Perché di questo si tratta. 10.

Anima
B) Quotidianità e altrove, un altrove che è territorio dell’anima in cui convergono ricordi d’infanzia, volti di persone appartenenti al passato, emozioni e desideri provati per un istante e che si sono fissati per sempre nella carne come tatuaggi indelebili. Via di fuga e al tempo stesso tesoro prezioso al quale attingere, dove l’alto sentire e il più basso desiderio, come scrivi nella poesia Chopin, possono toccarsi.

F) Il passato è un deposito di ricordi che aspirano ad essere guariti. Affrontiamo la vita, di frequente, con le chiavi sbagliate: sentimenti negativi s’impossessano di noi e ci imprigionano in gabbie a volte dorate, a volte fatiscenti. Compito della poesia è anche far riemergere i ricordi, e permettere alla grazia che viene dall’alto – dal profondo – di guarirli. Solo dopo un lungo cammino si arriva ad accogliere la verità, e la verità ci farà liberi, come predica il Vangelo.

B) Uno dei sentimenti predominanti delle poesie raccolte in Nomen Omen, (2012), sembra essere la nostalgia. Nostalgia per ciò che non è stato o si è perduto o non potrà più essere. Si percepisce la materialità del limite che ogni scelta impone all’esperienza umana individuale. E più la scelta è radicale più il senso del limite è sentito nella carne e, magari, vissuto come una gabbia. Ecco, allora, emergere il dubbio, la rabbia, lo scoraggiamento, sentimenti che possono portare l’individuo ad un avvitamento su se stesso e a non trovare più l’uscita.

F) La poesia è terapia, di questo sono certo. È una parola lanciata all’esterno di se stessi per averne un ritorno di chiarezza e, sì, di purificazione. Vedere proiettati all’esterno i propri nodi, un dolore che non riesci a superare, i conti in sospeso inevitabili che la vita ti presenta, significa esporsi a un parere, a un consulto, a una preghiera. È il contrario della nostalgia: questa marcisce nel passato, la poesia è guarita dal futuro. Il poeta è uno sempre in bilico tra un tempo che ha vissuto e un altro che potrebbe rivelarsi all’improvviso, quando meno se lo aspetta.

B) Ogni tuo libro è sintesi di quelli precedenti e al tempo stesso anticipa quello successivo. Con il romanzo Salva L’Anima, (2013), inizia un nuovo ciclo: cambia lo stile, l’analisi si fa via via più profonda e lucida, la messa a fuoco di quegli aspetti dell’esistenza e della fede che da sempre costituiscono per te oggetto d’indagine e di pastorale diviene più nitida. Inoltre penso si possa dire che cominci a rivolgerti anche ad un pubblico il cui volto non ti è noto.

F) Sì, c’è un salto di qualità, perché qui comincia quella che io chiamo la seconda conversione: la prima tocca il cuore, ma non arriva agli strati più profondi; questa, invece, comincia a ferire e risanare. La discesa negli abissi fa sì che il pubblico diventi più vasto e variegato: non ho mai scritto per amici e parrocchiani, ma è innegabile che più ti avvicini alla vera identità, più universali sono le corde che riesci a far vibrare.

B) Quella identità che in Diventare se stessi, (2013), definisci terra promessa. E ogni terra promessa porta con sé un viaggio da compiere, magari un deserto da attraversare.

F) L’amore vero ti porta nel deserto per liberarti dagli orpelli, dai residui di un io che fa di tutto per affermare pretese ed esigenze. È quella che in teologia spirituale si definisce kenosis: lo svuotamento, la liberazione dalla filautia, la volontà propria, la madre di tutti i peccati, come ha intuito il genio della Chiesa.

B) Sulla copertina di Salva L’Anima spicca, all’interno di uno spazio bianco, il colletto romano. Ma è un colletto disabitato, vuoto. Al posto del volto, lo spazio bianco e sopra, in rosso, il titolo del romanzo. Sono tante le riflessioni che suscita questa bella immagine.

