Le voci del Pretorio (Una storia incredibile). La prima risposta del romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano

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Prima risposta

Mio caro Daniele,

la tua lettera mi aspettava sul tavolo, in redazione, in mezzo ai giornali e ad altre buste. Ho riconosciuto subito la tua scrittura, eppure l’ ho tenuta lì, chiusa, per giorni. Non avevo bisogno di aprirla per avere la notizia della tua partenza: mentre ero a Milano mi aveva cercato, trovato, interrogato il mio direttore, chiedendomi se sapevo, perché così all’improvviso, se era vero che… Né volevo aprirla: è rimasta lì, per giorni; a lungo mi ha tentato l’idea di gettarla via, di tagliare per sempre l’ultimo filo che mi legava a te. Di non sapere. Di dimenticare te, quelle chiacchierate con le voci impastate dall’insonnia, il nostro tempo che sembra già passato, “quell’altra storia.”

Poi, qualche giorno dopo, mentre ero al Palazzo per quel mio giro quotidiano durante il quale tu, ricordi, mi dicevi sempre: “Cosa hai rubato dal bidone dell’immondizia?”, e io rispondevo: “La merda che ci avete messo voi”, ebbene, l’altro giorno incrociai il tuo Procuratore. Sai che tanto tu lo consideravi il tuo padre spirituale, tanto io lo ritenevo il tuo Corruttore, certo di altrettanta stima mi ha sempre ricambiato lui. Ma quella volta, invece del solito indifferente disprezzo i suoi occhi, per qualche secondo, mi regalarono uno sguardo in cui la soddisfazione riusciva a stento a tenere a freno un più irritante sarcasmo. Non ci scambiammo parola: non è sua abitudine, non è mio desiderio. Ma uscendo da quel tempio di giustizia cui mi sono accostato sempre da infedele, mi sembrò di portarmi dietro una specie d’inquietudine che non sapevo spiegarmi: un’immondizia più appiccicosa del solito.
Non so se c’è un nesso, ma tornai subito in redazione, tirai fuori del cassetto la tua lettera e finalmente la lessi. Sai bene come si dice, a questo punto, nei romanzi: “Leggendo questa lettera mi sembrava di udire la tua voce.” Ma era vero: perché ogni frase che si riesce ad afferrare e a spiaccicare sulla carta, se è proprio quella che avevi cercato o addirittura se è un’altra che ti sorprende, che arriva con il sorriso o con la smorfia che non ti aspetti, chi la scrive la “dice” con la voce che nasce dal proprio silenzio e chi la legge la “ascolta” con le inflessioni, il tono, le pause che tante altre volte ha udito. Non solo: quando leggo “che Milano era diventata una gabbia”, ti vedo muovere le mani, aprirle e poi chiuderle con il movimento lento che facevi spesso; e leggendo che “in un modo o in un altro sono riuscito a scappare”, non è che mi sembra, ma proprio vedo il sorriso malinconico e insofferente con cui mi ascoltavi ogni volta che mi sforzavo di spiegarti perché preferisco abitare vecchie prigioni da cui è impossibile evadere anche se non hanno porte, né mura, né guardie, invece che salire su un’auto e cominciare a correre su una strada al termine della quale arriverò troppo stanco per capire in che posto mi sono fermato.
Ma adesso sei a Potenza. E ci rimane “quest’ultimo filo, pur sottile e incerto, con il nostro passato.” E in questo passato c’è “quell’altra storia” che ti ha sfiorato e la “mia avventura” che mi ha condotto fuori dell’ordine. Ma ci sarà tempo per parlarne. E alla parte che già conosci, dovrò aggiungere ciò che finora ho preferito nascondere anche a me stesso. Sono stanco, ho appena terminato una di quelle lunghe giornate in redazione che sempre di più mi diventano noiose, scrivendo articoli che ho scritto decine di volte e che tanti altri prima o dopo di me hanno scritto e scriveranno e tanti leggeranno senza accorgersi di aver già letto, o forse lo sanno e proprio per questo li leggono, per ritrovare parole spesso sentite e storie mai nuove, familiarmente comode, usate, e forse è perché da troppi giorni non mi trovo a passeggiare con te in Duomo e non posso più raccontarti i miei silenzi, forse perché il dileguarsi della tua compagnia ha coinciso con la fine della mia avventura e io mi trovo solo di una solitudine che non ho, come al solito, scelto, ma che mi è stata imposta, o forse, invece, soltanto perché oggi il sole ha pensato bene che c’era troppo grigiore intorno e ha preferito farsi vedere, comunque sia, mi era necessario scriverti. Dimenticavo, attento, Rosaria vuole parlarti.
Alla prossima.

Giovanni

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