La vita ha sempre ragione. A proposito di Youth di Paolo Sorrentino

maradona
di Stefanie Golisch

Chi parla del vincere? Resistere è tutto.

R.M.Rilke

Premetto che questa recensione sarà un elogio incondizionato.
L’unica pecca del film (se non è ironico e quindi voluto!) è il suo titolo che ha portato fuori strada quasi tutta la critica cinematografica. Il tema di Youth non è la giovinezza o la vecchiaia, ma la mediocrità, l’inguaribile dilettantismo del vivere che purtroppo non ha né età, né paese.
Infatti, sulla montagna magica contemporanea, addobbata abbondantemente di mucche e montagne svizzere, non si salva proprio nessuno, giovane, mezzano o vecchio che sia.

Per quanto diversi i caratteri, la loro provenienza, la storia e le loro ambizioni, ciò che li unisce è proprio l’essere mediocre. La battuta centrale la pronuncia, più o meno a metà film, Mick (Harvey Keitel), il regista delle attricette, alle prese del suo nuovo film-testamento: Quanta fatica per quel poco di mediocrità.
Leggendo il film di Sorrentino in questa chiave, il puzzle si compone perfettamente, nessuno pezzo- personaggio rimane fuori dallo spietato – eppure a suo modo amorevole – affresco del maldestro vivere che si estende davanti agli occhi dello spettatore nella veste di un esclusivo wellness hotel svizzero: un microcosmo che, sebbene non proprio casuale, potrebbe essere facilmente essere sostituito da altri microcosmi altrettanto ridicoli: allo spettatore la facoltà di aggiungere il suo personale!
Siamo in un modo di creativi e pseudo-creativi, una specie di Berlino sullo sfondo di un panorama alpino: Mick, il celebre regista ed i suoi quattro apostoli, Fred, il famoso compositore delle Quattro canzoni semplici, Jimmy, l’attore californiano, conosciuto per avere incarnato in un film di successo mondiale un robot e la giovanissima Miss Universo. Intorno a loro si aggirano altri personaggi, non certo famosi, ma non meno ambiziosi: la giovane massaggiatrice che, davanti a dei cartoni animati, non priva di una certa abilità, si esibisce in danze grottesche, la piccola prostituta che ogni sera raggiunge l’albergo accompagnata dalla madre, la figlia del regista che, nonostante l’età, non riesce a trovare una sua identità e che – guarda caso – trova una, probabilmente, alquanto precaria felicità proprio nelle braccia del personaggio più mediocre dei mediocri, uno scalatore senza nome.
Ognuno combatte come può – cioè: giusto un poco –, nessuno riesce a venire fuori da ciò che pare l’inevitabile destino dell’uomo: il naufragio nella banalità del quotidiano vivere che minaccia in ogni momento tutti i microcosmi umani.
Tutti tranne uno.
Mio marito, appassionato calciatore, mi ha fatto presente un dettaglio al quale io, ignorante in materia, non avevo dato il giusto peso, quella scena in cui il Pseudo-Maradona, personaggio repellente nella sua volgarissima fisicità e quindi snobbato da tutti gli altri ospiti dell’albergo, si esercita da solo eseguendo un raffinatissimo palleggio con una palla da tennis: ecco il genio che tutti vorrebbero essere! Peccato soltanto che la sua arte, almeno in quell’ambiente i cui Sorrentino colloca il suo film, non conti.
Dei due personaggi principali invece, nessuno è un genio e entrambi lo sanno: di se stesso e dell’amico…
Lo sfrenato attivismo del regista è proporzionale all’unterstatement britannico del compositore che in realtà sono soltanto due facce della stessa triste medaglia. Nota bene: è proprio nel momento in cui Mick si butta dalla finestra che Fred decide di cedere alla richiesta dell’insistente messaggero della regina. Eseguirà quindi le sue canzoni semplici alla Royal Albert Hall. Si arrende. Ecco ciò che è e che detesta di essere: il compositore delle Quattro canzoni semplici, una musichetta. Alla scena d’orrore surreale in cui Mick incontra su un prato svizzero tutte le starlet che hanno fatto di lui un regista di successo corrisponde esattamente la scena finale del film, il concerto solenne di un opera tanto celebre quanto mediocre.
Una sconfitta.
Nessun applauso.
Quanta fatica per quel poco di mediocrità.
L’ultimo sguardo – una trovata geniale – è quello di Mick che finge con le due mani un teleobiettivo. Potrebbe significare: Ti ho visto, amico. Oppure semplicemente: E’ solo un film. Potrebbe significare tante cose. Nella stazione termale di Youth si entra e si esce nel proprio accappatoio dove e quando si vuole. Ci si riconosce, non ci si piace, eppure, è innegabile: la vita è fatta proprio così. Di tanta buona volontà, qualche sogno e un poco di sentimento vero o falso che sia che solo a distanza di anni si rivelano per quel che sono: poveri tentativi di un io incapace di vincere la partita contro il mondo. Si ricorda, scrive Rilke nelle sue Lettere a un giovane poeta, la vita ha ragione. Sempre.
Con qualche piccola eccezione: E’ proprio una bambina che ricorda l’uomo robot per un altro ruolo, più significativo, in un film che però nessuno ha visto. E la stessa musica, che quando è cantata da un soprano ascetico con il viso rifatto, sembra soltanto una specie di elaborato kitsch, riacquista invece nel quotidiano esercizio del piccolo violinista quella dignità che gli adulti nel corso della vita, a furia di voler piacere – a se stessi e agli altri – perdono irrimediabilmente.
E’ ridicolo reinventarsi come Hitler (un altro robot!). E’ ridicolo farsi celebrare e altrettanto ridicolo non farsi celebrare. Ed è perfino ridicolo buttarsi fuori dalla finestra.
No way out.
Non ci rimane che sopportarci esattamente così come siamo diventati.
In alta montagna e nelle vaste pianure del nostro quotidiano vivere.

4 pensieri su “La vita ha sempre ragione. A proposito di Youth di Paolo Sorrentino

  1. Bellissima recensione che condivido in pieno. Come già ne La grande bellezza mi colpisce molto lo sguardo di Sorrentino sui bambini. In un mondo di adulti immaturi sembrano essere loro i veri adulti, con un potenziale di serietà e di sapienza profonda sorprendenti.

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