F) Il sacerdozio rischia sempre di diventare un paramento vuoto, come l’armatura di Agilulfo, il cavaliere inesistente di Calvino. È necessaria una marcia faticosa per sentire quel colletto come proprio, senza avvertirlo come un cappio che ti soffoca o ti opprime. Ci sono due motivi per toglierlo di mezzo: rifugiarsi in un grigio anonimato, in cui si prende quello che si può, o tuffarsi nel mondo degli ultimi, barboni e prostitute, disperati di ogni risma, come nell’avventura straordinaria di don Tonino Bello.

B) Le tre lettere maiuscole di Salva L’Anima formano la sigla SLA, evocazione di una malattia devastante. Qui pare riguardare una malattia dell’anima, i cui sintomi più eclatanti sembrano essere l’atrofizzazione di un sentire e la perdita di una memoria, quella di un tempo in cui sentire e capire forse erano la stessa cosa.

F) L’anima ha bisogno di guarire: dall’ansia, dal senso di colpa, dalla collera; ha bisogno di accogliere la verità di sé e degli altri, verità che emerge dal perdono. Un segreto importante della vita è nel versetto del Padre nostro che chiede di rimetterci i debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Questa è la formula della salute, non solo della salvezza eterna.

B) In Salva L’Anima riprendi alcune questioni riguardanti la Chiesa cattolica già trattate in Nessuno è più importante di te. A pag. 45 scrivi: “Avete discusso a lungo del Concilio; gli hai spiegato che ci sono due anime, oggi, nella Chiesa: una che segue lo spirito profetico, costi quel che costi, perché il Vangelo si faccia finalmente strada; l’altra arroccata su posizioni più retrograde, a difendere privilegi e superiorità presunte”. Discussione che oggi, grazie anche a papa Francesco, è quanto mai attuale. Salva L’Anima pare anticipare papa Francesco e l’auspicio di una Chiesa in grado di riscoprire nel Vangelo la sua radice più profonda.

F) Viviamo in un momento di grave crisi, nella Chiesa: è come se ci fossero due fronti, l’un contro l’altro armato. Forse è necessario che la verità si faccia strada in questo scontro, in cui non sempre è chiaro chi ha torto e chi ha ragione. Mi vengono in mente le inquietanti profezie di Caterina Emmerick, in cui fede e non fede si contendono un campo insanguinato da violenze provenienti dall’esterno e dall’interno. Temo che i nodi verranno al pettine tra poco, anzi, lo spero. Anche se il prezzo sarà alto.

B) Nei tuoi libri è molto forte la presenza femminile, nonché l’identificazione Chiesa/donna. Si può dire che nella Chiesa cattolica esiste una questione femminile irrisolta e che si continua a rimandare?

F) Da junghiano incallito, penso che la verità possa emergere soltanto dall’unione degli opposti. Un certo maschilismo sembra essere una tara costante, nella Chiesa: l’integrazione della donna porterà a una guarigione, attesa da tempo. Rifletterebbe una realtà ben radicata nell’alveo ebraico-cristiano, ma che la prassi fatica ad accettare: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1,27).

B) Nel romanzo affronti anche la questione scienza/teologia. A questo proposito si ha la sensazione che si tratti di una discussione chiusa, tra addetti ai lavori. Una discussione dalla quale ciascuna delle parti, forse per paura di perdere chissà quale primato o prestigio o identità, preferisce escludere il proprio seguito.

F) Penso che scienza e teologia rischino entrambe di perdere una chiave imprescindibile: la visione d’insieme. La specializzazione estrema ostacola l’accesso alla sapienza, l’unica via per approdare al vero. A mio parere, non solo il teologo, ma anche lo scienziato dovrebbe elaborare in ginocchio le teorie sull’universo. Dostoevskij ha ragione quando scrive che l’umanità può vivere senza la scienza e senza il pane, ma non senza la bellezza; e il segreto, in fondo, è tutto qui.

