo di chi sappia mettere in discussione le verità cristallizzate che alcuni vogliono far piovere dall’alto.

Basterebbe poco, basterebbe che la scuola avesse dedicate le risorse che altri Paesi le destinano, che i fondi fossero solo per la scuola pubblica, perché quella privata già li possiede.

Almeno l’onestà di vedere che chi taglia le risorse alla scuola pubblica non avesse la faccia tosta di dipingersi come il benefattore dell’umanità a colpi di ipocrisia.

Professore aggregato di Chimica organica, Università degli Studi dell’Insubria, Como

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La scuola è stata buona… fino a prima delle “riforme
di Ludovico Pernazza

Il disegno di Legge sulla Buona Scuola promuove un’impostazione verticistica e autoritaria, che andrebbe nella direzione opposta alla realizzazione di un ambiente democratico fertile per la crescita di nuovi cittadini, oltre che per il lavoro e l’impegno dei moltissimi lavoratori grazie ai quali la scuola in Italia è stata buona… fino a oggi!

Ricercatore di Algebra lineare e Algebra superiore, Università degli Studi di Pavia

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In Italia si continua a sottovalutare l’educazione
di Stefano Perri

Nel nostro Paese il problema dell’educazione è sempre stato sottovalutato, basti pensare alla minore quantità di risorse dedicate a questo settore rispetto agli altri Paesi europei. Questa sottovalutazione è legata al modello di sviluppo che negli ultimi decenni ha puntato su settori maturi e sulla via bassa della competitività, basata sulla riduzione del costo del lavoro. La riforma proposta dal governo non cerca neanche lontanamente di superare questo stato di cose, ma indebolisce ulteriormente la funzione pubblica dell’istruzione, sia creando nuovi canali di finanziamento alle scuole private, sia generalizzando un modello organizzativo aziendale e verticistico che rischia di peggiorare ulteriormente i contenuti e l’orientamento dell’insegnamento e l’equità dell’accesso all’istruzione.

Professore ordinario di Microeconomia, Università degli Studi, Macerata

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Führerprinzip aziendalistico
di Maria Chiara Pievatolo

La riforma Renzi è una applicazione aziendalistica del Führerprinzip. Al posto della vecchia pseudo-scienza biologica c’è una pseudo-scienza economica divenuta capace di uccidere, nell’anima prima che nei corpi, senza versare sangue. Ma il razzismo – la volontà dispotica di eliminare ogni luogo in cui gli esseri umani siano liberi di coltivare le loro potenzialità senza discriminazioni di principio – è sempre lo stesso.

Professore associato di Filosofia politica e di Filosofia e teoria dei linguaggi, Università degli Studi, Pisa

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Propositi astratti e impraticabili
di Giorgio Piras

Il motivo per cui alcuni docenti della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza hanno deciso di farsi promotori di un appello contro il DLL sulla cosiddetta “Buona Scuola” risiede innanzitutto nel desiderio di molti di noi di raccogliere le preoccupazioni che ci sono giunte dal mondo della scuola, un mondo a cui l’università e le facoltà umanistiche in particolare sono e si sentono legati da fortissimi vincoli. Molti di noi hanno anche una lunga pratica di insegnamento scolastico e un po’ tutti abbiamo ricevuto segnali di forte inquietudine per un disegno di legge che è sentito come poco rispondente ai bisogni di chi nella scuola ci vive tutti i giorni. Molti dei propositi contenuti nel DDL (perché di questo in gran parte si tratta nel lungo articolato legislativo) sono del tutto astratti e difficilmente praticabili. In un contesto di difficile conduzione quotidiana dell’esercizio educativo ci si sofferma su dichiarazioni generiche e non si affrontano le questioni finanziarie che costituiscono il vero problema della scuola italiana (peraltro con un forte occhio di riguardo per le scuole non statali) e che rischiano di non consentire la necessaria efficacia, serietà e pervasività del sistema educativo di un Paese in forte crisi culturale e identitaria.

Professore aggregato di Filologia classica, Università degli Studi “La Sapienza“ di Roma

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Incostituzionale e regressivo
di Alessandro Prato

Il DDL sulla cosiddetta “buona scuola”, al di là della stucchevole retorica del “nuovo” e dell’andare avanti” (ma verso quale direzione?), è un provvedimento regressivo che ripristina la situazione giuridica dell’età del fascismo in cui «le supplenze ai posti di ruolo e gli incarichi di insegnamento di qualunque specie sono scelti e conferiti dal preside» (Gazzetta ufficiale del Regno D’Italia n. 129 del 2.6.1923, art. 27).

Inoltre è anche anticostituzionale sotto diversi aspetti: ad esempio sulla chiamata diretta dei docenti attraverso l’istituzione di appositi albi; la Consulta si è già espressa in merito nella sentenza 66 del 2013, quando la Giunta della Regione Lombardia tentò di adottare un analogo provvedimento. Affidare al Dirigente scolastico il potere di selezionare il personale su regole non uniformi è inammissibile perché in questo modo ogni scuola potrebbe decidere per conto suo, in modo discrezionale e sulla base di un imprecisato merito, le modalità di accesso e questo è in forte contraddizione con l’art. 97 della Costituzione (ai sensi del quale “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante pubblico concorso“) che codifica un vincolo di imparzialità nell’assunzione dei dipendenti pubblici, basato sull’applicazione di criteri oggettivi.

Allo stesso tempo il DDL confligge con l’art. 33 della Costituzione che definisce la libertà d’insegnamento come un diritto indisponibile (cioè non può essere modificato se non si modifica la Costituzione), in virtù del quale la condizione dei docenti non è quella di essere dei lavoratori subordinati. Se venissero invece scelti da un dirigente scolastico e dal comitato di valutazione, si verificherebbe la paradossale situazione in cui gli incompetenti giudicano i competenti: i genitori e gli studenti infatti non hanno competenze adeguate a questo riguardo, ma a ben vedere anche il Dirigente si trova in una situazione analoga, poiché dovrebbe avere competenze interdisciplinari certificate dalle prove di concorso finora previste.

Infine il provvedimento con le numerose deleghe in bianco assegnate al governo di fatto colloca nell’ambito della “riserva di legge questioni come l’orario di lavoro, la retribuzione, le ferie, la malattia che sono invece istituti di natura contrattuale, con la conseguenza di disapplicare in modo unilaterale il contratto nazionale di lavoro tuttora vigente.

