Come un film francese, l’ultimo romanzo di Roberto Saporito

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Ho letto il libro di Roberto Saporito e mi sono chiesto, ma come è un film francese? Un film degli anno ’30 sarebbe realistico e poetico allo stesso tempo. Se fosse contemporaneo sarebbe in bilico tra docu-drama e video clip. Forse, tuttavia, questo ultimo romanzo di Saporito nasce dalla nouvelle vague e dunque insegue lo “splendore del vero”.

Il cinema di Godard e di Truffaut è semplice solo in apparenza, in realtà è un congegno perfettamente strutturato. E’ una macchina d’intelligenza, con tanto di istruzioni per l’uso. Didascalico e multidisciplinare nel linguaggio, racconta la realtà seguendo lo stesso flusso ellittico e discontinuo della memoria, insegue i ricordi e lascia affiorare le immagini rimosse e dimenticate. Il risultato è una rappresentazione narrativa leggera nella forma ma complessa nei significati, interiore e intellettuale ma non ostile ai generi stilistici che li acquisisce per reinterpretarli. Allora, ho capito il senso del titolo. Il romanzo di Saporito è cosi. Un breve romanzo nuovelle vague. Ma non perché ambientato (anche) a Parigi. I suggerimenti bibliografici posti all’inizio, le istruzioni dell’uso, messe (con autoironia) alla fine; il richiamo espresso nel titolo di uno dei capitoli alla colonna sonora che idealmente dovrebbe accompagnare il lettore che è salito di passaggio su questo Maggiolino letterario hanno questa chiara ascendenza culturale.
Il romanzo racconta l’incontro-scontro di un coppia. Due esistenze lontanissime che impattano con il proprio corpo. Il corpo, il nostro ultimo medium con il mondo esterno. Senza il corpo la realtà vera sparirebbe. Di noi non resterebbe che un twitter incomprensibile. Solo che il professore, scrittore e maestro frustrato di scrittura creativa, vive di lato al corpo, quello suo, quello degli altri, quello delle donne che ingoia per sopravvivere. Lei, Lea, invece vive dentro il suo corpo, fino a rischiare di sprofondarci dentro. Il professore e Lea richiamano Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg di Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle). Entrambi sono puri nel perseguire il proprio fallimento, entrambi sono retrò nelle loro figure, lui troppo mascalzone, lei troppo ribelle. Entrambi in attesa di un momento di grazia, di un gesto che li salvi. Solo che lui è oramai irredimibile, la grazia non la ritroverà più dopo averla appena toccata con la scrittura. Per lui “Scrivere un solo grande racconto in tutta la vita è sempre meglio che scriverne cento brutti”. Lea invece almeno con la realtà riuscirà a riconciliarsi. Ci riuscirà grazie alla musica. Eppure, riconciliata con il mondo lo scoprirà inaccettabile. Così inaccettabile da essere spinta a compiere un atto di volontà terribile, quello di uccidere l’uomo che l’aveva tradita. “La musica è talmente alta che mi risuona nello stomaco come se io fossi una cassa acustica, come se fossi io la fonte di questi decibel impazziti, come se fossi la musica.
Lea spara al professore nel cimitero di Parigi. Un colpo scheggia persino la lapide di Proust (ma perché nella copertina c’è la tomba di Morrison?), reo solo di aver scritto che “si ama davvero ciò che non si possiede”. Mi viene in mente un altro film francese, (La mariée était en noir). Lei è la Jeanne Moreau di Truffaut. Solo che Lea è una “sposa in nero” capovolta. Non vendica il marito uccidendo il gruppo di amici colpevoli della morte del marito. Vendica tutte le donne uccidendo il “maschio traditore”. A conferma che non esistono affatto “donne facili”.
Il finale è strepitoso. “E quella cos’è?”, domanda sorridendo il professore. “Tu cosa pensi che sia?” risponde Lea, “retorica quasi quanto lui”. “Ma è vera?”. Al termine della storia irrompe finalmente la realtà. E spazza via la finzione narrativa, ogni macchinazione letteraria. Il terzo colpo lo colpisce al volto devastandolo. Francamente, tuttavia, è proprio questo colpo a sorpresa che ti pone un dubbio al termine di una lettura veloce e piacevolissima. L’ultimo romanzo di Saporito è troppo strutturato per essere un romanzo breve. Ovvero, ed all’opposto, è troppo esile per reggere un’architettura così complessa. Niente paura, il medesimo dubbio mi viene dopo aver visto un film francese.

Pasquale Vitagliano

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