Perché di questo si tratta. 11.

Beato Angelico
B) Leggendo Diventare se stessi, si ha la sensazione che questo divenire si realizzi più per ri-costruzione che per costruzione.

F) Ricostruire è importante, ma il problema è la prospettiva, o meglio la chiave con cui l’operazione si conduce. Si dice che il diario sia terapeutico, ed è vero: l’importante è che crei una distanza dal magma della vita, dalle reazioni più istintive, dal mare agitato in cui ci si trova troppo spesso a vivere. Ricostruire il passato significa vederlo con gli occhi dell’oggi, dalla roccia che appare nuovamente, dopo una tremenda mareggiata.

B) A questo proposito, a pag. 68 scrivi: “Più procedi, più ti rendi conto che rivangare il passato è un’operazione discutibile. C’è il rischio di mettere in fila una serie di eventi folcloristici, di sgranare un rosario di episodi che non hanno a che fare con la complessità dell’oggi, la coscienza che giudica da un punto più strategico il fardello delle assurdità, la ricerca di qualcosa che avresti trovato da un’altra parte”. E se inizialmente assistiamo alla ricerca, un po’ meccanica e persino ossessiva, di eventi e persone ai quali imputare la responsabilità di scelte sbagliate (o presunte tali), paure, nonché l’eventuale insoddisfazione del presente, ad un certo punto avviene una trasformazione, cambia la prospettiva. Da questo momento le incursioni nella memoria cessano di essere un tentativo di interpretazione del presente e il passato diviene qualcosa da accettare così com’è stato, evitando giudizi o interpretazioni a posteriori.

F) E’ quello che dicevo: spero sia una trasformazione che tutti possano cogliere, nel libro. In fondo, il romanzo è un passaggio di stato, una porzione di cammino, dall’io al Sé: scrivere è scendere, trapassare lentamente dal chiasso al silenzio, morire a se stessi e rinascere nell’Altro. Se la scrittura non è questo, non è niente: quante letture inutili, fatte soltanto per riempire il tempo. Ma il tempo, così, si svuota sempre più.

B) Nel capitolo In mezzo al mare, scrivi che non la fine ma il fine del mondo ti ha sempre interessato, l’orientamento che dà senso a ogni scelta. Con la tua opera, ma possiamo dire con ogni tuo libro, delinei un tuo personale itinerario umano e spirituale, un viaggio sempre in bilico tra quello dantesco e quello di Don Chisciotte.

F) Il paragone è quanto mai calzante: il viaggio iniziatico rischia di trasformarsi, ad ogni passo, in una lotta coi mulini a vento; se non si vigila abbastanza, diventiamo la parodia di noi stessi, la caricatura dell’immagine di Dio chiamata a emergere dalla nostra storia.

B) A questo itinerario se ne sovrappongono altri. Per esempio quello dell’essere umano, quello della Chiesa, quello della società/comunità. Tutti questi percorsi si intrecciano e sembrano convergere verso un unico punto di salvezza o di perdizione. Che è un po’ come dire o ci si salva tutti o non si salva nessuno.

F) Quando il Beato Angelico tratteggia i salvati come una ghirlanda di mani intrecciate le une con le altre e i dannati come pietre solitarie che rotolano in basso, rende in modo icastico un principio antropologico e teologico essenziale. Divento me stesso se mi apro allo Spirito, all’altro che mi chiama: questa è la salvezza; il resto è egoismo, che non sa che replicarsi all’infinito.

B) Già in È la scrittura, Bellezza! hai parlato a lungo di letteratura e scrittura. Qui, però, ciò che emerge è il disinganno. Cioè, il libro non più come fuga da un mondo che non si ama o riempimento di un vuoto, ma come qualcosa che mette in contatto con il mondo, quel mondo nel quale il protagonista si trova inscritto, proprio come il cedro o la nuvola dalla forma strana.

F) È la scrittura, la profezia di un mondo che verrà, la speranza che l’oggi non concluda mai lo spettro delle possibilità, che la parola fine sia un traguardo spostato un po’ più in là. E più lo sposti, più il mondo si avvicina; quel mondo che arrivi a toccare, ma mai a possedere; e se un giorno lo facessi, allora sì che l’avresti perduto.

B) Usi spesso la parola profezia. Che cosa intendi esattamente?

F) La profezia, secondo me, comincia nel momento in cui l’io sa fare spazio all’Altro. Spesso si equivoca sul termine: il profeta sarebbe l’indovino, colui che ha gli occhi aperti sul futuro. Non è così: il profeta è colui che fa silenzio e lascia parlare un’altra Voce. Per Jung è il Sé, per il credente è Dio. L’identità profonda si fa strada tra la sterpaglia e i sassi, perché la steppa si trasformi gradualmente nel Giardino delle origini, anzi della Fine.

