Acqua rotta, di Augusto Benemeglio

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Gli Atti degli Apostoli vengono definiti dai biblisti la corsa della Parola. Di Dio, ovviamente. Anche Acqua rotta, l’ultima fatica di Augusto Benemeglio potrebbe essere definita così: la corsa della parola. Dell’uomo, ovviamente. Perché è un precipitare di eventi e parole senza fine, pur nello spazio circoscritto delle sue sessantaquattro pagine – compresa la bella prefazione di Maurizio Nocera.
Tutto gira intorno ad Alberto, il fratello morto, eppure vivo più che mai, forse risorto proprio per l’intensità della scrittura di Augusto, sorta di pendant narrativo del De André-pensiero, concentrato nei famosi versi che non possono non toccare il cuore: Dio di misericordia, il tuo bel Paradiso/ lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso. Da questa riva si può capire il sogno o il desiderio di tornare insieme a quella Itaca da cui non si è partiti, in un viaggio che a volte è così breve eppure così disperatamente lungo, quando il mezzo di trasporto è il male: Fratello fantasma dentro un pigiama grigio/ ti portavo al water ed era così lontano! Nella centrifuga dei sentimenti ci sta anche il rimorso per l’assenza, per le parole non dette, per gli abbracci non dati, nell’eterno ritorno di ciò che non è stato e che proprio per questo è più che mai presente. D’altra parte, che compagnia ci si può fare, sulla soglia dell’estremo passaggio, se si è sempre soli quando viene la morte? Quando non resta che aggrapparsi alle rive e agli spigoli dell’infanzia? A queste profondità si può comprendere che non basta l’alcol a far morire, ma che il bianco silenzio, il deserto dei muri, l’innocenza tradita, le palpebre da anni non chiuse, nonostante il Tavor sono i veri ingredienti di uno spegnersi sempre più evidente, oltre alla morte del figlio che fiacca l’estrema resistenza. Sullo sfondo, le risposte mai avute: ai libri inviati, agli inviti per gli spettacoli teatrali, come fossero messaggi in bottiglia destinati a navigare in oceani sconosciuti, alle cui rive non si approda neanche in sogno. Perché in fondo la morte, come scrive Baudelaire, è un vecchio capitano che ci porta inevitabilmente e sempre in un altrove.
Sul filo di rasoio di una verità senza più inganni si avverte che per la morte di qualcuno sono pochi quelli che soffrono davvero, sicché la comunicazione è cosa rara, a volte quasi un colpo di fortuna, una vittoria insperata in una qualche misteriosa lotteria, come nel simbolo struggente dei tanto disprezzati pipistrelli: Vanno di qua/ vanno di là/ come ubriachi/ sono solo capaci di fare dei sibili,/ ma è il loro modo di parlare/ e forse quando/ ti si cacciano nei capelli/ ti vogliono dire appunto, / guarda che parlo/ con te: ascoltami. Allora diventa preziosa anche l’unica fotografia in comune, ad Anzio, dove i fratelli posano vicini, e sembrano ritratti in un tempo in cui, miracolosamente, la morte non esiste. Forse quell’attimo è la prova della verità di un noto sentimento, che fa sentire l’altro accanto proprio quando non c’è più, e ci fa parlare con lui anche se prima l’avevamo fatto così poco.
Il dolore per la morte del fratello è “un secco grumo sputato, una tolda increpata, un’acqua rotta”: vederlo avvolto nel lenzuolo bianco fa comprendere – tutto in una volta – che “amare non è ragionare, non è neppure credere, né cercare o azzardare l’ignoto, l’invisibile. Amare è invocare – fisicamente – tutto l’essere per una goccia di vita”.

Augusto Benemeglio, Acqua rotta. Il colore del vuoto, Anxa, 2015.

17 pensieri su “Acqua rotta, di Augusto Benemeglio

  1. Cara Robysda, hai ragione. Forse è tutto lì quel che ci separa dal muro dei morti, una parola in più, parola segreta, che è il pass-partout che ti fa “entrare” nel varco” . Anche se c’è stato qualcuno che ha detto (al momento non ricordo più chi, ma non è Marquez): “io ci parlo sempre coi miei morti, mi sono accanto, mi aggiungono vita, mi confortano passo per passo il cammino dell’esistenza”. Forse aveva trovato la chiave giusta.
    Colgo l’occasione per ringraziare il mio grande amico Fabrizio , guaritore d’anime, per il dono ( prezioso e raro) della sua recensione.

