Vivalascuola. L’ABC dell’anno della “Buona Scuola”

La “Buona Scuola” spiegata a Renzi: così si potrebbe intitolare – anche – questa puntata di vivalascuola, e per questo Tullio Carapella ha scelto la formula dell’abbecedario per compilare il consueto bilancio di fine anno scolastico. Il Presidente del Consiglio infatti continua a ripetere che i professori non hanno capito o non hanno letto il progetto di riforma del suo Governo. In realtà non esiste disegno di legge che sia stato tanto letto e analizzato come questo, dalla bozza di settembre a quella di giugno. E’ vero l’opposto: Renzi e il suo entourage non sanno le conseguenze distruttive che il DdL provocherebbe nella scuola perché non conoscono la scuola – e questo è inammissibile in chi governa. C’è un’altra possibilità, ampiamente contemplata dagli osservatori: che sappiano e perseguano premeditatamente l’obiettivo della distruzione della scuola pubblica e della possibilità di istruzione e formazione per tutti. In un caso o nell’altro, la condanna è ugualmente senza appello. Ma questo lungo anno scolastico non si chiude con la chiusura delle scuole, non si sa ancora che ne sarà del DdL e dell’inizio del prossimo anno scolastico, situazione non nuova per la scuola italiana. Interverremo ancora nel caso fosse necessario qualche aggiornamento, per intanto grazie a collaboratori e lettori, e buona estate a tutti.

ABC dell’anno della buona scuola
di Tullio Carapella

Un commento sull’oggi
Oggi, con la chiusura degli scrutini magari recuperati a tarda ora, a causa della grande partecipazione all’ultimo sciopero, l’anno scolastico 2014-2015 può dirsi realmente finito. Resta solo il corollario di esami per piccoli e grandi, di debiti e recuperi per alcuni di questi ultimi, di riunioni e collegi per i docenti. Resta, soprattutto, la sensazione che la partita importantissima che si è giocata sin dall’inizio dell’anno sopra le teste di docenti e alunni, quella della “buona scuola”, non si sia ancora chiusa. Non si chiuderà nemmeno tra breve, con la sua approvazione, a questo punto non più scontata, al Senato.

È evidente infatti che si sta provando a procrastinare sino a fine mese, sapendo che dal primo luglio nelle scuole resta quasi solo chi è impegnato negli esami di Stato (che non possono essere bloccati) e che a quel punto l’organizzazione di una protesta da parte dei docenti sarebbe decisamente più difficile. Volerla approvare a porte chiuse e a tarda ora, come i ladri, è l’ennesima dimostrazione che questa “riforma” è fatta non per, ma contro il mondo della scuola.

Contare sui “ripensamenti” di protagonisti della campagna acquisti parlamentare, bella gente come Verdini, con la possibilità che il gioco non riesca e tutto salti, è evidentemente solo in parte un azzardo per Matteo Renzi. Ha rifiutato ogni invito a stralciare dalla proposta di legge sulla scuola la parte relativa alle assunzioni, predisponendo un decreto ad hoc, come del resto si fa ogni anno, proprio per utilizzare l’arma delle 100.000 immissioni in ruolo come strumento di ricatto per imporre la ricetta sua (e di chi gliel’ha dettata) per la buona scuola. Si prepara ora, in caso di bocciatura, ad adoperarla ancora, quell’arma, per accusare gli oppositori, e il mondo della scuola in primis, del fatto che il prossimo avvio di anno scolastico potrebbe rivelarsi più precario e caotico che mai e che tanti lavoratori che hanno il diritto di rivendicare stabilità resteranno ancora fermi al palo.

Sono stati quei lavoratori per primi, però, a denunciare il gioco sporco del governo, e a rifiutare di essere utilizzati come massa di manovra per imporre alla scuola una sterzata reazionaria e pericolosa, e sono pronti a manifestare anche a ferragosto per ribadirlo ancora. Non andranno lasciati soli, perché spetta a tutto il popolo della scuola il compito di dimostrare, a chi si ostina a non capire, che siamo pronti a difendere quel che di buono ancora c’è, e che le precedenti “riforme” hanno risparmiato, ciò che si intende smantellare con le misure attualmente in discussione e con una decina di leggi delega che si vogliono promulgare nei successivi diciotto mesi.

L’ABC della “buona scuola
La partita, in nessun caso, si chiuderà nei prossimi 15 giorni. Il dibattito sulla cosiddetta “buona scuola”, ossia sull’ultima “riforma” destinata a risollevare le sorti dell’italica pubblica istruzione, ci accompagnerà almeno per altri due anni e ha cominciato ad ammorbare l’aria già all’indomani della chiusura dello scorso anno scolastico.

È del 14 giugno del 2014, infatti, la lunga intervista al Corriere della Sera nella quale la Giannini enuncia i punti chiave della scuola che vorrebbe: la revisione dei meccanismi di reclutamento, la necessità di “scremare” larga parte dell’attuale esercito di precari, l’autonomia, che definiva “la community”, come strumento per accrescere il senso di appartenenza ad una istituzione scolastica, gli accresciuti poteri per i dirigenti, la possibilità di promuovere i migliori progetti per la crescita del proprio istituto, il merito, la competizione, la valutazione, la necessità della formazione continua. Non mancano, in quell’intervista, le solite parole vuote sulla necessità di offrire “retribuzioni adeguate”, o quella di ricreare un ambiente di “pari opportunità” nel senso proposto da Don Milani, della cui dipartita, poverino, ci si approfitta per farne un testimonial incolpevole di qualunque impresentabile operazione di “marketing scolastico”. Le parole al vento ci stanno, non sorprendono, così come non stupisce la somiglianza tra le affermazioni della Giannini e i 12 punti snocciolati in pompa magna da Renzi il successivo 3 settembre.

Potrebbe sorprendere, invece, la perfetta coincidenza tra quanto la Giannini auspicava un anno fa e quanto oggi è contenuto nel disegno di legge della cosiddetta “buona scuola, perché se quest’ultimo, come ci hanno ripetuto fino alla nausea, nasce da un democratico confronto con il mondo della scuola, ossia da quasi due milioni di suggerimenti di docenti, alunni e genitori piovuti nel sito del MIUR da settembre ad oggi, è strano che questi siano stati così eccezionalmente concordi con i nostri ministri, da non modificare di una virgola le proposte iniziali. Ma forse è da ingenui meravigliarsi: Renzi è un innovatore vero, e con lui anche la vetusta idea di dialogo inteso come confronto tra posizioni differenti è superata. Il dialogo serve, giustamente, per dare ai poveri di spirito la soddisfazione di parlare e l’illusione di poter essere ascoltati, o, meglio, di approvare quanto ti ordina il capo, evitando fastidiose riflessioni, ripensamenti e pericolose autonome attività neuronali.

Per parte mia, essendo certo che mai nessuno dalle parti del governo si prenderà la briga di leggere le riflessioni che seguono, così come non hanno mai letto due milioni di riflessioni precedenti, provo a raccogliere un paio di idee sull’anno che si chiude e sui temi che l’hanno caratterizzato, e nel farlo non nasconderò la mia inadeguatezza di fronte ai potenti mezzi della scuola 2.0, e mi farò guidare dall’abbecedario.

A come Autonomia
Autonomia è tra i cinque punti riportati da Renzi sulla lavagna, il 13 maggio, per descrivere, con uno spot elettorale privo di contraddittorio, la sua “buona scuola” e costituisce anche, l’autonomia, l’incipit della legge stessa. Per capire cosa si celi dietro la parolina magica, che da quasi vent’anni viene pubblicizzata come panacea di tutti i mali della scuola, è sufficiente andare qualche articolo oltre il primo. Si scopre così che dietro l’autonomia in salsa renziana non c’è nemmeno quell’idea di indipendenza nelle scelte didattiche (con la possibilità di mettere in atto sperimentazioni più o meno apprezzabili, ma reali) propagandata da Luigi Berlinguer già nel ‘96. L’Autonomia di Renzi/Giannini, o di chi l’ha scritta per loro, non accompagnata, per dirne una, dalla cancellazione delle norme della Gelmini sull’impoverimento dei quadri orari e l’aumento degli alunni per classe, è un concetto prettamente amministrativo o, più precisamente, di gestione delle risorse umane. È la possibilità per i dirigenti di governare ogni singola scuola come un’azienda autonoma dalle altre, con i suoi 100/150 dipendenti e i suoi 1000 o 2000 utenti. Va da sé che quei dipendenti dovranno essere strettamente legati a un capo, che li ha scelti, che può non sceglierli più ad ogni nuovo triennio, che può premiarli con un soldino in più o che può punirli, insindacabilmente. Perché dovrebbe questa autonomia curare ogni male della scuola, o, più semplicemente, perché dovrebbe garantire una migliore qualità d’insegnamento? L’evidenza dice il contrario: le scuole private (si dice paritarie, lo so) funzionano da sempre così, e mediamente non vi si insegna né più, né meglio che in quelle statali. Ma allora: cui prodest? A chi giova? Forse la risposta richiede una riflessione che va oltre la scuola.

B come Buona
Forse il senso primo del condurre una campagna per la Buona scuola che, ha ragione Renzi, è solo ai primi passi, è di chiamare tutti, in primis chi la scuola la conosce poco, ad una nuova crociata. Ciò che astrattamente viene spacciato per “buono”, in primo luogo, è in ogni materia contrapposto a “cattivo. Esprime quindi il senso, molto amato dai manichei di ogni tempo, di una contrapposizione frontale tra bene e male, di quelle in voga quando si deve costringere un popolo a massacrare e farsi massacrare da un altro.

