Le voci del Pretorio (Una storia incredibile). La terza lettera del romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano

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Terza lettera
Ciao Giovanni,
Come posso riuscire a dimenticare una persona, la sua presenza, i fatti della vita, i ricordi ad essa legati? Io cerco di non ricordarne il nome; svanisce così anche il volto, la voce, le parole che diceva e le impressioni che lasciava. Con un sorriso, uno sguardo malinconico o un cenno di stizza, tutto retrocede lentamente, inesorabilmente, in quella regione buia della nostra mente che chiamano passato. Senza nome, di chi sarà il bacio che ricordi di aver ricevuto un giorno? E lo hai ricevuto veramente? Forse, nella realtà, è stato su una pagina o dentro un film. Oppure solo un desiderio profondissimo. Se poi il nome riemerge, resta uno scheletro, il latrato inutile di un fantasma, da cui sei ormai lontano. E di questa lontananza si gode inconfessabilmente.
Rosaria. Rosaria. Ho letto questo nome sulla tua lettera ed un pugno ha squassato la porta che mi ero chiuso dietro. Speravo di dimenticare il suo nome e invece appena lo leggo mi si presenta davanti il suo corpo, sì proprio il suo corpo. Il ricordo sarebbe già meno doloroso. Invece, porto ancora negli occhi il suo corpo, complice – chissà se ignaro? – della nostra necrofilia, seduto dietro la tenda delle mie palpebre, pronto ad ogni spiraglio a gelare la mia pelle con la sua carne. Cosa dovrei dirle? Che è tutto finito.
Anche tu, Giovanni, perdila di vista. Lo sai, adesso è anche pericoloso.
Perdona la mia viltà. Non c’è alternativa al mondo. La conosci tu?. O forse lei? Cosa pretende che faccia? Chiedo un colloquio in carcere con suo marito e gli dico che io e sua moglie ci amiamo, che è giusto ormai che divorzino, che prendano atto civilmente che della situazione, così noi potremo coronare il nostro sogno d’amore? Poi mi dimetto e fuggiamo via con la liquidazione in tasca.
Avrei dovuto fermarmi in tempo. Questa è la verità. Dovevo rassegnarmi ad accettare la mia vita. Non mi perdonerò mai di aver preteso che dentro le regole tutto fosse permesso.
Il suo volto lo conoscevo dall’Università. Credo che lei poi non abbia più terminato Giurisprudenza. La incontravo spesso per le scale degli Istituti. E’ bella. Ma la sua bellezza non brillava subito. Dovevi guardarla, fissarla per un po’ e allora le forme cominciavano con lentezza a oltrepassare il grigiore e la pesantezza del suo vestire, i maglioni larghi, i pantaloni di fustagno o le gonne lunghe e indolenti, e il suo viso s’illuminava vincendo la stanchezza universitaria che lei non celava. L’ ho avuta di fronte per una giornata intera durante un’assemblea. Quanto era bella. Lo sai quanto è bella! E silenziosa, indicibilmente silenziosa. Lei ti guarda e ti sorride, mentre tu ti senti morire.
Ricordo che mi dicevo sempre: questa potrebbe essere la donna della mia vita. Non avrei bisogno più di nulla, metterei da parte ogni ambizione. Con lei mi basterebbe avere di che vivere. Quante cazzate. Mi domandavo cosa facesse oltre studiare. Quale fosse la sua voce, quali amici avesse. Mi sarebbe piaciuto passare un pomeriggio con lei. Anche a casa sua, con la sua famiglia. Cosa fa dopo pranzo? Aiuta in casa o subito si mette a studiare? O guarda la televisione, magari guarda una soap? Che pomeriggi terribili erano quelli. Mi addolciva pensare alla sua vita in quelle opache ore di non-vita. Non vorrei morire di pomeriggio.
Come sarà la sua camera? Di cosa odorerà? Chissà se dorme in camera con qualcuno? Avrà fratelli o sorelle? Io dormivo in camera con mia sorella. Non siamo mai andati d’accordo, soltanto adesso stiamo recuperando un minimo di rapporto. E lei andrà d’accordo in famiglia? Magari si sente soffocata e vorrebbe fuggire via. Potremmo farlo insieme. Per andare dove? In Emilia Romagna. E se non le piace? Dove le piacerebbe fuggire? E se non vuole andare via, se non vuole fuggire?
Da Milano, Giovanni, sono partito in treno. Lo sai, quando il viaggio è lungo, è come entrare in una incubatrice. Incantato dalla cantilena ritmica e metallica del treno, non potei fare a meno di fissarmi sui miei compagni di viaggio. Di fronte a me era seduto un militare che ogni settimana faceva quel viaggio per stare il fine settimana dalla moglie e dal suo piccolo appena nato. Di salire a Milano, nemmeno parlarne. Era bello e perfetto come può esserlo solo un giovane sottufficiale di carriera. Ed era malinconico e silenzioso.
Accanto a lui c’era una maestrina che tornava a casa dopo una supplenza. Il suo corpo era smarrito in un pullover di lana molto largo, il suo viso si proteggeva dietro una sciarpa marrone e i suoi capelli erano ispidi e disordinati. No so dire se quella ragazza era bella. Anche lei era silenziosa, ma sorrideva.
Non dissero una parola. Di fronte a me rimasero un mondo a parte, molto più lontano di quanto non lo fosse il mio. Quando la notte sfebbrò facendosi giorno, ero completamente svuotato di qualsiasi cenno o forma di pensiero. Se qualcuno mi avesse chiesto fulmineo chi fossi, avrei esitato. Nella testa avevo unicamente immagini, privi di ogni corporeità e tutte richiamavano i sensi e nient’altro: la luce, il buio, il freddo, il caldo, la sporcizia, il candore, il rumore, il silenzio.
I due ragazzi che mi stavano di fronte non erano più estranei, due sconosciuti come li avevo lasciati. Dormivano ancora abbracciati e chiunque a vederli li avrebbe considerati amanti.
Il treno giunse a destinazione, dove il sottufficiale scendeva. I due si alzarono e la maestrina lo accompagnò all’uscita del vagone. Anche lei scese per un’ istante e si dettero un bacio. Poi, lei risalì.
Non avevo conosciuto neppure la loro voce. Come avevano potuto non dirsi alcuna parola, amarsi senza parlarsi? In questo momento, invece, mentre rispondo alla tua lettera non capisco perché ti ho raccontato il mio strano viaggio. Forse perché quando in treno mi addormentai avevo in mano un libro e per tutta la notte tenni con le dita il segno della pagina bianca sulla quale lei mi aveva scritto una dedica.
Giovanni, anche tu, dimenticala.

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