Professore a contratto di Retorica e linguaggi persuasivi, Dipartimento di Scienze sociali politiche e cognitive, Università degli Studi, Siena

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Una riforma non può che muovere dall’insegnante, dalle sue proposte
di Antonio Prete

Ragione e respiro della scuola è il rapporto insegnanti-studenti, e nel ritmo di quel rapporto, nel suo svolgimento, nella sua storia, c’è il passaggio di conoscenze, la relazione con le forme del sapere, con il linguaggio, con i modi della conoscenza. L’insegnante vive ogni giorno questa avventura. Si arrischia in questo compito arduo. Una riforma non può che muovere dall’insegnante, dalle sue proposte. Ogni riforma della scuola deve mettere al centro la formazione dell’insegnante e i contenuti culturali, la necessità del rapporto costante dell’insegnante con la cultura, con lo studio, anche con forme di ricerca che possano riflettersi nella didattica. La responsabilità e le scelte dell’insegnante non sono diverse da quelle che riguardano altre figure intellettuali, come i docenti universitari, i ricercatori ecc.

Introdurre criteri esterni di giudizio, affidarne l’applicazione al dirigente e a un consiglio di genitori e studenti è avviare un sistema esposto all’arbitrarietà o, peggio, alla personalizzazione, estraneo allo spirito stesso della scuola. Introdurre livelli meritocratici e monetizzare differenze, è umiliare il senso di responsabilità dell’insegnante. Non è lì che una riforma deve agire, ma sul numero dei componenti una classe, da ridurre decisamente, sull’occupazione dei giovani laureati e preparati per insegnare, sul rapporto tra scuola e università, tra scuola e altre istituzioni culturali, sul tempo della formazione, sull’avvio di nuovi modi di valutazione scolastica, meno esteriori e numerici, meno centrati sul voto. Inoltre una riforma nasce dal dialogo costante e premuroso dei legislatori con i soggetti che quella riforma devono applicare. Ogni atteggiamento impositivo o peggio di sfida è da sconfessare come autoritario: del resto sarebbe nocivo ai fini stessi del buon esito di una riforma.

Docente di Letterature comparate, Università degli Studi di Siena

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Un lento declino, nella mercificazione universale
di Paolo Quintili

I problemi che la “riforma” Renzi evoca – ultima di una nefanda serie di “riforme” – investono non la sola scuola, ma il sistema-formazione in generale, in Italia. Il declino della nostra scuola democratica è legato a fenomeni storici di lunga durata. Il modello sottostante è quello del “reagan-tacher-blairismo” all’italiana (cioè fatto male): una deregulation dall’alto che impone mano libera all’autorità (Dirigenti-manager e “bravi insegnanti”) e nega, sul terreno più elementare dei diritti, il principio dell’autonomia dell’insegnamento (superamento delle barriere economiche e della disparità di condizioni per gli studenti ecc.) dai principi economicistici e monetaristici di una società sempre più inegualitaria.

Anzi, la controriforma Renzi introduce proprio tali principi al cuore del lavoro pedagogico, imponendo meritocrazia (idiota), concorrenza, burocratizzazione ecc. ecc. e, in ultima istanza, mercificazione dei “prodotti” immateriali del lavoro formativo. La riforma del ridente boy-scout (Renzi) ci fa piombare nel più nero dei contesti, per la scuola, quello della definitiva mercificazione universale dei prodotti dello spirito.

Professore associato di Storia della Filosofia,  Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Tor Vergata, Roma – Directeur de Programme – Collège International de Philosophie, Paris

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Una riforma da ancien régime
di Leonardo Rombai

La riforma cosiddetta “Buona Scuolaaffida ai presidi o dirigenti scolastici anacronistici poteri assoluti (da “ancien régime“) in merito alla chiamata degli insegnanti e alla valutazione del loro lavoro e delle loro capacità e attitudini, in totale assenza di parametri (basati su pochi indicatori oggettivi) attentamente sperimentati, e in assenza di collegi regionali o provinciali appositamente costituiti con esperti e rappresentanti delle parti interessate.

Discrimina ed umilia (con l’incentivo dei 50 euro da concedere presumibilmente a pochi) il corpo degli insegnanti che, in virtù dell’assegnazione o meno di tale “premio” verrebbe di fatto diviso in “bravi” e “inadeguati“; prevede ulteriori finanziamenti – anticostituzionali e quindi del tutto inaccettabili – a vantaggio delle scuole private.

Professore ordinario di Geografia, Università degli Studi, Firenze

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Anticostituzionale, autoritario, punitivo
di Livia Nicoletta Rossi

Sono totalmente contraria al progetto renziano per tutte le ragioni già ampiamente e ottimamente espresse da varie parti:

anticostituzionale;

autoritario, ma ci si rende conto che un preside può allontanare un docente anche solo per le sue idee politiche e avrebbe comunque una potente arma di ricatto?;

punitivo verso tutti gli insegnanti che, magari meritandolo, non potranno accedere all’incentivo, quando invece gli insegnanti non capaci dovrebbero più semplicemente non entrare affatto in una scuola;

foriero di contrasto tra gli insegnanti anziché di armonia e spirito di collaborazione;

foriero di divisioni tra classi di serie A e classi di serie B; eccetera…

In compenso dal ministro non ho sentito parlare di programmi se non in modo vago e superficiale. Come spesso succede, si colpiscono i lavoratori invece di dar loro gli strumenti per lavorare meglio.

Professore di Medicina, Università degli Studi, Milano

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Nasconde la volontà di distruggere

di Maria Letizia Ruello

La scuola soffre da tempo di sottofinanziamento e di mancato rinnovo del corpo docente. Ogni riforma richiede un costo e uno sforzo che un organismo sofferente non può reggere se prima non gli si dà energia. La prima riforma da fare è dunque semplicissima (e ovviamente non a costo zero): ridurre il numero di studenti per classe e assumere nuovi insegnanti… nuove dotazioni didattiche poi non guasterebbero! Ogni altra riforma, che preceda questa, nasconde la volontà di distruggere.

Ricercatore di Scienza e tecnologia dei materiali, Università Politecnica della Marche, Ancona

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Scuola e Università: agire insieme
di Guido Samarani

I temi centrali della “Buona Scuola“, aldilà degli aspetti specifici, offrono una visione dirigistica e centralistica dei processi di organizzazione e formazione del sapere, di cui faranno innanzitutto la spesa proprio quegli studenti e quei giovani che si dice di voler difendere e sostenere.

Abbiamo già potuto misurare a fondo, in questi anni, a che cosa ha portato nel sistema universitario il continuo stillicidio di riforme e di mutamenti normativi, spesso accompagnati da ignoranza dei veri problemi, superficialità nell’approccio ed arroganza culturale.

Occorre reagire, se non è già troppo tardi. Il mio sostegno alla battaglia per una scuola ed un’università all’altezza dei tempi e delle nuove esigenze del sapere.

Professore ordinario di Storia della Cina e Storia e istituzioni dell’Asia orientale, Università Ca’ Foscari, Venezia

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Spendere per la scuola, non per le milizie
di Federico Sanguineti

Insieme a chi lavora e agli studenti
in cinque righe voglio dire chiaro
contro il decreto legge sulla scuola
che siano spesi per la scuola pubblica
i soldi spesi in spese militari.