Difficilmente si può dare torto a chi si proclama dalla parte del buono, soprattutto oggi, perché può contare sulla cassa di risonanza di tutti o quasi i mezzi di comunicazione. Ad attingere solo da quelli sembrerebbe che finalmente ci si stia interrogando su ciò che per la scuola è giusto e ciò che è sbagliato. Occorre leggere con attenzione gli articoli di legge (nella loro edizione originale o in quelle emendate, che non cambiano la sostanza) per verificare che il legislatore certe domande non se l’è poste né, tantomeno, ha dato soluzioni.

Dobbiamo avere il coraggio di spiegarlo bene, fa niente se ci dicono che chi è contro la “buona scuola” non può che essere un difensore ultraconservatore di quella cattiva. Lo dice soprattutto chi ci marcia e chi ha meno strumenti per leggere i reali contenuti della proposta di legge. Oggi i lavoratori della scuola sono ancora isolati in una lotta che pure ha conosciuto momenti di partecipazione collettiva, come lo sciopero del 5 maggio, tra i più alti della storia della repubblica. All’interno delle scuole, tutti, anche gli alunni, che contro la “buona scuola” manifestavano già il 14 novembre, hanno fiutato la fregatura. Sta al popolo della scuola svolgere il compito, fondamentale e non rinviabile, di spiegarlo all’esterno, con i mezzi poveri che abbiamo (in forma digitale o su carta, con vademecum, opuscoli, lettere aperte, volantini, con manifestazioni o con quel che si vuole), ma con pazienza e con la forza della ragione, perché anche i cattivi, nel loro piccolo, hanno spesso ragione e talvolta si incazzano.

C come Continuità
Una cosa che ci fa molto arrabbiare è, ad esempio, essere presi in giro. Dà fastidio questa eterna campagna elettorale, che sostituisce al dibattito serio su questioni importanti, i mezzi propri degli spot pubblicitari, dove la verità è un optional e piazzare un prodotto è tutto. Uno degli elementi più pubblicizzati del prodotto “buona scuola, richiamato tra i cinque punti sulla lavagna di Renzi, è senza dubbio la continuità dei docenti sulle classi, per non costringere gli alunni a continui cambiamenti. Ciò sarebbe sicuramente bello, se solo fosse vero. Vero è piuttosto l’esatto contrario.

I piani triennali previsti dal disegno di legge, quelli sulla base dei quali il preside pesca da un albo territoriale (nell’ultima versione sono definiti “ambiti”, ma nulla cambia) i docenti “più adatti“, oltre ad essere di improbabile trasparente attuazione, sono garanzia di discontinuità. Non esiste alcuna norma che consenta ai docenti “territoriali” (tutti i nuovi assunti da oggi in poi) di essere stabilizzati in una scuola, nemmeno dopo un secolo, esistono di contro norme che prevedono per chi chiede un trasferimento e per chi risultasse soprannumerario di entrare in questi grossi calderoni. Nel giro di pochi anni la grande maggioranza degli insegnanti non avrà la titolarità di un luogo di lavoro, dopo una quindicina di anni non l’avrà più nessuno. Saremo tutti negli albi territoriali, costretti a sperare ogni tre anni in un nuovo incarico, e pronti a cambiare scuola ogni tre anni, qualora cambiasse, per trasferimento, decesso, pensionamento, o perché ultimamente si pensa a renderli itineranti, il preside che ci ha adottati, o qualora non fossimo più nelle sue grazie.

Per i ragazzi, che certo non vagano tra albi, o ambiti, territoriali, ma che sono all’antica e pretendono di essere iscritti a una singola scuola, queste continue diaspore di docenti e dirigenti non saranno un bell’affare. Né si vede, e il governo non si è preso la briga di spiegarlo, in che modo possa giovare alla didattica questa ulteriore precarizzazione del rapporto di lavoro, che giunge oggi a negare a tutti i docenti, vecchi e nuovi il diritto alla continuità della sede di insegnamento.

D come Diritti
I diritti, o, meglio, la perdita dei diritti è il vero leitmotiv della riforma Renzi/Giannini. Con la sua eventuale approvazione non solo dovremmo dire addio al diritto alla titolarità di sede, ma anche al libero insegnamento, perché è impensabile che un docente non si senta condizionato, proprio come avviene nelle scuole private, dai modelli imposti dal dirigente nella sua scuola, con il suo piano dell’offerta formativa, con i suoi poteri di premiare i buoni e con quello di condannare i cattivi. Di più, per le stesse ragioni dovremo dire addio alla libera espressione del nostro pensiero nelle sedi, quali il collegio docenti, dove ciò ancora era possibile. Dovremo tenere nascosta l’eventuale volontà di avere un figlio, o la necessità di curare un tumore. Lo so, può apparire un’esagerazione, ma in realtà già avviene, in quelle “private che diventano modello da imitare per le statali, perché per una azienda un lavoratore malato, o uno con disabilità, o una lavoratrice incinta sono un problema.

Certo anche questi lavoratori saranno assunti, dallo Stato, e finiranno negli albi, ma, se pure riuscissero a superare l’anno di prova per come oggi è previsto, da lì molto difficilmente li selezionerà un preside. Proprio come nelle private dovremo accettare di fare “qualcosina” fuori contratto, per non mostrarci ingrati. Dovremo guardarci bene dall’apparire sindacalizzati (a meno che non abbiamo preventivamente verificato che lo sia il nostro dirigente), perché il sindacato non potrà contrattare praticamente più nulla e gode presso questo bizzarro governo “di sinistra” della stessa considerazione che ne avevano i padroni delle ferriere dell’Ottocento.

Oggi come due secoli fa è in pericolo il diritto al lavoro stesso, a cominciare da quello di chi insegna da anni come precario. Sebbene emendato per evitare ricorsi, non è infatti cambiata la sostanza dell’articolo che prevede che i contratti a tempo determinato non possano superare la durata complessiva di 36 mesi, anche non continuativi. Nell’ultima versione del ddl è specificato che questa norma non è retroattiva, ma resta la sostanza: i precari, dopo 36 mesi, sono fuori. Renzi non vuole che si parli di licenziamento, altrimenti si intristisce, e non lo faremo, definendola una porta sbattuta in faccia a chi lavora per lo stato magari con merito, da anni, sempre con buona pace della continuità.

Questo governo, così sensibile ai “ce lo chiede l’Europa”, rovescia il senso della norma nazionale e comunitaria che, a tutela dei lavoratori, chiede che il datore stabilizzi chi svolge le stesse mansioni da tre anni, e non certo che lo licenzi. Agisce inoltre come il più micragnoso dei padroncini, che allontana il dipendente non appena sarebbe costretto ad assumerlo per davvero. E forse è questa sorprendente coincidenza tra i seguaci della “buona scuola” e padroncini e grossi padroni delle ferriere a rivelarci a chi gioverebbe questa “riforma”.

E come Europa (quella dei banchieri) e altri Energumeni
Le rivoluzionarie novità dal sapore così tanto antico qui richiamate sembra siano state volute per la prima volta dall’Europa, o meglio dalla Banca Europea, il 5 agosto del 2011, con una lettera molto celebre e ancor più romanzata, firmata da Jean Claude Trichet e Mario Draghi, nella quale si chiedeva, tra le altre cose, il “miglioramento dei servizi pubblici”, riformando il sistema di contrattazione collettiva e rivedendo le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti. I termini della questione erano ulteriormente precisati nelle domande rivolte all’allora ministro Tremonti dal Commissario agli Affari economici dell’Ue, Olli Rehn, il successivo 4 novembre.

In particolare, al capitolo “capitale umano” (chi parla male pensa male, diceva Nanni Moretti), si chiedeva all’Italia cosa intendesse fare per ristrutturare le scuole che avevano ottenuto risultati insoddisfacenti ai test INVALSI, per “valorizzare il ruolo degli insegnanti nelle singole scuole” e quando sarebbero diventate pienamente operative le misure riguardanti la mobilità obbligatoria del personale della pubblica amministrazione e quelle finalizzate a legare stipendi alle performance individuali. Si tratta ancora, però, di indicazioni alquanto vaghe e prendersela con l’Europa è operazione tanto facile quanto inutile, anche perché, come si è scoperto nei quattro anni successivi, gli stessi documenti così tanto europei erano stati suggeriti direttamente da Roma.

Evidentemente gli energumeni che, pur avendo spesso studiato in collegi privati svizzeri, ritengono di aver titolo per modificare il sistema dell’istruzione pubblica nazionale, li abbiamo proprio qui in casa. È risaputo che il nostro simpatico governo di centrosinistra, pur ritenendo un’inutile perdita di tempo la contrattazione con i lavoratori e i loro rappresentanti, ha tenuto un filo diretto, nell’ideazione e modellazione della buona scuola, con la Confindustria e le sue costole predilette: fondazione Agnelli e associazione TreEllle. In particolare c’è chi dice che quest’ultima, legata anche a doppio filo a Comunione e Liberazione e che negli ultimi anni ha collaborato indistintamente con i ministri dell’Istruzione di ogni colore, abbia scritto di sana pianta interi capitoli della legge in discussione.

Certo è che l’appetito vien mangiando, e la stessa TreEllle, lo scorso 10 dicembre, dichiarava pubblicamente che la bozza della nuova scuola presentata tre mesi prima era ancora poco coraggiosa, perché bisogna pensare di abolire le supplenze (utilizzando esclusivamente l’organico delle scuole), modificare lo stato giuridico dei docenti e abolire il contratto, che, parole testuali, non è “lo strumento giusto per governare un servizio pubblico come la scuola. Sul fatto che il governo intenda recepire anche questi ulteriori ordini dei padroni delle ferriere non ci sono dubbi e potrà farlo con le già citate leggi delega, se non lo fermeremo prima.