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  2. Carissimo Augusto, sto leggendo “Acqua rotta” con commozione crescente… ma sono un lettore lentissimo… ogni parola letta deve avere il tempo di metabolizzarsi e diventarmi sangue… ti leggo e per ora ricordo la “compresenza dei vivi e dei morti” di Aldo Capitini e ti sono vicino…

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  4. Grazie, Paolo. E’ difficile trovare un lettore che distilla le parole, i versi, gli incisi, i particolari, le note a piè di pagine ( dove ,dice spesso Fabrizio, si trova forse la verità segreta delle cose) quale sei tu. A me basta aver dato – ad anime gentili – quel senso del colore del vuoto, (come diceva Sereni) , o dell’acqua rotta, da cui nasce la vita e la morte, che è di ciascuno di noi ogni qualvolta ci tocca da vicino e veniamo dolorosamente “diminuiti”, o annichiliti , per la mancanza, la privazione di un essere amato; ma dobbiamo anche ricordare che – come diceva Donne – quando suona la campana è “sempre per noi”, chiunque sia a lasciare questa nostra -comunque amata- terra.

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  5. Sopratutto amare ha un senso.
    Ce lo confermano recensioni profonde come questa e libri scritti da chi sa aprire il cuore per raccontare il proprio viaggio verso l’amore.
    Grazie

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  6. cari Augusto e Fabrizio, sto piangendo su queste indicibili pagine capaci di rompere ogni acqua e l’origine delle lacrime. non hanno bisogno di recensioni, no. sono, nel dolore umano che esprimono e nella speranza di salvezza solo nella parola, universali e riconoscibili.
    un libro delle domande eterne, da tenere accanto e sfogliare lungo il nostro cammino, come un amico che ci parla e ci rende migliori.
    caro Augusto, ti giungerà una mia lettera in privato,
    annamaria

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  7. Caro Augusto, ho letto il libro e mi ha commosso e ora questa recensione che completa la “cura” che ognuno di voi offre e che va dritto al cuore.
    Grazie a te e a Fabrizio
    Vale e Augustomio

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  8. Grazie a tutte voi, carissime amiche. Sì, il dolore, l’attenzione, e la cura, e poi la speranza di una risurrezione che non potrà mai essere annullata da nessuna atrocità..,

    Ed ecco di nuovo che rivedo
    la tua mano nell’erba
    la rosa e il sangue
    il torero bardato a festa
    il blu con i piccoli buchi neri
    le code degli aquiloni
    gli spazi a strisce rosse
    tra nuvola e nuvola
    i draghi che incendiano il cielo
    e poi tanti altri fuochi d’artificio.
    E’ un acre umore d’agosto
    col sonno perduto
    il fazzoletto gonfio di miele,
    gli occhi dentro l’acqua
    e l’ombra che ritorna col suo fiato.

    E’ la tua risurrezione?

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  9. In attesa di poter leggere la nuova fatica letteraria di Augusto, che non sapevo nemmeno fosse in preparazione, mi godo questa recensione di Fabrizio, uno che, per obblighi professionali, si intende di vero significato di termini come “vita” e “amore”.
    Potrei dire che per Augusto scrivere non è mai stata una “fatica”; tuttavia, comporre mirabili ritratti, che siano di personaggi noti o di persone sconosciute ai più, è cosa ben diversa dal vestire i panni del palombaro e scendere a scandagliare gli abissi della propria anima e delle proprie vicende personali più intime. E’ un’impresa nella quale si accetta il rischio di non riemergere, ma con la certezza, in caso positivo, di uscirne migliori. E il fatto che Augusto l’abbia intrapresa, accresce la mia considerazione, misto di affetto e ammirazione, per lo scrittore e ancor più per l’uomo.
    Ripeto, non ho ancora letto il libro, ma da quello che ho colto, mi viene da proporvi questa poesia di Wislawa Szymborska, intitolata SULLA MORTE, SENZA ESAGERARE

    Non s’intende di scherzi,
    stelle, ponti,
    tessitura, miniere, lavoro dei campi,
    costruzione di navi e cottura di dolci.
    Quando conversiamo del domani
    intromette la sua ultima parola
    a sproposito.
    Non sa fare neppure ciò
    che attiene al suo mestiere:
    né scavare una fossa,
    né mettere insieme una bara,
    né rassettare il disordine che lascia.
    Occupata a uccidere,
    lo fa in modo maldestro,
    senza metodo né abilità.
    Come se con ognuno di noi stesse imparando.
    Vada per i trionfi,
    ma quante disfatte,
    colpi a vuoto
    e tentativi ripetuti da capo!
    A volte le manca la forza
    di far cadere una mosca in volo.
    Più di un bruco
    la batte in velocità.
    Tutti quei bulbi, baccelli,
    antenne, pinne, trachee,
    piumaggi nuziali e pelame invernale
    testimoniano i ritardi
    del suo svogliato lavoro.
    La cattiva volontà non basta
    e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
    è, almeno fin ora, insufficiente.
    I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
    Dai semi spuntano le prime due foglioline,
    e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
    Chi ne afferma l’onnipotenza
    è lui stesso la prova vivente
    che essa onnipotente non è.
    Non c’è vita
    che almeno per un attimo
    non sia immortale.
    La morte
    è sempre in ritardo di quell’attimo.
    Invano scuote la maniglia
    d’una porta invisibile.
    A nessuno può sottrarre
    il tempo raggiunto.