Professore ordinario di Filologia italiana, Università degli Studi di Salerno

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Un modello competitivo e aziendalistico
di Luca Scacchi

Nelle ricerche del mio settore, ho conosciuto il valore della scuola per lo sviluppo delle persone, per la riduzione delle disuguaglianze, per la salute di tutti e tutte, per la costruzione di una società democratica. L’importanza cioè di un sistema scolastico pubblico e inclusivo, che si basa sul confronto delle diverse esperienze umane, sociali, culturali, ideologiche della nostra complessa realtà. L’importanza cioè di una comunità educante. Una comunità educante non può esser costruita egemonizzando e omogeneizzando i singoli istituti scolastici intorno ai loro dirigenti ed ai loro Piani dell’Offerta Formativa. In una comunità educante non possono esistere uomini soli al comando o una competizione continua attraverso l’istituzione di premi e meccanismi di valorizzazione economica. Non solo perché la diversità è democrazia, ma perché proprio dalla diversità e dalla cooperazione si sviluppa una scuola migliore.

Per questo ritengo grave il DDL Renzi, la cosiddetta Buona scuola: un modello competitivo e aziendalistico, che rischia di trasformare la scuola in uno dei principali fattori di disparità, disuguaglianza e disintegrazione sociale del nostro paese.

Ricercatore in Psicologia Sociale, Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Università della Valle d’Aosta – Université de la Vallée d’Aoste, Aosta

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Una “riforma” con applausi preregistrati

di Mauro Stampacchia

Dalla semplice conoscenza della cosiddetta “riforma” del Governo noto immediatamente preoccupanti somiglianze con i provvedimenti che hanno così duramente colpito l’Università italiana negli anni passati, il cui triste corollario sono i nostri giovani studiosi che devono andare all’estero.

Efficientismo (di facciata), scimmiottamento del privato, ampliamento dei poteri dei presidi nella scelta dei docenti, ed altre linee guida, la dicono lunga su dove si vuol arrivare. E quello che a me non appare un dettaglio: la definizione di “buona” scuola fin nel titolo. Cardine del processo educativo (e democratico) è che quel che si fa, lo si fa giudicare ad altri. Qui invece gli applausi, come nella peggior televisione, sono incorporati, preregistrati. Davvero educativo, davvero democratico

Professore di Storia del movimento operaio e sindacale, Università degli Studi, Pisa

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Una distorsione della democrazia

di Giuliano Tanturli

La scuola e la piena possibilità d’accedere all’università rende uguali. Per farlo, deve essere pubblica e gratuita (i cittadini la pagano; ma con la tassazione generale ognuno secondo le sue capacità). Le riforme che da decenni la colpiscono in ogni suo grado perseguono l’opposto; quest’ultima progettata non muta direzione, anzi, se non arriva, molto s’avvicina alla piena distorsione.

Professore ordinario di Filologia della letteratura italiana, Università degli Studi di Firenze

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Un DDL incostituzionale
di Giorgio Tassinari

Il DDL sulla scuola del Governo Renzi è da respingere senza esitazioni. In sostanza è contro la Costituzione della nostra Repubblica, perché attenta alla libertà d’insegnamento (con l’ampliamento dei poteri del dirigente scolastico), finanzia le scuole private con la detraibilità delle rette (circa 460 milioni di euro sottratti alla fiscalità generale), demolisce il ruolo di costruzione dell’eguaglianza tra cittadini che l’art. 3 della Costituzione assume come direttrice fondamentale dell’azione dei poteri pubblici. L’assunzione dei precari è dovuta per via della sentenza della Corte di Giustizia Europea; aver legato la stabilizzazione dei precari alla legge Renzi-Giannini è solo un atto di arroganza, anzi un ricatto.

Professore ordinario di Analisi di mercato, Università degli Studi di Bologna

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Un vecchio approccio che si presenta come nuovo
di Tiziana Terranova

La riforma denominata “La buona scuola” si inserisce nel solco delle numerose riforme che hanno investito la scuola italiana. Non si tratta dunque di una novità assoluta, ma della prosecuzione di una serie di riforme di taglio “neo-liberale” per cui la competizione, la concorrenza, le regole e le gerarchie producono efficienza. Dopo quindici anni, possiamo dire con certezza che hanno prodotto solo dequalificazione dei saperi e svalutazione dell’operato di studenti e docenti senza produrre né “efficienza” né “occupabilità”. La colpa non è dei docenti, ma dell’impostazione delle riforme. E’ ora di superare questo vecchio approccio che si presenta come nuovo e immaginare una scuola del 21° secolo in grado di valorizzare le competenze e le passioni di tutti.

Professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, Università degli Studi “L’Orientale”, Napoli

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Scivola sulla buccia del ridicolo
di Giovanni Tesio

Aderire a un’iniziativa di riflessione sulla cosiddetta e – tutto sommato – sedicente “buona scuola” altro non significa che proporsi a qualche serio dubbio di adesioni troppo affrettate, troppo devote, troppo zelote, troppo – insopportabilmente troppo – accolte e accettate.

Sintetizzando all’estremo, pongo al mio ordine del giorno le seguenti questioni:

1. La questione nominale. Perché ricorrere al sintagma “buona scuola (con buona pace dell’Adamo di turno che ha confessato di essere stato Marco Lodoli), come se fossimo di fronte a una scuola finalmente buona contro le precedenti – inevitabilmente cattive – a cui ci siamo allevati e in cui abbiamo insegnato o ancora insegniamo?

2. La questione istituzionale. Perché cedere alla deriva privatistica, ossia consegnare la scuola a un orientamento tutto strumentale, aneddotico, alimentare, scardinando dalle fondamenta il credito di una istituzione che deve restare – laicamente, e lo dico da credente – di tutti e – democraticamente – per tutti?

3. La questione che chiamo “paradossale (e che in verità raggruppa più di un paradosso procedurale). Perché introdurre pratiche che scivolano sulla buccia del ridicolo e mettono duramente a repentaglio il già pur così sobriamente praticato “buon senso”, virtù di cui – a fronte di tanto ingegnose o presuntuosamente geniali trovate – siamo vieppiù così bisognosi?

Resta che su questioni non meno di fatto delicate quali il reclutamento dei docenti insistano osservatori e colleghi meglio di me informati.