F come Fondi
Va da sé che una scuola a misura di Confindustria deve costare poco, e rendere quanto più possibile. Il primo risultato è già ampiamente raggiunto e forse “meglio” di così non si può proprio fare. Anche grazie alle precedenti “riformel’Italia risulterebbe ultima in Europa per la spesa per l’istruzione in relazione al PIL. Secondo altre fonti l’Italia sarebbe seguita dalla Spagna, ma solo se lì non si tiene nella dovuta considerazione il ruolo di enti locali finanziariamente molto più autonomi dei nostri. Comunque sia, ultimi o penultimi poco cambia: i governanti italiani, che non rinuncerebbero a comprare un bombardiere laminato in oro nemmeno se scoprissero che fuori dei confini sono tutti morti e non c’è nessuno da bombardare, stanziano per la scuola il 4,6% del PIL, contro una media europea superiore al 6%.

Strano che questo dato non si dica mai quando si parla dei limiti della scuola italiana. È come se ci costringessero a guidare un’automobile con tre ruote (di cui una bucata) e si lamentassero che non siamo capaci di vincere un gran premio! Non solo si tace su questo, ma si afferma che con la nuova legge l’Italia fa uno sforzo economico eccezionale, grazie a circa tre miliardi di euro stanziati che possono essere moltiplicati a dismisura nella propaganda governativa: sono diventati 4 sulla lavagna di Renzi e addirittura 4+4=8 in una simpatica e contestatissima conferenza delle deputate PD Tentori e Rocchi (Commissione cultura…) alla quale ho recentemente assistito.

Lasciamo perdere i dettagli, sono ragazze e ragazzi che giocano con i miliardi ed è giusto che si divertano, ma non si può far meno di notare che all’interno della legge, ed in particolare nella parte riguardante l’edilizia, molto spesso si fa riferimento a fondi mai utilizzati nel passato (addirittura del triennio 2007-2009) e difficilmente utilizzabili nel futuro. Per non ferire la sensibilità dei giocherelloni democratici, però, riporterò le recenti affermazioni di un loro collega di partito, il senatore Mineo:

la metà di questi famosi 3 miliardi, cioè un miliardo e mezzo, è quanto l’amministrazione ha in realtà risparmiato bloccando i rinnovi contrattuali dal 2009 e gli scatti di anzianità del 2013. Una partita di giro: con i sacrifici degli insegnanti si pagherà la stabilizzazione degli insegnanti. Inoltre 300 milioni dei 3 miliardi provengono dal tagli al finanziamento generale del Ministero operato con la legge di stabilità,  620 milioni sono i tagli, effettuati nel corso degli ultimi 3 anni al fondo per gli istituti. Sono appunto i tagli che hanno provocato e provocano quella sgradevole e diffusa percezione di abbandono che dà la nostra scuola pubblica.

Resta il solo dubbio su cosa ci faccia una mente pensante nel PD e non mi meraviglierei se venisse democraticamente rimosso dalla commissione cultura del Senato. Non sarebbe il primo caso di “ripensamento” sui membri delle commissioni cultura, che si vogliono assolutamente fedeli alla linea e la linea, si sa, è quella di dichiarare che le colpe della scuola non sono dovute a mancanza di fondi, ma alla pochezza dei docenti, in particolare di quelli presenti nelle Graduatorie dei precari.

G come Graduatorie
Chiunque abbia scarsa familiarità con il mondo dell’insegnamento e delle norme che hanno consentito sino ad oggi di sedere dietro una cattedra non può che aver ricavato la convinzione che un branco di centinaia di migliaia di alligatori senza titolo, ignoranti e nullafacenti, affolli la palude delle graduatorie, con la pretesa, tra l’altro, di accedere ad un contratto a tempo indeterminato, per succhiare copiosamente le ricchezze della nazione e traviarne i figli. In alcuni rarissimi casi, ad onor del vero molto più diffusi nelle scuole private che non in quelle statali, tra i supplenti della nostra scuola ce ne sono alcune e alcuni che posseggono il titolo di laurea, ma non hanno superato nessuna specifica prova di selezione per l’insegnamento.

Costoro non hanno mai preteso di accedere al contratto a tempo indeterminato senza selezione, chiedono al più che venga finalmente offerta loro la possibilità di essere selezionati. Si tratta probabilmente di meno dell’1% dei docenti ed anche in quel caso non hanno rubato nulla: ci sono perché nelle loro discipline e in quel particolare momento sono risultate esaurite le fantomatiche graduatorie. Tantissimi tra noi hanno cominciato così, sopperendo con grande impegno e dedizione, e la freschezza dei venticinque anni o poco più, alla mancanza di esperienza e di preparazione specifica, magari contando sui suggerimenti di qualcuna o qualcuno più esperto, perché degli spazi di buona scuola, che è fatta di collaborazione e condivisione, esistono già. Questo, però, dalle parti del governo non lo sanno e non gliene vogliamo per questo.

Ciò che invece dovrebbero sapere, i soloni del governo, perché sono pagati anche per questo, è che chi popola le graduatorie ad esaurimento ha sempre superato almeno una prova di selezione con valore di concorso. In alcuni casi sono ancora i vincitori del concorso del 2000, l’ultimo vero “concorsone”. In altri sono docenti che hanno sostenuto una prova in ingresso e una in uscita e tra l’una e l’altra hanno seguito corsi costosissimi e superato ulteriori esami universitari, come nel caso più recente popolo dei TFA, voluto dalla Gelmini.

Stesso dicasi per chi ha seguito i PAS, ossia percorsi con valore abilitante per supplenti di vecchia data, che prevedevano comunque corsi ed esami universitari ed esame finale. Ci sono poi, e sono la maggioranza, coloro i quali hanno seguito, dopo selezione, le cosiddette SISS, scuole di specializzazione per l’insegnamento di durata biennale. Lo so, per chi non è addentro non è facile districarsi in questo modo di sigle (e sicuramente ne ho dimenticata qualcuna), ma utile è comunque sapere che quelle forme di reclutamento non le hanno inventate i precari, e nemmeno quei diavoli dei sindacati, ma i diversi governi che si sono succeduti. E fa quasi ridere, se non fosse da piangere, che le SSIS sono state istituite nel maggio del 1998, quando primo ministro era Romano Prodi, dello stesso partito oggi al potere.

Oggi è facile sentire, che so, il democratico Luigi Berlinguer, dire peste e corna contro quello strumento introdotto all’epoca dal ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer e auspicare l’immediato ritorno ai “concorsoni dentro o fuori”, quelli che all’epoca erano stati condannati, forse non a torto, perché poco formativi e troppo dipendenti dal caso. Proprio a quegli antichi strumenti gli “innovatori” vorrebbero tornare, dopo aver assunto solo una parte di chi ha acquisito il diritto ad insegnare, e tenendo fuori tutti gli altri, perché chi ha il potere può rimangiarsi la propria parola, perché sulla vita di chi non ha il potere si può giocare, perché i Democratici, dei diritti, se ne sbattono. Per loro quei titoli sono carta straccia, anche se oggi, mentre scrivo, consentono ancora che le università si finanzino grazie a quelli, perché tanti colleghi stanno svolgendo TFA in questi mesi e, addirittura, ci sono atenei che stanno avviando ora le prove di selezione per cominciarne di nuovi.

H come Honoris causa
A volte, però, è possibile che chi ci governa raggiunga livelli così alti di caos normativo non necessariamente per malafede, ma anche per crassa e innocente ignoranza. Il dubbio è legittimo, se solo ci si interroga su chi sono e quali titoli posseggono gli espertoni che riformano la scuola, sugli scranni del governo o dietro le quinte. A volte ci si diventa per auto-investitura ed è sufficiente in questo caso che i media siano pronti ad assecondare le tue manie di grandezza, come accade per il manager esperto in gestione dell’impresa Roger Abravanel, che “suggerisce” ai governi e scrive per il Corriere della Sera fingendosi profondo conoscitore della scuola italiana senza nemmeno averla frequentata.

In altri casi si diventa esperti perché si acquisisce da un giorno all’altro un titolo indiscutibilmente importante e centrale nell’amministrazione del mondo dell’istruzione, come è successo alla Gelmini. Per ottenere il miracolo basta rovesciare il rapporto di causa-effetto: non divento ministro dell’istruzione perché sono esperta di scuola, ma sono esperta di scuola perché mi hanno fatta ministro.

Il più delle volte, però, si diventa vate della scuola per divina investitura di un’entità superiore, ad esempio un’istituzione come Confindustria, che è in grado di consentire ad un Attilio Oliva, pure lui manager, di scrivere le leggi sulla scuola da consegnare direttamente sul tavolo dei consigli dei ministri, siano essi di destra o di sinistra.

Altre volte, più umilmente, si diventa esperti di scuola, con il semplice titolo di sottosegretario all’Istruzione, per investitura del tuo premier, come è successo all’onorevole Davide Faraone che, malgrado il suo poco brillante curriculum di studi, non solo bacchetta i docenti rei di non condividere il suo pensiero sulla scuola, ma, dall’alto della sua ventennale esperienza di studente fuori corso, lancia anche la sua “ricetta per l’università” (19 gennaio). Ma se quello di Faraone è un caso limite, in fondo anche folkloristico, che ci mostra quanto poco siano avvezzi ai criteri meritocratici coloro i quali pontificano sul merito, non si può ignorare che, nelle migliori delle ipotesi, la scuola è governata da professionisti provenienti dal mondo dell’Università e che quindi poco sanno delle esigenze di alunni di scuola secondaria e meno ancora di bambini della primaria o di scuola dell’infanzia. Il giorno in cui ministro dell’istruzione sarà una maestra elementare sono convinto che, anche se forse su posizioni diverse, finalmente potremo discutere di “buona scuola parlando la stessa lingua.

