Le voci del Pretorio. (Una storia incredibile). La prima lettera del romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano

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Prima mossa

“Non dimenticare le lettere agli amici.” Ho trovato questo appunto su una agenda di tanti anni fa. Alla data del 18 gennaio del 1989. Non ricordo affatto quale smemoratezza l’avesse prodotto, né quale futuro preannunciasse allora. Proprio quel giorno. Oggi direi niente di importante. Eppure quell’invito rimasto appeso a quella data lontana, ha conservato fino ad oggi il calore di un precetto. Anzi, rende bene lo sforzo che ho fatto prima di riuscire a scriverti. Ormai mi sono disabituato a mettere sulla carta parole che siano state sentite e pensate, non in superficie, ma intimamente, che non siano l’automatico incatenamento di formulari, atti, avvisi, comunicazioni, diffide, ordinanze, missive, al massimo auguri di cerimonia. Devo confessarti però che c’è dell’altro. Ciò che è accaduto negli ultimi giorni mi ha turbato profondamente, mi ha disorientato. Tutto così in fretta, persino la partenza per Potenza. Non ci siamo neppure salutati. E’ stata dura raccogliere i cocci. Li sto ancora cercando.


Avrei voluto telefonarti. No. Mi sono fermato in tempo, per fortuna. Ed eccomi qua a muovere la prima mossa di questo gioco di parole.
E’ diventato difficile scrivere una lettera, vedrai. Ma, non so come dirti, superato il grande scoglio iniziale ti dà meno sofferenza. Diventa quasi una terapia, un esercizio contro lo stress. Alla fine, ti senti meglio.
Ti avevo accennato alla possibilità di un mio trasferimento. Adesso, ripensandoci, te ne avrò parlato più per la paura di perdere le nostre lunghe e inutili chiacchierate d’insonnia, che per l’importanza e la delicatezza di questa novità professionale. Il clima in ufficio era da tempo diventato pesante ed io non ho fatto nulla per evitare questo sbocco naturale. Al contrario.
Mi dispiace solo non averti avuto accanto in quei giorni d’attesa della comunicazione formale di una notizia che tutti in Procura si compiacevano di conoscere in anticipo. Tu eri, me lo ricordo, fuori città per un servizio. Solo io dovevo far finta di non sapere e aspettare: per la prima volta nella mia vita mi sono sentito dall’altra parte della frontiera. Aspettavo che mi recapitassero il foglio di via per Potenza. Quando il Procuratore mi chiamò era un giorno grigio, carico di presagi e insinuante la timorosa ansia di eventi, anzi di cambiamenti negativi. Non ho mai pensato che il mio stato d’animo ne fosse l’unica causa.
Il mio Procuratore – credo che tu lo conosca di persona, devo avertelo presentato una sera a cena, vero? – non è stato per me solo il capo. E’ stato anche il mio padre spirituale, quando arrivai giovane e spaurito in questa città, stupenda se non fosse stata ritrosa, perché per troppo tempo muta e immobile.
Mi accolse in piedi e nella sua figura esile e rigida, mi apparve una lancia conficcata nel terreno.
“Non possiamo fare diversamente Daniele. Per la tua e la nostra sicurezza. Ci devi lasciare. Tu lo sai quanto mi dispiace, ma le minacce si sono fatte serie negli ultimi tempi”, il Procuratore mi ricevette così, senza preamboli o mediazioni.
“E se ci fosse di mezzo quell’altra storia?”, gli chiesi.
“E anche se fosse?”, mi rispose secco lui, indispettito dall’ostacolo che frapposi alla sua volontà di chiudere la questione in modo diretto e chiaro, senza strascichi torbidi. Cercò così di sviarmi, consolandomi.
“Puoi continuare la nostra battaglia anche là. Lo sai benissimo, cambiano solo i mezzi. Anzi, io penso che mettendo la pelle al sicuro potrai lavorare meglio, essere più incisivo. Non dovrai mai più cedere, però. Altri hanno voluto che combattessimo questa guerra.”
Giovanni, credimi, non so dirti se quelle parole mi hanno fortificato o, in realtà, colpirono il bersaglio di rendere incerta la mia volontà. Ancora adesso mi resta un residuo nella memoria sempre imperfetta che le rende inutilizzabili col tempo. Sono ancora confuso. So soltanto che Milano era diventata una gabbia. Alla fine, però, in un modo o in un altro sono riuscito a scappare. C’entrerà pure quell’altra storia che tu conosci bene, non importa. Non è più il tempo della rovina ed io sono stanco di camminare tra quelle che sono state anche le mie macerie. Se tutto appare opaco, ora voglio spendermi per costruire qualcosa e Milano non è più la terra di Avalon, se mai lo è stata.
Spero di ritrovare in quest’altra città la forza per lottare, ma non mi rassegno a perdere la tua compagnia. Per questo le nostre lettere saranno l’ultimo filo, pur sottile e incerto, con il nostro passato.
Forse, raccontandocelo lo renderemo migliore.
A presto.

2 pensieri su “Le voci del Pretorio. (Una storia incredibile). La prima lettera del romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano

  1. Preghiera

    “Dammi il supremo coraggio dell’amore,
    questa è la mia preghiera,
    coraggio di parlare,
    di agire, di soffrire,
    di lasciare tutte le cose, o di essere lasciato solo.
    Temperami con incarichi rischiosi, onorami con il dolore,
    e aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò.
    Dammi la suprema certezza nell’amore, e dell’amore,
    questa è la mia preghiera,
    la certezza che appartiene alla vita
    nella morte, alla vittoria nella sconfitta,
    alla potenza nascosta nella più fragile bellezza,
    a quella dignità nel dolore, che accetta l’offesa, ma disdegna di ripagarla
    con l’offesa.
    Dammi la forza di Amare sempre e ad ogni costo.

    K. Gibran

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