B) In Salva L’Anima si affaccia la consapevolezza che il passato e la memoria, pur così vitali per ciascuno di noi, possano trasformarsi in qualcosa che ci divora, che ci impedisce di crescere.

F) A un certo punto, credo, bisogna staccarsi dal porto conosciuto, decidere di prendere il largo, fidandosi di un Capitano che ti porta alla meta, seppure tra mille traversie. C’è un’espressione di Gesù che torna spesso, nei vangeli: passiamo all’altra riva. Fa il paio con Martin Buber – il cammino dell’uomo dall’io al tu -, col processo d’individuazione di Carl Gustav Jung, con le tante, sorprendenti convergenze che indicano il senso della vita in un viaggio avventuroso. Chi non accetta questa sfida è destinato a marcire in una terra da cui non sboccerà alcun fiore.

B) Salva L’Anima è un romanzo visionario: sogno e veglia, passato e presente si intrecciano dando luogo a una narrazione funambolica; ancora una volta, è il lettore a dover riempire il vuoto sul quale lo scrittore/equilibrista cammina e lo fa camminare, nonché a dargli un nome. Nel capitolo Per un istante solo, scrivi: “il romanzo può indicare ciò che manca, lo spazio vuoto al centro della storia, qualcosa che chiamiamo anima: il punto di contatto tra i sogni del mondo e il sogno eterno di Dio.”

F) Il lettore scrive il suo romanzo, si lascia coinvolgere, fino a immaginarsi nella storia, a compromettersi, a cambiare. Altrimenti è minestra rifatta, un passatempo equivalente al solitario o alla playstation. Scrivere è lanciare un appello, provocare. Disturbare, come ogni profezia che si rispetti.

B) Nel capitolo Amen, in cui affermi la necessità di affrontare i nodi irrisolti di una fede che non risponde più alle domande della gente, tra le altre cose scrivi: “la presenza di un cielo che rifiuta di stringersi nei margini angusti di un messale”. In passato tu ti sei occupato di qualcuno che in un messale il cielo ce l’aveva fatto entrare. Mi riferisco al saggio dedicato a Clemente Rebora, Il segreto del poeta, (1987), nato dallo studio degli appunti lasciati da Rebora sul suo messale. Insomma, ciascuno vede ciò che porta nel cuore, come scrive Goethe.

F) I Padri dicevano che c’è un occhio esterno e un occhio interno: finché la vista corrisponde al primo, tocchiamo solo la superficie delle cose, provando l’angoscia di ciò che è mancante ed irrisolto. Bisogna sfondare la barriera, aprirsi ai sensi interni, capaci di cogliere lo scenario sconosciuto che si mostra quando il cuore ama. Il vangelo dei discepoli di Emmaus è l’icona immortale degli occhi che, alla fine, vedono.

[l’immagine è tratta da qui]

5 pensieri su “Perché di questo si tratta. 10.

  1. Una parola è morta, quando è detta
    Taluni dicono –
    Io dico che invece inizia a vivere
    Quel giorno

    E. Dickinson

    Lavora, si trasforma, confonde, conferma, interroga, illumina, aiuta, resta.
    Mai muore.

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  2. E’ la scrittura, bellezza perchè “proiezione dell’infinito e dell’invisibile”, del suo dolore e della sua “onda di gioia”, è confidenza, preghiera, una rivelazione dove s’infrange il pensiero di Dio nell’insufficienza delle parole.
    Per questa insufficienza bisogna continuare a scrivere per rivelare la bellezza che è sul piano della parola e sul piano del suo più nascosto significato.
    Solo “quando ti avremo raggiunto cesseranno tutte queste parole che ora moltiplichiamo senza raggiungerti”, Verbo divino, di “fronte al Quale è muta l’umana eloquenza”, “senza parole la
    lingua degli angeli, e Tu, voce di sottile silenzio”.

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