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  10. Tutto da sottoscrivere, caro Clown. E’ un mettersi a nudo, e c’è sempre un po’ (direi anche molto in certi casi) di pudore a farlo, anche se noi, facendo teatro, lo facciamo abitualmente. Ma qui si va molto più in profondità, negli abissi, nei recessi , in acque anche limacciose , della nostra coscienza e della nostra anima. Il libro lo leggerai ( anzi lo “leggerete”) presto, è in viaggio.
    Un abbraccio

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  11. Torno volentieri su questa pagina, dopo aver letto il prezioso libro di Augusto.
    Prezioso.
    “Acqua rotta” ha le fattezze di uno scrigno, di quelli con la serratura arrugginita per essere rimasti sepolti tanto tempo sotto strati e strati di vita e di incessante quotidianità.
    “Acqua rotta” è un’assoluta sorpresa. In questi ultimi anni ho avuto modo di conoscere da vicino l’abituale stile di scrittura di Augusto; di solito ho per le mani, per la nostra collaborazione teatrale, stesure di copioni che avrebbero potuto essere lunghi il doppio e che, purtroppo, devono invece essere ridotti alla metà. E’ la naturale conseguenza di una cultura straripante, di una scrittura immediata e, soprattutto, sempre generosa. La generosità con la quale, ad esempio, tempo fa cocesse ad un mio libro una prefazione che trasformò quella pubblicazione senza preteste in una “500” con la carrozzeria di una “Rolls”; anche Maurizio Nocera afferma “mi è accaduto di sorprendermi nel leggere un suo scritto su mie povere cose”. Se, come si dice, l’ispirazione sia roba da dilettanti, direi che Augusto sia un assoluto professionista della scrittura; una scrittura di cui non mi stancherei mai. In mezzo a tante opere di latta, lastricate di buone intenzioni, Augusto produce sempre bellissimo ottone; almeno fino a quando non è arrivato questo nuovo libro a rompere gli schemi. Ecco, “Acqua rotta” è l’oro puro.
    Non si tratta più di quella smisurata capacità di immedesimarsi nelle vite di altri, che rende unici e realistici i mirabili ritratti composti da Augusto. Qui sono pagine di straziante sincerità, di prosa e poesia asciutte, così dense di emozioni e di esistenza da non richiedere alcunché da aggiungere. Questa volta non è servito sapiente mestiere per esporre quella parte mai raccontata di vita vissuta, così insolita e così drammatica. Non occorrevano aggettivi, avverbi, punteggiatura; ogni elemento superfluo è stato accantonato.
    Eppure, l’arte di Augusto resta comunque evidente. Sta nel saper trasmettere e rendere tangibili le sensazioni, nel far toccare con mano il dolore, sia quello acuto, immediato, epidermico, che quello cronico, celato in profondità, mai sopito, mai capito, ma che improvvisamente trova il suo sfogo, la sua Pompei.
    L’arte di Augusto sta nella progettazione dell’opera. Mi ha fatto pensare a un’architettura di Pierluigi Nervi; niente stucchi, niente orpelli, solo cemento armato, essenziale, lineare. Un edificio in cui architettura e ingegneria si fondono; ogni elemento, ogni trave ha in se una funzione strutturale e al tempo stesso decorativa, la cui sintesi e visione generale è perfettamente in grado di generare poesia. E che poesia – ritengo l’Eternità (32) un capolavoro assoluto; versi che ti immagini di poter trovare in un’antologia, tra “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” e “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.
    Infine, vi è la coraggiosa impresa introspettiva che Augusto ha saputo intraprendere. L’artista lascia spazio all’uomo e realizza un’operazione difficile e pericolosa, che spetta solo ai grandi: lo scrigno viene aperto, l’abisso risalito. Chi ha la capacità di portarla a compimento, ne esce forse più nudo, ma umanamente migliore.
    “Le parole non servono, hanno fallito la loro missione. Sono un mucchio di foglie secche, collezione di niente. Solo l’amore può servire, ricorda”.

