Il “Binda” di Rosso

BINDA copertina
Dibattito virtuale attorno al romanzo di Edoardo Rosso Binda. L’invincibile
a cura di Guido Michelone
con Tonino Repetto e Giorgio Simonelli

La recente pubblicazione del romanzo biografico Binda. L’invincibile, del ventottenne Edoardo Rosso per Italica Edizioni (dedite non a caso ad argomenti sportivi), porta due intellettuali come Giorgio Simonelli (docente di Storia dei Mass Media all’Università Cattolica) e Tonino Repetto (poeta e italianista) a confrontarsi sul libro, evidenziando le diverse chiavi di lettura e di interpretazione.

Michelone. Direi che si può iniziare contestualizzando il Binda di Rosso all’interno delle moderne mitologie novecentesche, tra cui lo sport occupa un posto di rilievo.

Repetto. È nell’epica cavalleresca la dimensione del ciclismo stesso, tra clima piovoso e strani bagliori, con duelli fra campioni, Binda/Girardengo, Binda/Guerra, Bartali/Coppi. Nel libro di Rosso, infatti, torna sempre un riferimento tra la storia d’Italia con la S maiuscola e la storia più piccola ma più ‘grande’ del ciclismo.

Michelone. Prima della narrativa sul ciclismo, però, ad accentuarne il carattere epico o mitologico c’è altro, ad esempio il giornalismo o l’oralità.

Simonelli. Negli anni Sessanta c’erano molte riviste sportive in Italia, tra cui “Il Guerin Sportivo”, “Lo Sport Illustrato”, “Il Campionissimo”, “Il Ciclismo Illustrato”, dove si parlava molto di Gerbi, Binda, Guerra e Coppi come di un’epica in cui lo sport italiano non andava benissimo. Queste riviste si rifugiavano spesso nel ricordo del passato e in quegli anni Binda era il commissario tecnico della squadra nazionale di ciclismo. Una dozzina d’anni dopo, a un convegno a Vercelli per un Museo dello Sport, la figlia di Binda svela che quando era una bambina non amava le fiabe poiché per lei il vero mondo immaginario era quello che raccontava il suo papà, ad esempio con le imprese sulle strade dolomitiche, fra le tre cime di Lavaredo e il Passo del Tonale.

Michelone. Questo aspetto favolistico si avverte anche nel Binda di Rosso?

Simonelli. Nel libro di Rosso ci sono racconti veramente epici dell’epoca eroica del ciclismo; e con il racconto del ciclismo si narra la politica, l’organizzazione delle strade e degli itinerari, la vita oscillante fra società e politica. Il ciclismo di quegli anni non era molto diverso da quello di oggi: nel libro si trovano tattiche, allenamenti, rivalità, volate, tappe, cronometro; la struttura era sempre la stessa, al di là della tecnologia. La Storia è dunque identica da oltre un secolo in qua, a partire dal calendario ciclistico: la presenza della gloriosa Milano-Sanremo, che si è sempre corsa al freddo anche ai tempi di Binda, poi il Giro d’Italia nella tarda primavera, il Tour de France nel luglio afoso e soprattutto i Mondiali: e Binda ne vince tre, record eguagliato da Rik Van Steenbergen solo trent’anni dopo.

Michelone. Ma Rosso è pur abilissimo nel descrivere anche un Binda inedito?

Simonelli. Sì, certo; da una parte è nel privato che l’uomo appare al contempo normale e imprevedibile, ma con una vita sentimentale particolarissima; da giovane è senza fidanzate, ma a fine carriera sposa la figlia del suo miglior amico; da un’altra parte nel ciclismo, dopo l’incidente, Binda torna come commissario dove ottiene grandi successi mai ricordati: fa vincere via via il Tour a Bartali il giorno dell’attentato a Togliatti, un Tour e un Mondiale a Coppi, un Mondiale a Baldini (grande stratega). Perché Binda lascia il ruolo di commissario? Non era per il Mondiale ma a causa del Tour, perché fino al 1961 lo si correva per nazionali e in tal senso Binda resta disoccupato. Il mito di Binda rimane comunque sempre vivo anche successivamente: Adriano de Zan, quando faceva le telecronache o quando parlava di strategia, finiva dicendo che ci vogliono ‘testa e garùn’, ossia ‘gambe e cervello’ come diceva Binda, citandolo espressamente.

Michelone. Il Binda di Rosso va però anche oltre lo sport.

Repetto. Si tratta di un libro che non parla solo di ciclismo ma anche di storie. Il problema di Binda era costruire un eroe che è tutto fuorché tale, in una persona apparentemente normale. Romanzo di formazione in famiglia, Rosso presenta di Binda la passione per la musica, con scene inventate ma che danno l’idea del personaggio, come una scena sul Turchino, in un viaggio di trasferimento da Nizza a Cittiglio. Questa invenzione dipende dall’epiteto di Binda, ‘il trombettiere’, che ha fatto nascere la fantasia privata del ciclista con l’amore per le sette note, visto anche che suonava la cornetta nella banda. Nel privato c’è una storia d’amore particolare che percorre tutto il libro (si sposa con una donna più giovane di lui, della quale assiste alla nascita). Il linguaggio sul rapporto politica/ciclismo risulta essenziale nel libro di Rosso: quando entrano in scena Mussolini e Hitler, ne fa un ritratto simile a quelli del radiocronista Ferretti, che urlava ‘c’è un uomo solo al comando’, considerando la politica con uno slogan ciclistico.

Michelone. Ho notato che, inevitabilmente, leggendo il testo di Rosso, il pensiero corre anche agli anni in cui Binda vinceva tutto o quasi: che ruolo gioca l’ideologia dell’epica nel descrivere il contesto?

Simonelli. È anche un libro molto politico; Binda non è stato antifascista ma neanche fascista, così come il ciclismo è stato lo sport meno amato dal fascismo e dal Duce, perché era uno sport progressista legato al futurismo e ai motivi della modernità. Non a caso, un altro celebre ciclista, Bottecchia, fu ucciso in circostanze misteriose. E non caso, durante la Resistenza a Milano, molti partigiani si spostavano velocemente grazie alle biciclette da corsa prestate da un altro noto corridore.

Michelone. Il ciclismo quindi ha rappresentato un antidoto alla retorica e al l’ideologia del fascismo?

Repetto. Bah, quella teoria del fascismo che odia la bicicletta non è del tutto vera perché ad esempio esisteva una corsa Predappio-Roma, con la Coppa del Duce al primo arrivato.
La storia politica del fascismo è comunque costellata di disvalori, fra attentati e assassini; la storia dei valori autentici resta invece quella del ciclismo; due storie parallele che letteralmente si incontrano, dove c’è il senso strutturale del libro: nel campionato del mondo a Roma nel 1932, in una città ripulita per l’occasione con l’asfalto che torna molle.

Michelone. E comunque il racconto di Rosso va anche oltre il fascismo.

Repetto. La storia italiana narrata nel libro inizia nel 1900, termina negli anni Sessanta e si snoda tra delitti politici e imprese ciclistiche. Le biciclette che vanno e tutt’attorno la gente che si ammazza, ma solo la seconda guerra mondiale riuscirà a fermare il ciclismo, almeno per qualche anno.

Edoardo Rosso, Binda. L’invincibile, Italica Edizoni, 2015, pagine 204, euro 15.

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