Professore ordinario di Letteratura italiana, Università del Piemonte Orientale “A. Avogadro”, Torino

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Riforme che avviliscono e umiliano
di Vittorio Tomelleri

Negli ultimi anni c’è stato un accanimento programmatico della classe politica, di qualsiasi orientamento essa fosse, contro gli statali in genere (come se loro non fossero dei servitori dello stato ma dei padroni) e della scuola-università in particolare, con tagli indiscriminati che avviliscono e umiliano sia chi ha dedicato una vita a questa attività sia chi sta per intraprendere questa strada. Spiace molto essere dipinti come dei lazzaroni e approfittatori sociali, parassiti e fannulloni. Questo è il messaggio che si vuole dare in pasto all’opinione pubblica, non ci resta che rimboccarci le maniche e dimostrare con i fatti, pur tra mille difficoltà e ostacoli, che non è così.

Professore associato di Filologia Slava, Università degli Studi di Macerata

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E’ BUONA propaganda
di Patrizio Tressoldi

La buona scuola si può ottenere SOLO con buoni e motivati insegnanti dotati di buone risorse (aule, banchi, servizi, ausilii) a disposizione. Il resto è solo BUONA propaganda.

Ricercatore universitario confermato, Dipartimento di Psicologia Generale, Università degli Studi di Padova

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Radicalizza la divaricazione tra centro e periferia
di Attilio Trezzini

La scuola ha già subito negli anni un radicale peggioramento della qualità media della formazione che non ha condotto ad un abbassamento omogeneo della qualità delle formazione ma a una radicale divaricazione tra la qualità della formazione offerta da scuole del Centro, inteso socialmente e culturalmente, per lo più i licei delle zone delle città e del paese economicamente avvantaggiate e le scuole delle Periferie, sempre intesa socialmente e culturalmente. Le prime offrono una formazione solida, “eccellente” ed in grado di aggiornarsi proponendo esperienze innovative, le scuole delle periferie, invece, non riescono a mettere in grado lo studente di acquisire competenze minime necessarie per una vita culturale e civile dignitosa. L’elevatissima percentuale di abbandono dai corsi universitari è dovuta in effetti alla assoluta inadeguatezza degli studenti che, meno fortunati, provengono dalle scuole delle periferie.

Intervenire su questa situazione implica cercare di innalzare il livello medio della formazione riducendone la varianza ed in particolare innalzando la qualità della formazione nelle periferie, nelle zone e nei ceti svantaggiati del Paese. Premiare l’eccellenza è un obiettivo distorsivo, in primo luogo perché, per definizione, l’eccellenza si premia da sé, ma anche perché, sempre per definizione, l’eccellenza prevede l’esistenza di un livello di formazione peggiore, infimo che non emerge, dal quale le eccellenze, appunto, eccellono!

Prevedere l’ingresso di fondi privati nel finanziamento delle scuola pubblica peggiorerebbe la situazione favorendo il miglioramento delle scuole e delle realtà eccellenti, quelle più visibili per le quali i privati sarebbero disposti ad investire avendo un ritorno di immagine che è la sola giustificazione dell’investimento. Nessuno investirebbe in realtà marginali che più delle altre necessitano di sostegno ed investimento

Questa logica conduce a ritenere le scuole in grado di finanziarsi attraverso i privati come le più “meritorie” (questo già avviene per il finanziamento dei dipartimenti universitari), ma il merito che si premia non è quello dello studente che si impegna in processo formativo o degli insegnanti che con maggior impegno e rigore svolgono il proprio mestiere ma quello di appartenere ad un gruppo sociale già “corredato di potere di acquisto” e per questo appetibile per i privati in cerca di mercato.

Ancora più nefasto sarebbe la conseguenza di considerare come inefficienti, arretrate e da abbandonare al loro destino di marginalistà tutte le realtà che non riuscissero ad avere quel merito.

Sarebbe ora che qualcuno avesse il coraggio di dire che “il re è nudo”, che il mercato produce disuguaglianza ed inefficienza, che adottare una qualunque logica che somigli a quella del mercato per gestire la scuola e l’università e in genere i servizi pubblici conduce ad accentuare e rendere più feroci le disuguaglianze e gli esisti del mercato. Che tutto questo è contro la crescita e lo sviluppo economico, come uno sguardo, anche frettoloso, alla storia del nostro paese e degli altri Paesi Occidentali, dal dopoguerra all’avvento delle logiche neo-liberiste, dovrebbe rendere evidente. Ma per tutto questo ci vorrebbe una sinistra.

Professore associato di Microeconomia, Economia e finanza delle PMI, Economia internazionale, Dipartimento di Economia, Università di Roma Tre

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Un cambiamento senza prospettive
di Benedetto Vertecchi

La Buona Scuola renziana non è una novità. È piuttosto il punto d’approdo di un percorso di progressiva alterazione degli intenti e dell’organizzazione del nostro sistema educativo che ha trasformato un’istituzione che faticosamente in un secolo e mezzo di vita unitaria era riuscita a produrre cambiamenti di lungo periodo nel profilo culturale della popolazione in un’agenzia di servizi regolata secondo la cultura organizzativa al momento prevalente. Ma è un cambiamento senza prospettive: basterebbe pensare a quanti diversi modelli organizzativi si sono imposti negli ultimi decenni e come il loro tempo di validità si sia andato progressivamente riducendo.

I nostri bambini e i nostri ragazzi si trovano a subire scelte che è molto improbabile resistano il tempo necessario per completare un ciclo di studi. Invece di avere come riferimento interpretazioni di lungo periodo, capaci di sostenere nel corso di una vita sempre più lunga le esigenze della popolazione, si inseguono le suggestioni, quando non le mode, del momento.

All’accumulazione, generazione dopo generazione, della capacità di far fronte al compito di istruzione, si sostituisce una sorta di spreco istituzionale, una sorta di consumismo mostruoso a danno della vita e dell’intelligenza degli allievi. Questa strada era stata imboccata con decisione dalla Moratti e confermata dalla Gelmini, con i suoi disgraziati provvedimenti. I ministri che sono seguiti non hanno saputo far di meglio che inseguire un’innovazione da bar dello sport.

Sarà stato un effetto della rottamazione, ma si direbbe che nessuno che abbia un minimo di memoria storica sullo sviluppo del nostro sistema educativo abbia messo mano al disegno della Buona Scuola: e si vede. Come si può pensare di intervenire su un aspetto così delicato della vita sociale, com’è l’educazione, senza porsi nessuna domanda su ciò che potrà essere, su ciò che nell’educazione dà luogo a ricadute stabili e ciò che è transeunte? Si direbbe che l’esprit de finesse non sia gradito in viale Trastevere.