B) Nel capitolo Sogno numero 2, esperienza onirica e mistica si confondono, e non è la prima volta che succede in tuo libro. Nella poesia Terre emerse, contenuta nella raccolta Nomen Omen, scrivi: “Sognare è sapere, dicevi, per questo / dormire è cambiare, vedere fanali improvvisi, / su strade d’azzurro. il palazzo ha un giardino / di pietra, cancelli melodici chiudono / ritmicamente la via. / sapere, trovare il guardiano che grida / da porte di ghiaccio. / è solo la luce, pensavi, che fende, / che scricchiola piano, la tenebra / il tutto che illumina, / invano.”

F) È soprattutto Jung a ricordare che gli strati sepolti della nostra coscienza trovano nel sogno la via per rivelarsi. La razionalizzazione dominante ha fatto sì che perdessimo, cammin facendo, una risorsa imprescindibile. L’irrazionale, allora, s’avvia per altre strade, spesso dolorose, quando non tragiche: la violenza dilagante è un segno di questa deriva che non possiamo né dobbiamo ignorare, pena la catastrofe.

B) A pag. 140, scrivi: “La preghiera è diventata costante, ne hai scoperto il segreto, come hai fatto a non capirlo fino a oggi?”

F) Più vado avanti, più mi accorgo che la vita è preghiera, appello silenzioso a qualcosa o a Qualcuno, perché emerga una verità ogni volta più profonda. È il Cristo emergente nella storia, natura compresa, come afferma San Paolo, quando scrive che la creazione stessa geme e soffre nelle doglie del parto. La preghiera è un parto, una gravidanza faticosa; Dio è l’ostetrica che fa venire alla luce qualcosa di nascosto, di sepolto. Per questo la Pasqua è la preghiera per antonomasia.

B) Come abbiamo già detto Diventare se stessi racconta una trasformazione. In tutti i tuoi romanzi i protagonisti si giocano, chi prima chi dopo, questa opportunità; dalla ribellione e insoddisfazione esistenziale all’accettazione di se stessi con tutto il bagaglio che ciò comporta. Accettazione che non va confusa con passività, tutt’altro. La potremmo chiamare maturità. Cristina Campo scrive: “Maturità: né folgorazioni né voci. Solo un precipitare improvviso, biologico vorrei dire: un punto che va toccato da tutti gli organi insieme perché la verità possa farsi natura. Come destarsi una mattina e sapere una lingua nuova. E i segni, visti e rivisti, diventano parole”.

F) Quella di Cristina Campo è una metafora perfetta. Mi ricorda la piramide di Maslow: passare da una fase all’altra, lasciando che il destino si sviluppi come una pianta, o un animale, o un uomo. Io lo chiamo Progetto.

5 pensieri su “Perché di questo si tratta. 11.

  1. La nostra autentica missione in questo mondo in cui siamo stati posti non può essere in alcun caso quella di voltare le spalle alle cose e agli esseri che incontriamo e che attirano il nostro cuore; al contrario, è proprio quella di entrare in contatto, attraverso la santificazione del legame che ci unisce a loro, con ciò che in essi si manifesta come bellezza, sensazione di benessere, godimento. (Martin Buber)

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  2. Non fate spegnere quella luce, ma vegliatela come cosa preziosa e lasciatela dilatare. In questo espandersi della luce risiede l’unico grande gioioso senso della vita di ogni uomo.

    Oscar Wilde

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  3. La neve era sospesa tra la notte e le strade
    come il destino tra la mano e il fiore.

    In un suono soave
    di campane diletto sei venuto…
    Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
    O tenera tempesta
    notturna, volto umano!

    (Ora tutta la vita è nel mio sguardo,
    stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).

    Cristina Campo

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  4. LA VITA E’ PREGHIERA
    Pregare è parlare con Dio, è la sua umiltà in dialogo col mio nulla, se conoscesse il dono di Dio e quello che significhi l’incontro, sarei un fuoco nel fuoco, e non un “salmodiare sconsolato”, perchè come il mio essere mi è necessario più di ogni cosa, non solo più di ogni altra cosa Tu mi sei necesserario, ma mi sei, l’Unico necessario, Dio amante: “solo Amore che può comandare l’Amore, poichè solo l’Amore può essere comandato e la sua stessa, intera essenza, consiste nel comandare la reciprocità” (Marietti)
    Reciprocità è intimità e allora perchè ancora non sono in Te con tutte le mie facoltà spirituali: intelletto, memoria, volontà, e perchè le mie facoltà affettive: cuore, sensibilità, fantasia, sensi non sono assorbite in Te !
    A Te ogni cosa mi chiama, “la vita è preghiera”, ma ancora ignoro la sacralità della mia persona nella sua divina vocazione ad un ininterrotto scambio d’amore.
    Bellezza, che alfine nessun altra cosa mi alletti fuori di Te, Amore in Te confluisca e naufraghi, e sia Tu in me ed io in Te, spirito a spirito, perchè Tu, Pienezza, non mi escludi dalla tua pienezza.
    Nella mia oscurità a Te ogni cosa mi chiama e mi invita alla preghiera ma sei Tu, Amoroso Verbo Gesù, vertice di ogni lode: “tratto di unione tra la liturgia del cielo e quella della terra”, Rabboni, Maestro mio, insegnami a pregare, prega con me, “il tuo canto mi ammaestrerà”.

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