I come Inclusione
Va detto, ad onor del vero, che non tutti i mali vengono per nuocere, e avere a che fare con ministri e sottosegretari folkloristici ha risvolti positivi, se non altro se si vuole capire come il governo intende muoversi su alcune questioni non secondarie delle quali, nella “buona scuola”, proprio non si parla. Tra queste c’è sicuramente il tema dell’inclusione degli alunni con disabilità o, più in generale, con bisogni speciali.

Sono citati, a voler essere precisi, solo una volta, quando si elencano le leggi delega da approvare in un secondo tempo, senza doversi confrontare con nessuno. Insomma del tema si parla solo per dire che per ora non se ne parlerà e che domani la legge in merito sarà approvata e basta, senza alcun confronto, nemmeno con la propria spesso catatonica maggioranza. La rimozione è così forzata da dimenticare la questione delle quote da riservare ai lavoratori con disabilità anche nel capitolo riguardante il piano di assunzioni, la qual cosa richiederà senza dubbio correzioni dell’ultima ora in Senato, per evitare ricorsi.

Ben venga quindi, avere a che fare con rappresentanti di governo molto chiacchieroni, gente come Faraone, insomma, che almeno ha il merito, involontario, di rivelare il pensiero del governo. A inizio aprile il nostro meritevole sottosegretario ha affermato che “l’inclusione a scuola si costruisce con la formazione dei docenti di sostegno” (affermazione già assai discutibile) e che la formazione “non deve essere più generica, ma specifica a seconda della disabilità degli studenti”. Nota sul metodo: anche per quanto riguarda l’inclusione, quindi, torna l’eccentrico modo di procedere di questo governo; come per la “buona scuola” non ci si interroga su cosa funzioni e cosa no, su quali sono le buone pratiche da rafforzare o (per pietà!) da non toccare e quali siano i punti deboli da correggere, ma si ritiene di poter ridurre il senso della nuova crociata al chi vada arruolato e a quale divisa debba indossare.

Nel merito, poi, per cercare di capire meglio cosa Faraone voglia dire, occorre tornare indietro di un anno, per l’esattezza al 10 giugno 2014, quando lo stesso sottosegretario, insieme a altri nove parlamentari, presenta la proposta di legge sull’inclusione che potrebbe costituire l’ossatura della futura legge delega. Il prodotto confezionato dai nostri un anno fa è un piccolo capolavoro di “cerchiobbottismo”, dovendo recepire per un verso le istanze delle associazioni delle famiglie di alunne e alunni con disabilità e dall’altro non potendo ignorare i citati energumeni, cioè dovendo ubbidire agli ordini che già da quattro anni vanno impartendo TreEllle e fondazione Agnelli, sempre sotto braccio, sul tema del sostegno.

Rispondono quindi, i dieci firmatari, alla giusta richiesta di garantire maggiore continuità di insegnamento di sostegno, imponendo che gli insegnanti specializzati permangano sul ruolo non più per un minimo di cinque anni, ma di dieci e che un alunno vada seguito per l’intero corso di studi, la qual cosa, visto che generalmente i docenti sono in più classi, può tradursi nell’impossibilità, per tutta la vita lavorativa, di misurarsi un giorno con l’insegnamento della materia per la quale ci si è abilitati. Tralasciamo però gli effetti dell’incatenamento a vita in un ruolo che richiede invece tanta passione e voglia di mettersi in discussione e passiamo a ciò che è anche più grave, cioè alla parte “anglosassone” della “riforma dell’inclusione”, la parte che piace a Faraone e Confindustria.

In questa vengono recepite le indicazioni delle circolari sui bisogni educativi speciali (BES) che pur non essendo ancora legge già tanta confusione hanno creato nelle scuole, e si va anche un po’ oltre, o molto indietro. Come previsto dalla normativa sui BES si distinguono le grosse categorie di bisogni: le disabilità da un lato (di cui alla legge 104 del ’92), che sono meritevoli di intervento di sostegno e dall’altro tutti gli altri casi, quelli senza sostegno, quali DSA, svantaggio economico, linguistico, sociale, culturale, ma anche funzionamenti cognitivi limite, iperattività e deficit dell’attenzione, delle abilità, del linguaggio, della coordinazione motoria.

Si conferma dunque che uno degli obiettivi da raggiungere è quello del risparmio, limitando fortemente l’intervento del sostegno ai soli alunni con disabilità definite “medio-gravi e con la finzione che tutti i docenti sarebbero preparati su tutto il resto. Secondo uno schema che, più o meno in sordina, si è già sperimentato quest’anno a Trento, ci si spinge avanti, con la volontà, di avere insegnanti fortemente specializzati sulle singole disabilità, magari itineranti su reti di scuole. Sottolinea in proposito Marina Boscaino che

si determinerebbe un approccio interpretativo della disabilità come fenomeno esclusivamente medico, con una forte considerazione della disabilità come divergenza dalla normalità fisica e psichica, in controtendenza con i più moderni e convincenti studi di settore e della stessa Oms”.

Si prevedono, quindi, docenti speciali per alunni diversi, uno per ogni patologia. Una parola, quest’ultima, che a scuola non si dovrebbe usare, ma che ri-diviene attuale quando si torna a trattare l’essere unici come una malattia, e a lavorare non più sulle potenzialità, certo diverse, ma che sempre ci sono e vanno tirate fuori, ma sui limiti, da curare come fossimo medici e da isolare per impedire contagi. Del resto il dibattito sul nuovo concetto di inclusione corre di pari passo con quello di “buona scuola” in salsa PD e del modo attuale di intendere, purtroppo non solo nel governo, l’idea di lotta alla dispersione scolastica, rifugiandosi nella riproposizione degli antichi, rassicuranti e ghettizzanti gruppi di livello.

Ciò che sembra avanzare è una preoccupante idea di differenziazione, invero assai antica, che risolve con una semplificazione i problemi forse più complessi, le sfide forse più difficili, ma quelle che più soddisfazioni possono dare, e talvolta danno, all’interno della vecchia “buona” scuola.

Nello specifico ambito dell’inclusione non sorprenderebbe se un domani prossimo qualcuno proponesse di ricostruire qualcosa che ricordi le classi differenziali del regio decreto 577 del 1928. Già oggi, infatti, affidare gli alunni con disabilità giudicate medio-gravi, alle “cure” di un docente fortemente specializzato e profondamente distinto da un docente “normale” e preoccuparsi principalmente di aspetti dal carattere segnatamente paramedico, quali le modalità di somministrazione di farmaci a scuola, ha tutto il sapore di un salto indietro rispetto al dibattito che, forse prima nel mondo, dal ‘77 la scuola italiana ha saputo portare avanti con coraggio in direzione di una reale integrazione per tutte e tutti. È evidente, per intenderci, che affiancare ad un’alunna sorda uno specialista della lingua dei segni è il modo più facile per trasmetterle nozioni e magari, nel breve termine, per ottenere voti soddisfacenti. Mi chiedo però, e non sono certo l’unico, se sia un buon voto il risultato più importante da conseguire, o se non sia piuttosto aiutare quell’alunna a confrontarsi con il mondo che la circonda, e aiutare i suoi compagni, che quella lingua così diversa non conosceranno forse mai, a confrontarsi e a crescere con lei e grazie a lei.

L’inclusione è qualcosa di profondamente diverso dalla cura di un caso clinico. Non sempre oggi è ben fatta, ma la scorciatoia della differenziazione, dei percorsi e dei docenti, porterà a farla peggio, o, meglio, condurrà fuori strada. Il docente di sostegno, che è una risorsa spesso imprescindibile per una buona integrazione, deve essere innanzitutto un docente come tutti gli altri, e non un infermiere altamente specializzato. Meglio sarebbe, proprio nell’interesse di alunne e alunni con disabilità, se si andasse in direzione contraria all’esasperata specializzazione. Meglio sarebbe se, potenziando le indispensabili compresenze e una formazione seria, tutti i docenti si misurassero per qualche anno direttamente con l’insegnamento di sostegno, magari alternandole ad ore di insegnamento sulla propria materia, per ricordare a se stessi, ai colleghi e agli alunni, che sono insegnanti proprio come gli altri, e non docenti di serie B per alunni di serie B.

L come Legge delega
La legge sull’inclusione sarebbe dunque solo una, per l’esattezza la quarta, tra una decina di leggi delega previste dall’art. 22 di quello che oggi è il disegno di legge 1934 in discussione al Senato. Queste verrebbero promulgate dal governo nei 18 mesi successivi all’eventuale approvazione della “buona scuola e, senza dover nemmeno passare per il Parlamento, senza il vaglio dei sindacati dei lavoratori e senza nemmeno sottoporsi al giudizio del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (un consiglio consultivo che non va consultato, v. art. 23), ridisegnerebbero completamente la scuola italiana, nel senso “coraggioso” richiesto da Confindustria.

Avendo già trattato della legge sull’inclusione, appare opportuno accennare a quelle che paiono più importanti tra le altre. La prima tra le leggi delega è forse la più pericolosa, a causa della sua genericità, che può consentire di inserire al suo interno qualunque aberrazione, ivi inclusa la cancellazione del contratto di lavoro, prevedendo il “riordino delle disposizioni normative in materia di sistema nazionale di istruzione e formazione”.