Docente di Pedagogia sperimentale, Direttore del Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica dell’Università Roma Tre

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La scuola dei clan, riforme che lasciano macerie
di Matteo Viale

Il governo Renzi prosegue nel triste solco tracciato dai numerosi governi che lo hanno preceduto a partire dall’inizio della seconda repubblica, governi, che tranne per rare eccezioni, hanno espresso ministri dell’istruzione con grandiosi progetti di “riforma” della scuola pubblica. Purtroppo quello che è rimasto nella nostra memoria non sono i nomi dei ministri né le loro “riforme“, ma le macerie che queste hanno lasciato del nostro sistema di istruzione. Per la gran parte queste riforme hanno mascherato significativi tagli nelle voci del bilancio pubblico per la scuola pubblica e per l’università pubblica, elargendo in modo sempre più spudorato generosi finanziamenti a scuole private, con lo scopo prima di tutto di favorire le scuole cattoliche ed ora anche di sovvenzionare imprese private al limite del malaffare quali sono molte delle università private (CEPU, università telematiche, etc.) e molte scuole superiori (parificate e non) che si occupano soltanto di distribuire diplomi a giovani oramai incapaci di integrarsi in un percorso formativo normale.

La “buona scuola” prosegue in questo solco accentuando gli aspetti di presa in giro che sempre più irritano chi lavora nel mondo della scuola e dell’università. Le misure che trovo più odiose di questa “riforma” sono:

(1) Le deduzioni fiscali indiscriminate per le scuole superiori: queste permetteranno di ottenere significative detrazioni fiscali anche a chi iscrive i propri figli a diplomifici privati che non hanno mai coltivato nessuna ambizione di formare i propri utenti (studenti in questo caso è una parola del tutto fuori luogo). In pratica questa misura permetterà di pagare con i soldi pubblici delle nostre tasse la scelta al ribasso di una famiglia (comunque abbiente) che vuole comunque procurarsi un diploma per il proprio figlio asino. E’ ancora più avvilente leggere che le deduzioni fiscali si daranno subito (forse non ora nel DDL della buona scuola ma – a sentire il ministro – di sicuro nella prossima finanziaria) mentre un albo che distingua le scuole superiori “serie” da quelle che sono una catena di montaggio per diplomi vari si farà solo nel seguito, forse…

(2) Il 5×1000 alle scuole dei propri figli e le donazioni detraibili alle scuole da parte di imprese (ed anche privati?): queste misure sono il principio con cui scardinare l’uguaglianza nelle possibilità di istruzione per i nostri figli.

Per quanto riguarda il 5 x 1000 è evidente che una scuola di un quartiere “bene” disporrà di risorse economiche date dal 5 x 1000 dei genitori dei propri studenti incomparabili con quelle di un quartiere disagiato.

L’ordine delle cifre che uno può farsi con conti molto grossolani è piuttosto impressionante: se il reddito famigliare è buono ma non stratosferico (diciamo 100.000 euro di imponibile tra madre e padre) la scuola riceve una donazione di 500 = 100.000 x (5 x 1000) euro per il figlio che la frequenta. Se la famiglia è disagiata (diciamo un reddito familiare tra padre e madre inferiore ai 30.000 euro) il 5 x 1000 è al massimo di 150 = 30.000 x (5 x 1000) euro.

Prendiamo due scuole con circa 800 iscritti e supponiamo che tutti i genitori degli studenti di entrambe le scuole decidano di devolvere il 5 x 1000 alla propria scuola. Supponiamo che nella prima scuola almeno la metà dei suoi studenti ha genitori con un reddito familiare di 100.000 euro, questa scuola riceverà solo da questa metà un finanziamento di circa 100.000 x (5 x 1000) x 400 = 200.000 euro l’anno, più il monte che riceverà dagli altri 400 con famiglie meno affluenti (diciamo altri 50.000-100.000 euro),quindi tra 250.000 e 300.000 euro. Se la scuola invece e in quartiere disagiato in cui ci possiamo aspettare che le famiglie hanno un reddito annuo compreso tra 10.000 e 40.000 euro (facciamo come media 25.000 euro per nucleo familiare) riceverà una cifra di 25.000 x (5 x 1000) x 800 = 100.000 euro.

Non credo che l’esempio che sto abbozzando sia così lontano dal vero, prendiamo per esempio a Torino una scuola media come la Nievo in zona centrale ai piedi della collina e confrontiamola con una scuola del quartiere Barriera di Milano, per verificare gli effetti di questa misura sulle rispettive possibilità di utilizzare i fondi provenienti dal 5 x 1000 per ammodernare le proprie infrastrutture, attivare corsi, laboratori, attività sportive, attività di recupero scolastico, attività di integrazione per bambini con difficoltà, organizzare gite, pagare supplenze…

Se parliamo poi delle donazioni liberali alla propria scuola per finanziare una nuova palestra etc… da parte di imprese (od anche privati), quali scuole avranno più possibilità di riceverne? quelle con studenti i cui genitori sono in molti casi imprenditori e professionisti o quelle i cui studenti possono essere contenti se i genitori hanno un lavoro qualunque?

(3) Gli incentivi e la valutazione affidati a presidi ed a genitori scuola per scuola invece che a un sistema di valutazione nazionale gestito dal ministero: gli effetti di questa misura nell’amplificare una propensione già propria della nostra cultura a creare clan di professori asserviti al dirigente di turno e docenti pronti a qualunque cosa pur di farsi benvolere dalle famiglie non tarderanno a manifestarsi.

Associate professor in mathematical logic, Dipartimento di Matematica, Università degli Studi di Torino

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Dalla collegialità all’autoritarismo
di Marco Vianello

La “riforma” della Scuola perseguita dal governo Renzi attacca alla radice uno dei principi fondanti di una Scuola democratica, il cui scopo sia quello di permettere lo sviluppo di menti critiche e persone libere da condizionamenti: il principio di collegialità. Il principio di collegialità viene sostituito dal principio di autorità, con il falso presupposto ideologico di incentivare con questo la responsabilità. Si otterrà invece di incentivare l’accentramento del potere, il controllo centralizzato e in ultima analisi la tendenza all’autoritarismo, che d’altra parte è una delle caratteristiche più evidenti delle politiche di questo governo.

Professore associato di analisi numerica, Dipartimento di Matematica, Università degli Studi, Padova

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Una riforma che sa di mercato
di Carmelo Vigna

Sulla “Buona Scuola” sono piovute critiche d’ogni tipo. In effetti, il disegno complessivo della riforma ha parecchi punti deboli: sembra coltivare il mito aziendalistico dell’efficientismo e ammiccare alla meritocrazia competitiva (cose che sanno di mercato); ma soprattutto sembra coltivare un orientamento punitivo nei confronti del corpo docente. Spostare il peso dell’autorità sui presidi e su genitori e studenti, quando la buona scuola è fatta prima di tutto da buoni professori, mi pare francamente una idea sbagliata. Il corpo docente dovrebbe però anche accettare una giusta selezione in ingresso (che da tempo manca) e un giusto controllo della propria attività di formazione (che oggi mi pare piuttosto formale). E poi chiedere con forza di esser ben pagato.