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  12. Grazie, caro amico. Stavolta mi hai fatto commuovere fino alle lacrime, davvero, come capitò in un’altra occasione, che non dimenticherò mai per tutta la vita: era la prima volta che presentavo un libro di Fabrizio (credo che fosse Pret(re) à porter), e lo feci, come di consueto, con la solita formula. Io leggevo la parte critica, poi c’erano i soliti quattro cinque lettori che citavano i brani più significativi del libro con un sottofondo musicale. Eravamo al teatro, che era pienissimo. Alla fine chiamai Fabrizio sul palcoscenico , e lui venne e pianse, non disse nulla. PIANSE e basta, per almeno tre minuti. E io piansi con lui.

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  13. “Eppure, l’arte di Augusto resta comunque evidente. Sta nel saper trasmettere e rendere tangibili le sensazioni, nel far toccare con mano il dolore, sia quello acuto, immediato, epidermico, che quello cronico, celato in profondità, mai sopito, mai capito, ma che improvvisamente trova il suo sfogo, la sua Pompei.”

    Cito solo alcune righe dell’intervento di Clown (che andrebbe sottolineato tutto per quanto rispondente e sensibilmente attento). Ho citato quelle che in maggior modo riassumono anche le mie considerazioni e impressioni. Quando ho avuto tra le mani Acqua Rotta, girare pagina e trovare parte di alcuni passaggi della corrispondenza tra me e Augusto, relativa al momento e ai temi contemplati, è stato un attimo particolarmente emozionante e significativo. Per questo ora vorrei (mi sembra la cosa più giusta e sincera) apporre qui, come colloquio continuo aperto alla riflessione, un’altra parte di corrispondenza, quella avvenuta dopo la lettura totale del libro.

    …””ho cominciato a cercare la tua forza nel libro che hai dedicato a tuo fratello Alberto. Avevo timore all’inizio, di poter scivolare in una disperazione ulteriore. Provando quello che tu provavi (provi). Invece è stato un susseguirsi di risposte ed emozioni. Emozioni bellissime dove mi sono identificata, la nostalgia, la malinconia, la rabbia, l’abbandono, la mancanza, i silenzi, le distanze. E le risposte. Vivo una profonda crisi che va oltre le mie coordinate personali, si libera intorno a me in tutta la sua dimensione esistenziale, come un gong non fa che propagare ogni increspatura d’animo. A volte il suono è assordante, copre il resto, vibra nello stomaco. Ci sono tante sottolineature a matita ora in Acqua Rotta e tu non potevi rispondere meglio a un sos…

    “Non c’è risposta a questa vita. Non c’è altra vita che questa. Tieniti quel male al petto e prosegui “

    e anche

    “Noi siamo la nostra eternità…”

    Cosa sia un fratello, cosa siamo noi, cosa sia la vita, la morte, e tutto quello che ci abita e ci ha abitato. Lo avevi detto all’inizio del libro, nella lettera a Fabrizio, volevi ricavare dalla scrittura qualcosa che potesse avere un’utilità anche per altri: rappresentando il vero, trovare una morale primaria la più essenziale di tutto. Questo significa attribuire un segno preciso alle proprie parole. Una volontà che subito dopo, anche, precisava che in realtà volevi -solo – ricordare tuo fratello. Io penso che tu Augusto volessi in qualche modo riuscire a dirgli quello che non eri riuscito a dirgli. Credo tu abbia cercato di trattenere e rendere eterni i secondi vissuti insieme, nel bene e nel male. Hai molto sofferto nel travagliato rapporto che avevate e non so se tu sia riuscito a trovare pace, ora, dopo avergli dedicato le pagine che ho letto, che non sono pagine, ma pezzetti di verità e anima, recuperati da un diario mai scritto ma sempre conservato con cura. Spero di sì, che la “giustezza” rincorsa attraverso Acqua Rotta, la giustezza delle emozioni finalmente rivelate, ti abbia portato a fare pace con i vecchi silenzi, a sentire che sono, così come erano, vie comunque percorribili (e percorse), per sentirsi fratelli, anche adesso. Come posso ringraziarti di quello che ho trovato dentro? Sono stata Augusto tra le pagine, ma proprio per questo, trovando un posticino inaspettato dove riconoscermi, mi sono sentita meno spaventata a trovare le risposte che vado cercando.””

    Credo fermamente in quanto ha sopra detto Annamaria Ferramosca: “un libro delle domande eterne, da tenere accanto e sfogliare lungo il nostro cammino, come un amico che ci parla e ci rende migliori.”

    Doris

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