La seconda è meglio delineata, e per questo sin da subito decisamente indigesta, riguardando il “riordino del sistema di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria”. Si prevede in merito non solo il ritorno agli antichi concorsoni, ma anche un calvario per il conseguimento del contratto a tempo indeterminato nei tre anni successivi all’eventuale superamento della selezione, offrendo sì il privilegio di insegnare come gli altri sin da subito, ma con la disponibilità a fare anche da tappabuchi, il tutto con un trattamento economico miserabile, da insegnante “in formazione”.

Le seguenti leggi delega, poi, potrebbero davvero contenere tutto e niente, e riguardano materie che tutti nella scuola vorremmo trattare e riformare, ma se possibile non vorremmo farlo per peggiorare le cose. Sono, ad esempio, la “revisione dei percorsi dell’istruzione professionale”, l’“istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni” (dove si parla anche della “gestione diretta delle scuole dell’infanzia e da parte delle regioni e degli enti locali al netto delle entrate da compartecipazione delle famiglie utenti del servizio”), la “garanzia dell’effettività del diritto allo studio”, la “promozione e diffusione della cultura umanistica”, le “iniziative scolastiche all’estero”, l’“adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di Stato”.

Da tutte queste leggi, che pure dichiarano di voler potenziare a destra e a manca, come è chiaramente scritto al comma 6 dell’art. 22, “non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Il che è già tutto un programma, la chiosa più giusta di un narrazione fatta di tranelli e frottole.

M come Monarchia
Raccontare favole ai propri sudditi è da sempre una tentazione troppo irresistibile per ogni sovrano, illuminato o meno che sia. Renzi e la sua corte non fanno eccezione: ci trattano come bambini, ci ripetono continuamente che siamo il loro popolo, che vogliono il bene nostro e dei nostri figli, che per il bene nostro impartiscono nuovi ordini e che su questi sono pronti, bontà loro, a dialogare sulla forma, e se siamo ragionevoli. Essere ragionevoli significa non mettere in discussione la sostanza.

La nostra Maria Antonietta in salsa fiorentina afferma voler sostituire al pane quotidiano della “vecchia” scuola, spesso duro e scarso, le brioches della sua buona scuola, naturalmente senza maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Offende la nostra intelligenza, e, come dimostra la partecipazione ai recenti scioperi, fa male i suoi calcoli. La sua affermazione sullo sciopero che “fa ridere”, tradisce nello stesso tempo il suo nervosismo e la sua vanagloria da monarca, le successive lettere agli insegnanti dimostrano che spera di recuperare con modalità di propaganda mutuate direttamente dalla casata di Arcore. In un caso o nell’altro non rinuncia a ritenerci feccia, incapace di pensare e indegna di dialogare con lui, sulla sostanza, si intende.

Sta a noi decidere se vogliamo continuare a farci trattare come sudditi o causare al monarca gli stessi fastidiosi mal di testa che toccarono in sorte all’austriaca di Francia, metaforicamente parlando, è chiaro. Perché un ritocchino alla forma non ci basta e, diciamocela tutta, un piatto di sterco non diventa più gustoso nemmeno se lo servi su un vassoio d’argento condito da crema chantilly. Ciò che vogliono far ingoiare, a noi e ai nostri alunni, nella sostanza, resta quello.

N di Nonsense
Immaginate ogni tipo di contraddizione, di incoerenza, voi le vedrete nel governo, nei tribunali, nelle chiese, negli spettacoli di questa bizzarra nazione.”
Voltaire, Candido, 1759

In questo dibattito ricco di falsi intellettuali e finti dialoghi, accanto agli insulti e alle mirabili sciocchezze avanzano i ribaltamenti di senso. La scuola che vuole combattere la dispersione scolastica e che si avvicina agli ultimi, ad esempio, è, per il monarca quella che garantisce agli ultimi di studiare per rimanere tali. C’è chi, a scuola, parte svantaggiato, soprattutto per condizioni sociali, familiari e culturali. Per loro il traguardo delle acquisizione di conoscenze e competenze appare spesso lontano e posto in cima a una ripida salita, Per questo spesso rinunciano. Si tratta di un problema che la scuola italiana non può ignorare, perché diventa ogni giorno più preoccupante.

Eravamo convinti che si potesse affrontare proponendo percorsi alternativi e misure di accompagnamento che garantiscano, magari in tempi diversi, di raggiungere lo stesso traguardo, sulla stessa collina. Questo però richiede tempo e risorse che evidentemente non si vogliono investire. Si fa avanti quindi l’alternativa più facile, quella che ha già preso avvio dai percorsi di formazione professionale regionali, che consiste nel ridurre la strada da percorrere e nello spostare il traguardo ai piedi della collina. Lo scimmiottamento di quello che chiamano “modello anglosassone” fa sì che si passi dalla scuola che consentiva all’operaio di desiderare un figlio dottore a quella che prevede che il figlio dell’operaio studi per diventare, nella migliore delle ipotesi, operaio, e nella maggior parte dei casi di adattarsi ad essere un buon disoccupato, privo di senso critico, schiavo di pregiudizi e senza troppi grilli per la testa.

Ancora una volta, se questa non è la scuola che vogliamo, dobbiamo trovare le energie e i mezzi necessari per ribadire l’importanza dei tempi distesi, del dare ad ognuno la possibilità di giungere a comprendere. Dobbiamo spiegare perché nella scuola in cui crediamo non è importante affinare le tecniche per crocettare la risposta giusta, sempre univoca e indiscutibile, ma offrire gli strumenti per analizzare il modo che ci circonda, saperlo trattare con occhio critico, saper trovare da soli le risposte. Bisogna insegnare che le risposte giuste sono spesso più d’una, che possono essere messe in discussione da altri, che un domani noi stessi potremmo ritenerle incomplete, se non addirittura completamente sbagliate. Perché il mondo non si divide in buono e cattivo, in bianco e nero.

O come Organico
Per tornare ad una scuola che educhi alla complessità, che sviluppi lo spirito critico, che accompagni chi è in difficoltà, che sperimenti percorsi alternativi per garantire la stessa qualità di insegnamento per tutti, servono fondi, e non già per gli stipendi, ma anche semplicemente per adeguare l’organico alle sfide del futuro. Uno dei principali elementi di propaganda della cosiddetta “buona scuola” è che una quota parte significativa dell’organico dell’autonomia sarebbe riservata a quello per il potenziamento dell’offerta formativa. Quasi la metà dei centomila nuovi assunti dovrebbe quindi garantire quel rafforzamento delle competenze di Storia dell’arte (la “cultura umanista” sulla lavagna di Renzi), di Musica, Diritto, Educazione all’ambiente o Scienze motorie del quale tanto si parla, oltre a garantire le supplenze fino a dieci giorni e tutti progetti di potenziamento, recupero e lotta alla dispersione scolastica. Insomma questi 48.000, un docente per ogni istituzione del regno, o poco più, farebbero autentici miracoli!

Vogliamo crederci e li giudichiamo meglio di niente, ma ci sono dei fastidiosi numeri che fanno sorgere dei dubbi sul senso reale della manovra di adeguamento degli organici e dei suoi effetti. Stando alla matematica, infatti, non si vede come i 100.701 docenti da assumere possano contemporaneamente provvedere al potenziamento dell’offerta formativa ed eliminare il problema del precariato a scuola, cioè la “supplentite” che il premier dichiara di non gradire. Quanti sono stati, infatti, in questo ultimo anno i supplenti con incarichi annuali? Il dato lo fornisce lo stesso MIUR ed è di circa 120.000 docenti. Ne deriva che i centomila di cui sopra sarebbero sufficienti a malapena a coprire le cattedre già oggi disponibili.

Se pure prendessimo in considerazione il cosiddetto “fabbisogno territoriale equivalente” (il numero totale di ore di supplenza diviso per il numero massimo di ore di insegnamento previsto in ogni contratto) la somma delle supplenze al 30/6 (85.544,5) e al 31/8 (15.735,3) sarebbe pari a 101.279,8. Se a questo numero si aggiungono i pensionamenti all’11/3/15 (18.791), si ha che nel prossimo anno scolastico i posti disponibili per contratti fino a fine anno saranno almeno 120.071. Prevedendo la “buona scuola” che i posti disponibili siano coperti prioritariamente con il proprio organico, anche facendo insegnare materie diverse da quelle per le quali si è abilitati (alla faccia della qualità), non si vede cosa possa restare per il potenziamento, a meno che non ci si voglia limitare ad aggiungere ore ad una materia, sottraendole però ad altre.

P come Preside o come Podestà
Il potere, tra gli altri, di togliere ore da una parte e metterle dall’altra, nella scuola del futuro, sarebbe detenuto dai presidi, anche se, nelle versioni più recenti, dovrebbe coinvolgere una cerchia di docenti e genitori, peraltro facilmente assoggettabili da chi possederebbe mille altri strumenti per far valere il proprio peso. A tal proposito non si può non rilevare che il dibattito forse più stucchevole che ha animato l’anno della “buona scuola, soprattutto a partire da marzo, è stato proprio quello relativo ai superpoteri dei dirigenti scolastici, tanto da far meritare a questi l’appellativo di “sceriffi”. Confesso di non amare questo nomignolo, perché richiama alla mente un’immagine lontana dal nostro contesto storico e culturale e perché si riferisce ad una figura, lo sceriffo appunto, che ricopriva una carica comunque elettiva, svolgendo, con una reale evidente autonomia, compiti decisamente operativi, quali arrestare pericolosi banditi o semplici ladri di bestiame.