Professore emerito di Filosofia morale, Università Ca’ Foscari, Venezia

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La “Buona Scuola” di Renzi è una cattiva scuola
di Daniele Vitale

La “Buona Scuola” di Renzi e del governo è una cattiva scuola.
È una cattiva scuola perché accresce la competizione tra gli alunni da una parte e gli insegnanti dall’altra, anziché promuovere la costruzione di una comunità solidale. Accresce la competizione tra gli istituti, le città, le regioni, anziché coordinarli e costruire un sistema.
È una cattiva scuola perché, in modo ingannevole, propone la valutazione del merito come un procedimento obiettivo, mentre è uno strumento arbitrario che discrimina gli svantaggiati.
È una cattiva scuola perché congegnata in modo da riprodurre e accentuare le diseguaglianze sociali. Spinge verso una segmentazione della società. Crea scuole per abbienti e non abbienti.
È una cattiva scuola perché concentra il potere e lo rende arbitrario, affidandolo a presidi e dirigenti, anziché immaginare un quadro di scelte comuni.
È una cattiva scuola perché basata su una divisione rigida per materie e competenze, anziché su un progetto culturale cui partecipino alunni e docenti.
È una cattiva scuola perché non aumenta gli stipendi degli insegnanti, i più bassi d’Europa, e non restituisce loro dignità. Non incrementa le risorse per la scuola, le più basse d’Europa, ma fa un gioco di prestigio costruendo una «partita di giro»: opera tagli con la mano sinistra; reintroduce con la destra i soldi tagliati suonando la tromba.

Professore ordinario, Dipartimento di architettura e studi urbani, Politecnico, Milano

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Proterva, arrogante, deprime il pensiero critico
di Emanuele Zinato

La buona scuola prefigurata dal Decreto Renzi si ispira a criteri quantitativi nella misurazione dei meriti che deprimono definitivamente il pensiero critico e all’onnipotenza aziendale del “dirigente su cattedre e orari. Proterva e arrogante riproposizione della forma-azienda e del marketing come strumenti di regolazione di tutti i rapporti sociali, va rifiutata con decisione. Occorre uno scatto d’orgoglio della funzione-docente, non riserva indiana di vecchie pedagogie ma linea avanzata di resistenza alla colonizzazione delle coscienze da parte del neoliberismo dominante.

Docente di Teoria della Letteratura e Letterature Comparate, Università degli Studi di Padova

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Non praevalebunt
di Giovanna Lo Presti

Vivalascuola propone oggi una puntata corale – quello che canta è un coro di voci sinora assenti, almeno collettivamente, dalla riflessione (e dalle chiacchiere, che troppo spesso prendono il posto della riflessione) sul nuovo attacco alla scuola sferrato dall’ennesima “riforma”. Non mi stancherò di ripeterlo: in quindici anni questa è la quarta riforma subita dalla scuola italiana. Se chi ci governa (e in realtà vorrebbe comandare d’imperio, piuttosto che governare) si è sempre trovato davanti il netto rifiuto della parte più consapevole degli insegnanti italiani, se da Berlinguer a Renzi al tentativo di “riforma” si è reagito con la protesta, riempiendo le piazze e rifiutando le “novità”, significa una sola cosa: quello che ci hanno proposto Berlinguer, Moratti, Gelmini ed ora Renzi non coglie i veri problemi della scuola italiana, non aiuta gli insegnanti a fare meglio il loro lavoro, continua ad ignorare lo stato di discredito sociale, culturale, economico in cui versa una categoria cui è affidato il compito prezioso di educare ed istruire le giovani generazioni. Il filo rosso che va da Berlinguer a Renzi ignora i problemi della scuola e propone soluzioni che i docenti sentono come peggioramento del loro lavoro: ignora la precarietà, ignora il discredito sociale, ignora la fatica dell’insegnare in una società complessa.

Ignora la precarietà: la “riforma” Renzi, con la scusa di assumere i circa centomila precari (che in realtà deve assumere se non vuole incorrere nelle sanzioni dell’UE), vuol far diventare tutti più precari, ad iniziare da chi, appena assunto, non dovesse superare l’anno di prova. Lo sciagurato, infatti, verrà licenziato in tronco. Guai a dover chiedere di esser trasferiti dalla propria scuola ad altra: si entrerà immediatamente nel girone infernale dell’albo territoriale, per essere scelti, quasi merci al mercato, dai dirigenti, che faranno la fila per acquistare il prodotto migliore. Quanto alla precarietà che deriverà dalla scomparsa delle regole contrattuali non voglio qui sprecar parole: le retribuzioni dei docenti ed il loro orario di lavoro verranno stabiliti per legge e, se per caso il DdL venisse approvato al Senato, il giorno dopo tutto ciò che è contenuto nel Contratto Nazionale ed è in contrasto con il testo della “buona scuola” non avrebbe più valore. Più precari di così!

La “riforma” ignora il discredito sociale dell’insegnante, legato in primo luogo alle basse retribuzioni, davvero inaccettabili e bloccate da sette anni. Può un insegnante a metà della carriera vivere decorosamente e mantenere la propria famiglia in una grande città del Nord con i 1.500-1.600 euro che lo Stato gli elargisce? I 500 euro all’anno che la “riforma” destina all’aggiornamento sono certo meglio di quell’altra trovata offensiva (ministro Carrozza) dell’ingresso gratis ai musei (statali) ma non possono rimediare ad una perdita clamorosa del potere d’acquisto degli stipendi. E non si dica che la retribuzione dei lavoratori della scuola non ha nulla a che fare con la “riforma” – è un bizantinismo da rifiutare. La prima riforma da fare consiste nella volontà dello Stato di spendere per la propria scuola, nella decisione di abbandonare il primato negativo che ci caratterizza: siamo all’ultimo posto tra i Paesi OCSE per spesa per l’istruzione rispetto al PIL e i nostri insegnanti vengono retribuiti, in tutti gli ordini e gradi di scuola, meno della media europea.

Sull’insegnante si abbatte il discredito sociale anche perché non si sa più che lavoro stia facendo: il suo è un lavoro di tipo intellettuale (tra l’altro importantisimo: aprire menti giovani alla conoscenza) o un lavoro di mantenimento dell’ordine pubblico nel recinto sociale costituito dall’aula? È chiaro che i due aspetti sono sempre stati compresenti: ma oggi, soprattutto nel segmento più debole della scuola italiana (l’istruzione tecnica e professionale) il “tenere la classe” è diventato il compito di gran lunga più oneroso. Quale “riforma” si è occupata di porre rimedio a tale problema? Quale “riforma” ha proposto rimedi che tenessero conto del logoramento degli insegnanti, chiamati a porre un freno alla mancanza di disciplina di tanti studenti senza altri mezzi che quelli ridicoli della nota sul registro o della sospensione? Chi entra in classe pensando di proporre la propria lezione e poi deve fare i conti con il rumore di fondo e l’indifferenza degli studenti in che modo viene aiutato a fare il suo lavoro? Come mai quella dell’insegnante è l’unica prestazione che viene sbeffeggiata da chi, invece, dovrebbe fruirne?

