Darwin Pastorin, il poeta dello sport

pastorin darwin FOTO
di Guido Michelone

La ristampa, con nuova veste grafica, dei cinque libri per ragazzi che il brasiliano-torinese Darwin Pastorin – nome assai noto al giornalismo sportivo – dedica alla storia e alla tecnica del gioco del calcio, è un ottimo pretesto per un’intervista con lui – in esclusiva per La poesia e lo spirito – che tocchi svariati argomenti (letterari e non), per conoscere meglio un narratore e un cronista di estrema sensibilità, al punto da poter essere considerato un autentico ‘poeta dello sport’.
Partendo dai libri scritti negli anni Dieci, Io il calcio e il mio papà, I segreti dei Mondiali, Il grande giorno della mia prima partita, Ragazzi questo è il calcio!, Crossa al centro!, si giunge a delineare un (auto)-ritratto in cui letteratura e football si compendiano perfettamente, alla ricerca dei grandi segreti dell’esistenza umana.

Subito, a bruciapelo, in due parole chi è Darwin Pastorin?
Sono, con orgoglio, figlio, nipote e pronipote di migranti.

Tra le pubblicità estive dell’editore Gallucci figurano i tuoi cinque volumetti per ragazzi sulla cultura del calcio: ce ne vuoi parlare?
Sono libri che ritornano in libreria in una nuova edizione. Libri che parlano di calcio ai bambini e ai ragazzi. Libri che nascono dalla mia doppia passione: per il football e per la letteratura. Libri che mi hanno permesso di conoscere un editore sensibile, coraggioso e preparato come Carlo Gallucci.

Ci racconti ora il tuo primo ricordo letterario?
Le letture che mia madre mi faceva da bambino, a San Paolo del Brasile: le favole, in portoghese, di Monteiro Lobato e i romanzi, in italiano, di Emilio Salgari, il padre degli eroi. Il mio primo grande amore letterario: Le avventure di Tom Sawyer, di Mark Twain. E ho sempre sognato di avere un amico come Huck Finn.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a fare della scrittura la tua professione principale?
Ho sempre amato scrivere e leggere. In terza elementare, il maestro Ugo Pagliuca mi chiese: “Darwin, cosa vuoi fare da grande?”. Risposi, in un lampo: “Il giornalista sportivo!”. Oggi mi appassiona raccontare il rapporto tra il calcio e la letteratura. Con qualche bella sorpresa: Cesare Pavese che parlava di portieri.

E in particolare come o cosa ti senti un narratore, un giornalista, un cronista, uno storico o un filosofo dello sport, o altro ancora?
Mi sento un cronista narratore. Seguendo l’insegnamento di Giovanni Arpino: un bracconiere di storie e personaggi.

Ma cos’è per te la scrittura?
Passione, felicità, tormento, fantasia, stupore, cuore, sangue, istinto, amore, vertigine.

E passando all’altra tua passione: cos’è per te lo sport?
Da ragazzo sono stato un discreto sportivo: centravanti della rappresentativa del mio Liceo, il V Scientifico di Torino, oggi Alessandro Volta, medaglia d’oro nel ’74, sempre a livello studentesco, nella 4×100, io in prima corsia, Gianni Lanfranco, campione di volley, in seconda, Marco Bassi in terza e Gualtiero Papurello, ancora oggi tra i miei migliori amici, in ultima. Lo sport mi ha insegnato la fatica, a lottare, a non mollare mai. Seguivo il calcio dagli spalti: il Palmeiras a San Paolo del Brasile e la Juventus a Torino. Il mio idolo è stato Pietro Anastasi, l’attaccante catanese dalla rovesciata proletaria.

Hai luoghi o momenti della giornata che privilegi per scrivere?
Scrivo nel momento in cui sento nascere dentro di me una storia. È come una folgorazione. Mi attanaglia e devo buttare subito giù qualcosa. Spesso quel “qualcosa” diventa immediatamente un racconto. Il mio punto di riferimento rimane Ernest Hemingway. Mio figlio si chiama Santiago come il pescatore de Il vecchio e il mare.

Come scrivi: quaderno, bloc-notes, computer, tablet o altro?
A penna, su un quaderno. Poi, riporto tutto su computer o tablet.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al momento di scrivere?
Ogni momento è buono, dipende dalla “folgorazione”. Adesso sto scrivendo su un tavolino all’aperto della casa di campagna della mia compagna Liliana, a Caluso, nel Canavese.

Tra i libri che hai scritto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
Amo tutti i miei libri. Sono particolarmente legato, comunque, a Le partite non finiscono mai, edito da Feltrinelli. Il titolo è di Antonio Tabucchi, che bocciò il mio L’arte maga del pallone, un rigurgito gozzaniano.

E c’è per te un libro-culto tra quelli che hai letto?
Ho letto in una notte, piangendo come un bambino, La strada, di Cormac McCarthy. Un padre e un figlio, in un mondo apocalittico, ridotto in cenere, cercano di raggiungere il mare. Struggente, commovente, indimenticabile.

Almeno tre titoli che porteresti sull’isola deserta da leggere e rileggere?
Odissea di Omero, La suora giovane di Giovanni Arpino e Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque.

Quali sono stati i tuoi maestri nella letteratura?
Giovanni Arpino, che mi ha insegnato che la vita o è stile o è errore. Eduardo Galeano. Osvaldo Soriano.

E i più grandi maestri di vita nella storia dello sport?
Gigi Riva, Pietro Anastasi, José Altafini, Leo Junior, Livio Berruti. E il Borges della pelota: Diego Armando Maradona.

Come reagisci personalmente di fronte alle quotidiane notizie di corruzione sportiva?
Con sdegno. E rabbia. Avvertiva Arpino: chi gioca ha giurato e non può tradire. Oggi i traditori, purtroppo, sono tanti, troppi. E in tutti gli sport.

E, se tu fossi Ministro dello Sport, come vedresti una cultura sportiva oggi nel nostro Paese?
Bisogna ripartite, per insegnare lo sport, dalla scuola e dalla famiglia. E porterei negli stadi la poesia. Immagina: negli intervalli della partita i tifosi ascoltano le poesie di Umberto Saba e di Alfonso Gatto, di Vittorio Sereni e Giovanni Giudici, i racconti di Osvaldo Soriano e di Camilo José Cela.

Invece, scrivendo libri, che idea ti sei fatto della cultura in generale nel nostro Paese da vent’anni in qua?
Nota dolente. Abbiamo, purtroppo, compiuto qualche passo indietro. Ai miei tempi, quando ero ragazzo – un sognatore, un ribelle e un fuggitivo -, ai primi posti in classifica, tra i libri più venditi, c’erano Calvino e Soldati. Oggi consiglierei di rileggere Pavese e Fenoglio. L’Italia politica odierna guarda alla cultura con orrore, come a un peso. Speriamo in stagioni migliori. In una nuova generazione, più sensibile alla letteratura.

Cosa stai progettando per l’immediato futuro?
Un romanzo sudamericano. Calcio sì, ma non solo.

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