CRESTOMAZIA 2: Ivano Ferrari, “La morte moglie”

Ivano Ferrari, La morte moglie, Einaudi.

Sono bovini diversi
di pelo corto
folti ciuffi sulla fronte
e manti che tendono al chiaro,
il primo della fila
riceve un colpo secco,
una volta appeso lo si sgozza
e chi tra noi ha esperienza
prende un bicchiere di carta
e assaggia il sangue caldo,
jugoslavi, dice.


 

“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (*)

Segnalate o inviate versi a questo indirizzo: retroguardia@libero.it.

(*) Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi

2 pensieri su “CRESTOMAZIA 2: Ivano Ferrari, “La morte moglie”

  1. IVANO FERRARI – LA MORTA MOGLIE – EINAUDI- TORINO 2013 – euro 10- pp.96

    Versi impregnati dell’odore della morte, del suo degradante e immobile gelo, del suo imperturbabile squallore, questi di Ivano Ferrari pubblicati nella prestigiosa collezione bianca di Einaudi. Il volume si divide in due parti, scritte a distanza di trent’anni una dall’altra. La prima sezione (“Le bestie imperfette”) ritorna sui temi già proposti al lettore nella indimenticabile raccolta “Macello” del 2004: il sacrificio cruento delle bestie nei macelli pubblici, la loro agonia, la loro ingiustificabile, orrenda e gratuita sofferenza, che tutti siamo pronti a dimenticare davanti a un sandwich al prosciutto. Eccoli qui, gli animali raccontati in versi da Ferrari: puledri uccisi appena partoriti, vermi che escono dalla carne guasta, vitelli e asini malati da scartare, veterinari impietosi, aguzzini sadici, macellai che assaggiano il sangue delle vacche o giocano con le tenie dei cavalli: “boia, squartatori/ chi sgozza e chi raccoglie il sangue,/ trippai, scuoiatori, facchini/ quelli che macellano a domicilio/ pellai, insaccatori e necrofori,/ la classe operaia.” Cosa dire ghignando alle bestie da immolare? “ricordargli che il padre/ la madre/ i genitori di entrambi,/ i figli/ i fratelli/ la specie sua,/ è nata/ cresciuta e morta/ per renderci più alti”. Tenere presente però che forse “la specie ospite” siamo noi, che magari ci aspetta una sorta di contrappasso, o chissà, una vendetta a cui non siamo preparati: “Se sfondassi il muro della carne/ e attaccato al gancio sorridessi/ cosa direbbe chi è pagato per squartare/ il timbratore di lingue/ quale etichetta mi metterebbero/ quanti organi scarterebbero/ e il veterinario penserebbe panta rei?” Perché in un macello “l’eterno dura/ al massimo un giorno”, e “Più grande/ del dolore è l’universo”: quindi possiamo voltarci dall’altra parte, e non pensare. Ma cosa succede quando a soffrire, a agonizzare e morire è una persona cara? Nel caso del poeta, sua moglie (“La morta moglie”): allora la malattia, il tumore, “i capelli radi come un angelo”, le ospedalizzazioni, “la sacca dell’urina” e la casa in disordine (cibi confezionati, frigo sfornito) raccontano una disperazione lucida e senza appello. Nessuna retorica in questi versi di Ferrari (“sono giorni semplici di agonia”, “nella casa si raduna attesa”, “sei destinata alla fluttuazione”), che rifiuta rabbiosamente sia qualsiasi consolazione fideistica, sia di rassegnarsi con umiltà. C’è rabbia, ma c’è anche consapevolezza che la morte è la conclusione naturale destinata a tutti: “Prima o poi/ i luoghi scompariranno”, “non c’è luogo che rimanga intero/ né secolo a cui resti tempo/ muore sta morendo la materia”. E finire è una cosa crudele e semplice, a cui tuttavia non sappiamo arrenderci: “Entrare nel tuo sguardo obliquo/ senza sentire né anima né fosforo divino/ ma solo la punta fredda delle ossa e la pelle/ arresa al tuo profilo”. La scrittura di Ferrari si offre nella sua franca durezza, scabra e priva di concessioni a giochi linguistici; “spesse volte la poesia accumula polvere”, è ridondante e inutile, elegante e sciocca. Non è il caso di questi versi.

    “Poesia” n. 287 – novembre 2013

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