A queste domande non si risponde con slogan, si risponde con una riflessione collettiva vera, si risponde con lo strudio e con l’analisi sul campo, si risponde a partire dalla verità effettuale della scuola, a partire dalla scuola così com’è, mossi dal desiderio di immaginare la scuola come dovrebbe essere ma senza mai dimenticare che la cosa più importante è avere i mezzi concreti e materiali che ci consentano di realizzare una scuola migliore dell’attuale. La frase “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica che ricorre VENTI VOLTE nel testo del DdL, ci rivela come stanno le cose: lo Stato non vuole investire sulla sua scuola ma vuole caricare il corpo docente della responsabilità di un cambiamento che non potrà avvenire.

E poi c’è il tormentone del “merito” da premiare, ed i maggiori poteri ai dirigenti: tutti argomenti di cui si è parlato a lungo e su cui, ormai, non c’è che da aggiungere una semplice riflessione: se, in una scuola, il dieci o il venti per cento degli insegnanti sono “meritevoli” vorrà anche dire che il novanta o l’ottanta per cento non lo sono. Ecco le premesse di una scuola pessima, competitiva, stupidamente agonistica e individualistica. Ecco la proposta di una scuola servile, perché, ben si capisce che i “migliori” sono quelli più funzionali al modello proposto, i più zelanti, i più efficienti, quelli che della libertà di insegnamento non sanno che farsene perché non hanno mai pensato con la propria testa.

Abbiamo avuto tante delusioni e si è rafforzata la brutta impressione di muoverci da soli in un mondo in cui la tabe della “meritocrazia” sembra aver contaminato quasi tutti; leggiamo ogni giorno pronunciamenti di nostri sedicenti intellettuali che pontificano sulla scuola, pur conoscendola soltanto per sentito dire.

Da questa puntata di Vivalascuola ci arriva, però un messaggio di speranza: alla richiesta rivolta ai docenti universitari di esprimersi sulla “buona scuola” di Renzi hanno risposto in molti e siamo sicuri che tanti altri ancora risponderanno. Sembrava che l’Università tacesse sulla “riforma”: di fatto, gli interventi pubblici e critici erano sinora stati rari. Il ponte che, insieme con Giorgio Morale, abbiamo gettato su queste acque turbolente speriamo che sia l’inizio di una saldatura tra scuola e università: la separatezza e l’incomunicabilità tra i due ambiti è stato, sinora, uno dei problemi più gravi del sistema dell’istruzione italiano. Si sono dati, così, due fenomeni ugualmente gravi. Da un lato troppi docenti universitari si sono ritenuti soddisfatti della loro nicchia di privilegio e non hanno ostacolato quei processi che, nell’ultimo quarto di secolo, hanno destabilizzato scuola ed univeristà in Italia; dall’altro troppi insegnanti si sono sentiti emarginati nelle loro scuole ed hanno dimenticato l’ambizione di essere, anche loro, ricercatori ed intellettuali. La falsa coscienza di sé – che si è espressa in una sopravvalutazione ed in una parallela sottovalutazione del proprio valore sociale – si è abbattuta su coloro che lavorano nelle università e nelle scuole italiane.

Ma oggi è il momento della lotta e della speranza: ed accogliamo con piacere le dichiarazioni dei docenti universitari. In esse c’è tutto quello che ci deve essere; e mi viene da pensare quanto queste brevi dichiarazioni siano lontane da quelle di “intellettuali” come Baricco che lamentano il fatto che la scuola “patisce un handicap di storytelling”. Glielo vada a raccontare agli studenti di qualche scalcinato istituto tecnico o professionale di una città metropolitana che il problema è il deficit di storytelling!

In queste dichiarazioni si vedranno tutt’altre argomentazioni: viene stigmatizzato il fatto che lo Stato non tagli sulle spese militari ma continui a tagliare sulla scuola, si denuncia l’uso fuorviante della parola “riforma”, si sottolinea come quella attuale sia una scuola diseguale, buona per i ricchi, pessima per i poveri, si mette in evidenza come il DdL non farà che accentuare questo aspetto, si denuncia (da parte di molti – e questo mi ha fatto piacere) quanto sia falso attribuire la disoccupazione giovanile alla mancata formazione scolastica. Un leit-motiv è quello del rifiuto dell’aziendalizazzione, unito al rivendicare la funzione sociale della scuola, che è quella della formazione del cittadino; c’è, frequente, il richiamo ai valori della scuola della Costituzione; c’è la coscienza di quanto gli insegnanti siano maltrattati dallo Stato per cui lavorano; c’è la condanna dei finanziamenti alla scuola privata. E qualcuno si è anche accorto che questa è la prima “riforma” preceduta da un documento (“La buona scuola”, quello con la copertina rosa e rassicurante) in cui, senza peli sulla lingua, si afferma che lo Stato non può più pensare di avere tutti i soldi necessari per la sua scuola.

Dobbiamo fermare questa deriva; siamo su un piano inclinato e scivolosissimo. Il jobs act e l’Italicum ci hanno già fatto a sufficienza comprendere che Renzi lavora per una società diseguale ed ipocrita, in cui il privilegio si chiama “merito” e i diritti conquistati dalle generazioni che ci hanno preceduto si chiamano “privilegi, in cui la democrazia è una farsa inaccettabile (vedi il teatrino delle “primarie”), in cui il lavoro è privato di dignità. Facciamo naufragare il progetto di cui Renzi si fa portavoce: facciamo sì che la prima sconfitta vera sia il naufragio della “buona scuola” renziana. Ricordiamoci che la forza dei molti non è arginabile; ricordiamoci delle parole di Aldo Capitini, un nostro grande uomo di pensiero, occultato e dimenticato: “perde chi cede, chi si stanca, chi ha paura”. Non dobbiamo cedere di fronte all’arroganza e all’ignoranza (ah, la patetica lezioncina alla lavagna del primo ministro: indignamoci!). Non dobbiamo stancarci: altri hanno lottato prima di noi, con ben altri rischi e con ben altri sacrifici. Non dobbiamo aver paura: dalla nostra parte stanno molte buone ragioni, dalla parte di chi vorrebbe ridurci a servi c’è soltanto la forza bruta. Non dobbiamo essere complici dei nostri carnefici. Lo diceva, già nel XVI secolo, Étienne de la Boétie: molte forme di servitù sono servitù volontarie. Ricordiamocelo.