Il “nostro” nuovo preside, sarebbe ancor meno impegnato sul campo di quanto oggi già non sia (il nostro campo non dovrebbe essere l’amministrazione, ma educare ragazze e ragazzi e offrire loro gli strumenti per affrontare le sfide del futuro) e non verrebbe certamente eletto dai docenti, né dagli alunni e dai loro genitori. Le sue caratteristiche ricordano invece molto più da vicino quelle del podestà di epoca fascista, che, ai sensi dei regi decreti 237 e 1910 del 1926, nominato dal Re e senza alcuna dipendenza o vincoli dai cittadini, rispondeva dei suoi atti “solo” verso il governo, nella persona del prefetto, e indirettamente al sovrano. I podestà, dunque, proprio come i nostri presidi del futuro, godevano di un potere assoluto nei confronti dei propri sottoposti, ma erano in fondo solo i primi tra sudditi, dovendo guardarsi bene da chi era più in alto di loro nella piramide sociale e politica, i prefetti, che potevano sospenderli, e il re, che poteva revocare loro l’incarico.

Il dirigente scolastico del futuro, insomma, dovrebbe entrare nell’ottica non più del primus inter pares, un docente tra i docenti che ha competenze e capacità per coordinarne il lavoro e per recepire e diffondere le buone pratiche, e nemmeno illudersi di poter usare la stella e la pistola come meglio crede. Dovrebbe, invece, comprendere che sta assumendo le vesti dell’ufficiale di governo, e di un governo, tra l’altro, che si fa pochi scrupoli. Sorprende la sorpresa, invece, con la quale 900 presidi hanno accolto la notizia che, forse, Renzi è pronto a sacrificare anche loro pur di conservare il potere, proponendo un emendamento che ne preveda il trasferimento coatto dopo un massimo di sei anni trascorsi presso la stessa istituzione scolastica, si dice per limitare i possibili eccessi di potere. Anche i podestà, del resto, andavano confermati o sostituiti ogni cinque anni, e non per amore del popolo, ma per paura che si creassero feudi che limitassero il controllo del duce. La volontà di tenerli maggiormente sotto controllo è evidente anche nel caso attuale, perché in fondo esistono pure presidi riottosi, e qualcuno ha pure scioperato.

Qui si tratterebbe anche, è evidente, di un’ennesima operazione di maquillage di una legge assolutamente inemendabile, nonché di una misura, non richiesta certo dai docenti, in grado di aggiungere caos al caos. Malgrado ciò è divertente leggere il tono indignato dei 900 dirigenti, che, intenti a pavoneggiarsi avanti allo specchio della buona scuola, s’erano davvero convinti di essere diventati delle divinità intoccabili. Risvegliandosi ora dal piacevole sogno, e scoprendo di potersi ritrovare a vagare tra i albi o ambiti, proprio come quei plebei dei docenti, piangono e battono i piedi. Conservano, però, e in questo fanno quasi tenerezza, l’atteggiamento pavido degli studenti che, non volendo affrontare il bulletto della classe, cercano di essere ammessi nella sua cerchia infastidendo i più deboli. Non accusano dunque il sovrano, unica mente eccelsa che ha concepito la figura del preside peripatetico, ma, oltre a 30 gettoni in più, chiedono di

porre un limite alle infinite richieste dei docenti e delle loro rappresentanze che sembrano avere come unico scopo quello di “accerchiare”e “depotenziare” il nostro ruolo rendendo insopportabile il prezzo che si sta facendo pagare alla nostra categoria”.

Q come Qualità (della scuola)
Ancora una volta, però, non dobbiamo lasciare che l’attenzione venga sviata da note folkloristiche e dalla comicità delle umane debolezze, di chi gode nell’esercitare potere e trema all’idea di perderlo. L’attenzione deve focalizzarsi su come si fa a migliorarne la qualità e su cosa sia una scuola di qualità. Anche nel caso della discussione sul ruolo dei dirigenti, ad esempio, è utile notare che il problema è non solo e non tanto il loro eccessivo potere discrezionale, ma l’incredibile quantità e importanza dei compiti che sono chiamati a svolgere: direzione, organizzazione, coordinamento, gestione delle risorse finanziarie e strumentali, delle scelte didattiche e formative, programmazione di tutto, e realizzazione solo dopo aver riprogrammato, in funzione dei fondi e delle autorizzazioni che dall’alto sono concesse, individuazione del fabbisogno di “risorse umane” e selezione dei “migliori” tra migliaia di nomi, in tempo record e fingendo di utilizzare criteri oggettivi, collocazione di questi migliori anche in posti diversi da quelli per i quali sono abilitati, promozione o bocciatura dei dipendenti dopo un triennio e valorizzazione, cioè individuazione dei migliori, meritevoli di un obolo.

Addio scelte condivise, il preside è responsabile di tutto questo e anche di più, tanto che vien da pensare che il miglior dirigente del mondo avrebbe serissimi problemi, e che il peggiore potrebbe provocare catastrofi. Se questo quadro dovrebbe garantire una migliore qualità della scuola pubblica, siamo messi male. L’idea che i problemi della scuola si risolvano con i presidi-podestà è ancora più paradossale se si pensa che è propugnata proprio da chi ritiene che i docenti siano fannulloni e ignoranti. Si dimentica che i presidi sono “solo” ex docenti, che hanno superato un concorso in più. Possibile che siano state sufficienti un paio di prove di selezione a compiere il miracolo di trasformare i rospi in principi?

La verità è che sia tra i presidi, che tra i docenti, che tra i lavoratori di ogni categoria ci sono sia rospi che principi e che anche la loro condizione non è necessariamente immutabile. Nessuno nega che un pessimo docente possa fare gravi danni, e non consola pensare che un preside potrebbe farne di peggiori. Per il bene delle nostre alunne e dei nostri alunni dobbiamo anche porci il problemi della qualità dell’insegnamento e degli insegnanti, pur ribadendo che non è solo da questo che dipendono i buoni o i cattivi risultati degli alunni. Lo scopo prioritario di indagini e di interventi sulla qualità dell’insegnamento, che se basate su fondamenti seri sono importantissimi, non dovrebbe ridursi alla possibilità di premiare e/o di punire, alimentando la concorrenza, le divisioni, i contrasti, le invidie, ma di correggere e aiutare, favorendo il lavoro cooperativo, il confronto e la diffusione di buone pratiche, facendo crescere insieme anche i docenti.

Seguendo la strada della selezione, dei castighi e delle epurazioni, che è quella della buona scuola di Renzi, scimmiotteremo pure il modello anglosassone, ma non costruiremo una scuola di qualità, ma al più un ambiente di simpatiche canaglie in competizione tra di loro. Non si vede, del resto, perché si sia scelto di imitare proprio un modello che propone dirigismi e selezioni a monte, come quello anglosassone, che ha prodotto distinzioni evidenti tra scuole di serie A e serie B, selezionando solo una esigua minoranza di studenti ben preparati, da docenti forse pure eccellenti e una maggioranza di scuole pessime con docenti spesso frustrati. Non si vede (o forse si vede sin troppo bene) perché non si sia scelto di riferirsi a quel modello finlandese, esclusivamente pubblico, che è unanimemente riconosciuto come il migliore e il più efficace in Europa, nonché il più egualitario.

Se è vero come è vero, però, che nessun modello è meccanicamente esportabile da un paese all’altro, soprattutto con risorse così diverse, altrettanto vero è che una proposta di scuola integralmente pubblica, della condivisione e dai tempi distesi, che rifugga dall’asfissiante preponderanza delle lezioni frontali, in Italia c’è già, ed è la LIP – “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola della Repubblica”, firmata da oltre 100.000 cittadini e presentata in parlamento già dal 2006. Peccato che i nostri governanti preferiscano ignorarla, anche per continuare a dire che chi dice di no non presenta mai proposte alternative, e che loro sono gli unici in grado di sapere cosa è bene per il popolo ignorante, e di presentare le giuste riforme.

R come Riformisti (e Reazionari)
Quando a presentare una riforma è un sovrano, nemmeno tanto illuminato, però, c’è sempre poco da fidarsi. I taumaturghi democratici al capezzale della scuola italiana che affermano che “è meglio una riforma sbagliata che nessuna riforma (lo ha fatto anche Renzi) sono tranquillizzanti come un medico che non riuscendo a curarti un brutto raffreddore decide di provare a prevenire l’insorgere di una polmonite asportandoti un polmone.

Non appaiono più convincenti quelli che affermano che chi è contro una riforma, qualunque essa sia, è sempre un reazionario, anche quando le riforme in questione hanno tanti elementi in comune con norme e decreti di un passato dell’italica storia tutt’altro che felice. Alcune simpatiche assonanze con l’era fascista le abbiamo già sottolineate, tanti, invece, hanno fatto notare l’incredibile somiglianza tra il cuore pulsante di questa legge e un regio decreto firmato da Benito Mussolini nel 1923, che prevedeva che fosse compito esclusivo dei presidi conferire gli incarichi di supplenza e di insegnamento. Del resto non manca chi sottolinei che Renzi e i suoi si dimostrano decisamente più reazionari dei protagonisti del più recente ventennio, quello berlusconiano, con il disegno che porta dritti alla cancellazione del contratto nazionale collettivo per i lavoratori della scuola e, più in generale, con il jobs act.

Potremmo, però, anche fingere di ignorare le strane somiglianze con nuovi e vecchi ventenni, se solo sapessimo che si tratta di piccoli danni collaterali di un programma di riforme che, condotto da persone serie e competenti, può avere esiti proficui per il mondo della scuola. Animati da grande compassionevole disponibilità al dialogo potremmo anche riconoscere che, sì, i soldi freschi per la scuola sono una innocente bugia, perché i 3 miliardi sono solo una partita di giro, ma almeno questa volta non tolgono niente, se non qualche centinaio di milioni che, girando girando, finiscono nelle tasche degli istituti privati. Dettagli, quisquilie, pinzillacchere, pieni di buona volontà fingiamo di credere alla propaganda e di essere convinti che sia ormai lontana anni luce l’idea tremontiana di una riforma fatta di soli tagli, giusto per far cassa con la scuola.

Il problema è che, tolte le incrostazioni propagandistiche, si fa fatica a trovare nei tanti articoli di legge un’idea alternativa di istruzione, uno straccio di riflessione su cosa oggi non funzioni, sui metodi di studio e di insegnamento, sui tempi, sui contenuti, sulle diverse modalità di apprendimento e sul rispetto che sarebbe dovuto ad ognuna. Insomma, come hanno sottolineato moltissimi tra i novanta docenti universitari intervenuti su vivalascuola la scorsa settimana, si propone di cambiare l’organizzazione, il ruolo e il profilo giuridico di chi opera nella scuola, senza scomodare la pedagogia. Mi torna in mente la Gelmini: faceva tenerezza e forse anche un po’ pena quando affermava di aver ricavato il convincimento della giustezza della maestra unica dalla sua anziana insegnante di quando era bambina. Oggi, però, è forte la tentazione di rivalutarla: lei, almeno, un unico e anonimo modello pedagogico lo aveva, questi non hanno nemmeno quello.

S come Stipendio (e Svalutazione) dei lavoratori della scuola
Sulla lavagna di Renzi non c’era posto per la pedagogia, ma non mancava il riferimento bonario all’inadeguatezza dello stipendio dei docenti italiani con la precisazione che, anche per accrescere il prestigio degli insegnanti italiani, è necessario riconoscere loro dei compensi ben più ricchi. Peccato che, nella buona scuola, di questi aumenti non vi sia traccia, ma non è una novità.

Basta fare un rapido giro in rete per verificare come in questa materia i nostri governanti non si siano mai preoccupati di allinearsi alle normative degli altri Paesi europei. Non solo ci attestiamo saldamente al penultimo posto tra i Paesi occidentali, subito prima della Grecia, ma registriamo anche sostanziali passi indietro a causa del blocco imposto ai contratti negli ultimi anni (che si intende prorogare almeno fino al 2017) e la sostanziale cancellazione di possibili compensi accessori che fino a ieri venivano corrisposti per attività aggiuntive, quali potenziamento e recupero. Non si trattava di lauti fondi, intendiamoci, ma assommavano almeno al doppio dei 381 milioni che la “buona scuola” stanzia per regalare ai docenti di ruolo (solo a loro, si intende) una “carta per l’aggiornamento e la formazione del docente” del valore massimo di 500 euro all’anno. Non è una voce in più in busta paga, ma un voucher, una tessera che, come recita il ddl,

può essere utilizzata per l’acquisto di libri, pubblicazioni e riviste riferite alle materie di insegnamento e comunque utili all’aggiornamento professionale, acquisto di hardware e software, iscrizione a corsi, rappresentazioni teatrali e cinematografiche, ingresso a musei, mostre ed eventi culturali…”.

Meglio di niente, certo, ma davvero troppo poco per sperare di rabbonirci, anche perché, per quanto mi sforzi di ricercare piogge di contestazioni e rivendicazioni in questo senso, le ragioni dell’opposizione quasi unanime del mondo della scuola a questo ddl non sono legate a rivendicazioni economiche, che pure sarebbero legittime. Né ritengono, i docenti, che il prestigio si acquisisca con i soldi. L’idea che la qualità di uomini e donne si misuri sulla base dei soldi che hanno in tasca è meschina e moralmente riprovevole e sorprende che appartenga a un rinnovatore democratico come Renzi.

Fa molto più danno al prestigio della classe docente il fatto che vengano descritti continuamente, in modo più o meno esplicito, come squadristi o abulici, talvolta ignoranti, altre volte fannulloni, dediti a un lavoricchio di 18 ore settimanali (tacendo su ciò che c’è stato e che c’è quotidianamente “intorno” a quelle 18 o 22 ore, o 25 ore), con più vacanze che giorni di lavoro, anche se, in verità, in Italia si sta molto più a scuola che nel resto d’Europa.

Chi, come i nostri ministri, sottoscrive e rafforza le chiacchiere da bar su una categoria di 800mila lavoratori, non sa che danno fa in primo luogo ad alunne ed alunni, o forse lo sa e lo fa scientemente. La risoluzione dei problemi più difficili a scuola, ad esempio, a cominciare da quelli che attengono al comportamento e alla gestione dei conflitti, per passare allo sviluppo di una coscienza critica, comincia da una collaborazione attiva tra docenti e famiglie. Il fatto che queste ultime non credano più nei primi e diventino i nemici più agguerriti della scuola, che al più si trasforma in bene di consumo, con corollario di lamentele negli uffici di presidenza (laddove il “cliente” ha sempre ragione) e lettere di avvocati, rende del tutto inefficace il cosiddetto dialogo educativo con molti alunni. E forse genera mostri, magari anche nelle scuole d’elite della buona società di provincia.

T come Tirocinio
Sarebbe però sbagliato pensare che noi docenti siamo gli unici a preoccuparci del benessere e del futuro delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. Lo fa più e meglio di noi il nostro primo ministro che in cima agli obiettivi elencati sulla lavagna della buona scuola riporta la scritta: alternanza scuola-lavoro”. Per Renzi sarebbe la cura definitiva al cancro della disoccupazione, una novità assoluta, in grado di far finalmente incontrare la domanda con l’offerta della merce lavoro e di portare definitivamente l’Italia fuori dalla crisi.

In verità forme di tirocinio per studenti di scuole superiori, ad eccezione dei licei, sono sempre esistite. Quel che si intende realizzare, stando all’attuale testo del disegno di legge, è un potenziamento negli istituti tecnici e professionali, e un’estensione ai licei e al secondo anno di scuola superiore. La scelta sarebbe quindi principalmente figlia della necessità di risolvere il problema della disoccupazione giovanile, grazie alla convinzione che l’alternanza scuola-lavoro possa far saltare fuori da un cilindro, per magia, posti di lavoro che non ci sono più!

Pur volendo accettare l’idea, in fondo povera, che primo compito della scuola sia avviare ad un mestiere, proprio questa crisi ci conferma che trova un lavoro non tanto chi si è specializzato a svolgere una mansione, ma chi ha acquisito competenze tali da adattarsi a nuove richieste. Insomma parte avvantaggiato chi ha orizzonti culturali e conoscenze più ampie, chi ha acquisito la capacità di rispondere in modo originale a nuove esigenze, più che chi si è esercitato a stringere sempre lo stesso bullone e può essere sostituito da un’avvitatrice elettrica. Proprio per questo motivo occorrerebbe più tempo scuola, e non meno, come accadrebbe aumentando a dismisura le ore in azienda, magari con più laboratori, tagliati dalla Gelmini e non rifinanziati da Renzi.

Peraltro la possibilità di impiegare tirocinanti, anche d’estate, come sognava il ministro Poletti e come è scritto a chiare lettere nel testo di legge, magari di 15 anni (cioè in quella che dovrebbe essere l’età dell’obbligo scolastico), spingerebbe le imprese ad assumere meno giovani, perché è certo più economico servirsi di manodopera minorile a costo zero! Anche in questo, però, bisogna riconoscere la coerenza del pacchetto, o pacco, definito buona scuola: sui docenti neoassunti, come accennato, si prevede di risparmiare sottopagandoli per almeno tre anni, con i loro alunni si decide di abbattere drasticamente i costi delle imprese, facendoli lavorare e non pagandoli affatto. Dal punto di vista della lotta alla disoccupazione sarebbe senza dubbio controproducente, ma resterebbe la gioia di aver contribuito all’aumento dei profitti per qualche padroncino.

U come Unione
Lo so, qualcuno ancora racconta la favola antica che l’aumento dei profitti dei padroni aumenta il benessere complessivo della nazione e non può che riflettersi in un benessere per tutti. Chissà perché quando più si fingono moderni i nostri governanti, tanto più scimmiottano teorie vecchie di 250 anni almeno! Io non sono un modernista a tutti i costi, ma se dobbiamo metterci a discorrere di antiche teorie, allora ci correrebbe l’obbligo di dire che il dibattito sviluppatosi a partire da Adam Smith ha conosciuto voci differenti, e che i dati che proprio in questi anni di crisi possiamo leggere non sembrano dare ragione al primo, quanto ai secondi.

Favorire le rendite di capitale e i profitti non ha accresciuto un benessere diffuso, ma ha semplicemente garantito maggiori lussi per chi era già ricco e maggiore miseria per chi era più povero, allargando la forbice tra i primi e i secondi. Analogamente costringere le persone a lavorare sino a tarda età (nella scuola si può restare dietro ad una cattedra anche a 70 anni, e anche questo sarà garanzia di qualità) ha determinato un aumento della disoccupazione giovanile. Dall’inizio della crisi (2007) alla fine del 2013, infatti, il tasso di occupazione tra gli over 55 è aumentato del 13%, proprio mentre cresceva dell’11% il tasso di disoccupazione tra gli under 34. Insomma: chi cianciava di benessere per tutti ci ha ingannato e ancora vorrebbe ingannarci, convincendoci che lavorare gratis e come schiavi è, dentro e fuori la scuola, la chiave per risolvere la crisi e renderci felici.