Chi insegna, dalle scuole materne all’Università, ha un compito importante: auspico che la parte più consapevole della nostra categoria sappia comunicare ai propri colleghi la necessità di mobilitarsi contro il DdL – e non certo per difendere l’esistente ma piuttosto per sostenere un’idea di scuola (e di società) migliore e, in primo luogo, più equa. Auspico che l’unità di intenti che si manifesta in queste testimonianze abbia la necessaria continuità e che, a macchia d’olio, si espanda una riflessione critica sulla scuola italiana, a partire da chi la scuola (e l’università) la conosce dall’interno. Soprattutto mi auguro che bloccare questo impresentabile DdL sia un punto d’inizio. È necessario fermare il “barbaro dominio” in atto – che si esprime nella disoccupazione in crescita, in condizioni di lavoro sempre peggiori, nella concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi, insomma nello sfruttamento e nella precarizzazione della vita delle persone e nella distruzione dell’ambiente – è necessario che nasca in molti il desiderio di agire e di dire, con forza: “Non praevalebunt”.

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* * *

RISORSE IN RETE

Il Disegno di Legge sulla scuola del Governo Renzi.

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica

OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

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(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

17 pensieri su “Vivalascuola. L’università contro la scuola di Renzi

  1. Caro Giorgio, questo post é un capolavoro. La classe intellettuale di questo paese, sempre più amorfa e irresponsabile, dovrebbe scendere in piazza, sbandierare libri come arma di offesa, diffondere dai megafoni, come fu per la Scala di Milano, le parole di Va Pensiero. Sebastiano Aglieco

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  3. Grazie, Sebastiano! I libri non mancano, ma bisogna saperli leggere e per questo c’è la scuola – epperò le riforme dell’ultimo ventennio la stanno distruggendo. Opporsi a questo DdL è una questione di civiltà.

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  4. Pingback: Il governo ritiri il disegno di legge sulla scuola | Appunti Scomodi

  5. è piaciuta anche a me questa inchiesta, anche se manca la campana opposta: possibile che non ci siano ragioni ‘serie’ per sostenere una scuola aziendale? E possibile che la classe insegnante rifiuti di mettersi in discussione sotto il profilo della meritocrazia?
    Stefano Guglielmin

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  6. Caro Stefano, penso che ci possa essere una scuola aziendale seria, ma qui si parla della scuola pubblica prevista dalla Costituzione.

    Questa puntata di vivalascuola è stata concepita come forma di opposizione al DdL che sta per concludere il suo iter parlamentare, e che pensiamo sia distruttivo nei confronti della scuola pubblica, e non come una puntata di discussione con voci pro e contro, come in passato altre puntate sono state fatte su altri argomenti.

    Per quanto riguarda la domanda sulla valutazione, come sai gli insegnanti non hanno nulla contro una valutazione del loro lavoro. Naturalmente tenendo conto che:

    – la valutazione dei docenti non può essere effettuata prendendo in considerazione incarichi aggiuntivi al di fuori della lezione: se mi occupo di fare l’orario o di organizzare le gite sono un bravo insegnante, anche se in classe combino pasticci?

    – la valutazione dei docenti non può essere effettuata prendendo in considerazione le crocette messe nei test Invalsi: le scuole d’Italia sono diverse una dall’altra, anche una classe dall’altra, uno studente dall’altro: il lavoro dell’insegnante con i suoi studenti può essere stato eccelso e aver risposto ai bisogni di ognuno, anche se i risultati degli studenti dovessero essere insufficienti secondo gli standard dell’Invalsi

    – su che cosa allora io vorrei essere valutato: sul mio lavoro in classe. Venga un ispettore, anche a sorpresa, nella mia classe mentre lavoro e osservi il mio lavoro per almeno una settimana, veda come spiego, come interrogo, come verifico, come programmo il mio lavoro e come mi relaziono con i miei studenti e con i miei colleghi. Per fare questo ci vogliono investimenti che il governo non fa, ispettori che non ci sono, procedure che non si vogliono attivare.

    Tutto il resto è solo propaganda.

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  7. Pingback: Vivalascuola. L’ABC dell’anno della “Buona Scuola” | La poesia e lo spirito

  8. Sulla “Buona scuola” sono piovute critiche d’ogni tipo. In effetti, il disegno complessivo della riforma ha parecchi punti deboli: sembra coltivare il mito aziendalistico dell’efficientismo e ammiccare alla meritocrazia competitiva (cose che sanno di mercato); ma soprattutto sembra coltivare un orientamento punitivo nei confronti del corpo docente. Spostare il peso dell’autorità sui presidi e su genitori e studenti, quando la buona scuola è fatta prima di tutto da buoni professori, mi pare francamente una idea sbagliata. Il corpo docente dovrebbe però anche accettare una giusta selezione di ingresso (che da tempo manca) e un giusto controllo della propria attività di formazione (che oggi mi pare piuttosto formale). E poi chiedere con forza di esser ben pagato.

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  9. Pingback: Corriere di Puglia e Lucania – L’università contro la scuola di Renzi

  10. Gentile prof. Vigna, la ringrazio della sua dichiarazione, che ho inserito tra le altre. Naturalmente condividiamo i rilievi critici che lei muove, non dico alla “riforma“, poiché la “Buona Scuola” di Renzi non riveste tale dignità e manca di una prospettiva di ampio respiro, bensì al progetto governativo di intervento nella gestione della scuola, che il governo continua a voler effettuare nonostante il rifiuto della quasi totalità del mondo della scuola e in violazione del contratto nazionale di lavoro.

    Faccio solo qualche precisazione sui due punti finali da lei sottolineati.

    Riguardo alla selezione in ingresso, è responsabilità del sistema politico italiano aver sovrapposto, a ogni cambiamento di governo, modalità diverse che venivano a sommarsi e a confliggere tra loro, imponendo agli aspiranti insegnanti un continuo rincorrersi di prove, corsi e concorsi di vario tipo. Il problema in effetti dovrebbe essere risolto alla radice, a partire dal sistema di formazione degli insegnanti nell’università.

    Per quanto riguarda la valutazione, che gli insegnanti rifiutino qualsiasi valutazione è una vulgata diffusa da chi aizza l’opinione pubblica contro gli insegnanti per far passare decisioni decisamente contro gli insegnanti: e il guaio è che provvedimenti contro gli insegnanti finiscono con l’essere provvedimenti contro gli interessi della scuola pubblica e contro l’istruzione e la formazione dei cittadini.

    Si tratta di mettere a punto sistemi seri di valutazione, sia per la scuola sia per l’università, mentre finora i governi, non sapendo che pesci pigliare, si affidano all’unica risorsa disponibile sul mercato: per la scuola, alla scorciatoia dei test Invalsi e delle crocette. Per sistemi seri di valutazione occorrono idee e risorse, che sono merce rara per il Paese che meno investe in istruzione.

    Ancora grazie, e un cordiale saluto.

    Giorgio Morale

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  11. Pingback: Vivalascuola. L'università contro la scu...

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