Lo spirito che anima il disegno della “buona scuola“, fatto, come abbiamo visto, in primo luogo di sottrazione di diritti, è lo stesso che, riservato agli altri dipendenti statali, ispira il decreto Madia sulla pubblica amministrazione e che, per i dipendenti privati, anima il cosiddetto Job act. Il denominatore comune è la possibilità di licenziare, e con essa la maggiore ricattabilità dei lavoratori e la precarizzazione dei rapporti di lavoro. Non è un caso se tutte queste leggi sono state volute e probabilmente anche scritte dagli stessi, già citati, energumeni. Nella lettera della BCE del 2011, ad esempio, si parlava anche dell’“esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva… in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende”, si raccomandava di adottare “una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti”, si richiedeva di “intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico” e di operare una “riduzione significativa dei costi del pubblico impiego”.

Si tratta quindi di un attacco a 360° contro il mondo dei lavoratori, che ad oggi reagisce diviso o addirittura lasciandosi convincere ad armarsi l’un contro l’altro. La conditio sine qua non per ingannare i sudditi è sempre tenerli divisi, provocare rivalità, alimentare invidie e disprezzo di una categoria contro l’altra, e questo spiega le campagne di fango che periodicamente vengono imbastite contro i lavoratori della scuola. I docenti, peraltro, non si sono mai distinti negli ultimi anni per manifestazioni di solidarietà nei confronti delle altre categorie, e poche reazioni hanno suscitato, nelle scuole, le novità legislative relative al vasto mondo dei lavoratori dipendenti.

Gli insegnanti di ruolo, inoltre, se non danno fuori di matto, se non arrivano ubriachi a scuola, se dimostrano di non essere capre ignoranti, se non si assentano come parlamentari qualsiasi (a proposito: le votazioni sui singoli articoli della legge della “buona scuola” hanno visto alla camera un numero di assenze mai inferiore al 40%), saranno pure costretti a vagare per lande desolate e a misurare gli spiccioli per arrivare a fine mese, ma difficilmente potranno essere licenziati, almeno sino ad ora. La loro condizione è migliore di quella dei disoccupati, e di lavoratori che rischiano ogni giorno di arrivare in fabbrica e di trovarla chiusa, perché il loro padroncino ha scoperto di poter comprare uno yacht in più spostando la produzione in Albania.

Questa, sia per noi che per gli altri, è una ragione per rivendicare maggiori diritti e non certo per accettare di perdere i pochi che ci restano. Per minare l’unità dei lavoratori che negli anni Settanta tanti positivi risultati aveva prodotto, in termini di diritti per i lavoratori e anche per gli studenti, si è cominciato a smembrare realtà produttive e a costringere ognuno in una celletta di un massimo di 15 dipendenti. Forse l’unica grande realtà lavorativa che resta in Italia è la scuola statale, con quasi un milione di dipendenti tutelati da un contratto sostanzialmente unico, e in grado, se solo volessero, di far cadere governi, di porsi come esempio per gli altri lavoratori, di imporre una nuova seria riflessione su cosa occorre per fare migliore la scuola e magari anche la società, per gli alunni, in primo luogo. Probabilmente è questo il primo motivo per il quale vogliono smantellare la scuola pubblica.

V come Valutazione e Verifiche
La cancellazione di garanzie diviene tanto più profonda quanto più ricattabili diventano i lavoratori della scuola. Il disegno di legge della “buona scuola” prevede proprio a questo scopo un sistema di controllo e valutazione periodica della validità dell’insegnamento dei docenti, con relative sanzioni, che, a partire dalla negazione di aumenti contributivi, possono arrivare alla mancata conferma sul posto di lavoro per chi è negli albi territoriali. L’articolo 13 del DdL 1934 prevede a tale riguardo che il preside, sulla base di criteri stabiliti dal comitato di valutazione di istituto, assegni annualmente ai docenti ritenuti migliori una percentuale del fondo destinato ad ogni scuola come quota parte dei 200 milioni destinati alla “valorizzazione del merito” a partire dal 2016. Per intenderci, si tratterebbe di circa 23.000 euro lordi per ogni istituzione scolastica, o se si preferisce, di 250 euro lordi all’anno se venissero divisi equamente su tutti i docenti, o di 500 se si decide di premiarne una metà. Non c’è da scialare, è evidente, e si tratta comunque di molto meno di ciò che fino a pochi anni fa veniva garantito a tutti con gli scatti di anzianità, oggi di fatto cancellati.

A ben guardare, però, il governo incasserebbe il massimo risultato, che è la frammentazione del corpo docente, con il minimo sforzo economico. Un po’ perché su uno stipendio misero anche due lire in più fanno comodo, un po’ per la vergogna di vedersi collocato tra i peggiori ed esposto al pubblico ludibrio (v. il “portale unico dei dati della scuola”), anche chi è educato alla modestia e opera con serietà e sobrietà, potrebbe vedersi spinto, magari anche inconsciamente, a fare qualcosa di più, dal tip tap sulla cattedra ad una maggiore generosità nell’elargizione di voti, per procurarsi la simpatia di genitori, di alunni, e soprattutto del proprio capo. Certo non si vedrebbe incoraggiato a collaborare con i propri colleghi per crescere insieme e per far crescere i propri alunni, ma, al contrario, vedrebbe incentivata la competizione più bieca, la “riservatezza” in merito alle buone pratiche e, nei casi più patetici, la delazione. Sono i guasti, o i vantaggi, dipende dai punti di vista, di una valutazione fatta non per misurare le potenzialità e migliorare, ma per etichettare ed escludere.

Di questa tendenza a misurare e catalogare diventeranno ben presto vittime anche i dirigenti scolastici, anche se oggi paiono non rendersene conto, e lo sono, in misura crescente, anche gli studenti, e non da oggi. Più passano gli anni e più aumenta il peso di valutazioni e test, a cominciare da quelli Invalsi, che rubano sempre più tempo a un armonico e produttivo dialogo scolastico e condizionano anche l’approccio didattico, finalizzato non più, in diversi casi, alla maturazione consapevole di competenze, quanto allo sviluppo delle abilità necessarie a rispondere correttamente a questionari a crocette. Diversi colleghi spendono ormai una parte considerevole del tempo trascorso con i propri alunni a somministrare e consegnare verifiche, per dimostrare a se stessi e agli altri di saper attribuire voti assolutamente oggettivi, senza contare il tempo sprecato a casa per predisporli, preparare infallibili griglie di valutazione e correggerli. Sono all’antica e continuo a pensare che meglio sarebbe impiegare quel tempo per preparare lezioni ogni volta nuove, perché tarate su capacità e interessi di gruppi classe ogni volta diversi.

Z di Zorro
Alla fine di questo lungo excursus, del quale mi scuso con il lettore paziente, vale la pena di interrogarsi sull’esigenza insopprimibile che pare provare ogni nuovo ministro dell’istruzione, talvolta sotto braccio con un primo ministro, di lasciare il segno, di apporre la propria firma sulla “riforma epocale della scuola, accusata di essere da sempre immobile, uguale a se stessa e, praticamente, la gentile espressione è del segretario della CEI, un “pantano”. Ciò che sorprende è la frequenza incalzante con la quale il mondo dell’istruzione, che si vorrebbe troppo statico, è sottoposto al fuoco “amico” dei rinnovatori di ogni colore.

Da almeno un decennio si susseguono ministri convinti di essere unti dal signore, unici e insostituibili nella titanica missione di far comprendere a chi ci lavora come dovrebbe funzionare la scuola, anche se i banchi non li vedono più da quando l’acne ha smesso di tormentare le loro glabre gote e anche se di didattica non sanno un bel niente. Costoro si alterano se chi conosce le scuola, la didattica e la pedagogia prova ad intervenire durante i loro pubblici monologhi e considerano riprovevoli le interruzioni di chi, è un’espressione che ho letto e ascoltato con le mie orecchie in questi giorni, dovrebbe insegnare ai propri alunni a stare zitti al loro posto. La buona scuola, quella vera, non è quella che insegna a stare zitti, ma quella che si compiace di sollecitare dibattiti vivaci, sempre nel rispetto delle altrui opinioni e dei tempi di ognuno, e che forma menti pensanti, non sudditi ammaestrati e ridotti al silenzio.

Oggi l’80% almeno dei lavoratori della scuola ha detto con forza e in modo evidente che quella di Renzi non è la riforma che vogliamo. Se si volesse il dialogo ce ne sarebbe d’avanzo per fermarsi, riflettere e ascoltare. In tanti stanno provando ad aggiungere pure che la scuola ha sì bisogno di una riforma, ma non di una a caso, procedendo “per tentativi”, o per input eterodiretti, come ognuno degli ultimi governi ha già fatto, con una continuità sorprendente tra destra e cosiddetta sinistra. Chi studia la Storia sa che non sempre “nuovo è meglio e a volte trovare il coraggio di opporsi ai “rinnovatori” è un valore, da trasmettere alle nuove generazioni.

Se si vuole migliorare la scuola si cominci con l’ascoltare chi ci lavora e chi ci studia. Otto anni fa docenti, studenti e genitori in tutta Italia, riuniti spontaneamente in comitati, si ritrovarono a parlare di scuola, lavorarono con impegno e provarono a mettere nero su bianco le loro proposte, poi, in centomila, firmarono e presentarono in Parlamento una “Legge di iniziativa popolare (LIP) per una buona scuola per la Repubblica, che, ignorata dai governi che si sono succeduti, ancora oggi è un laboratorio aperto, pronto ad accogliere e discutere tutte le nuove proposte di modifica. A chi dice che si preferisce l’immobilismo rispondiamo che si può ripartire da lì.

* * *

RISORSE IN RETE

Il Disegno di Legge sulla scuola del Governo Renzi.

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica

OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

2 pensieri su “Vivalascuola. L’ABC dell’anno della “Buona Scuola”

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