Lettera da Berlino

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di Stefanie Golisch

Le ville dell’alta borghesia del quartiere residenziale di Dahlem.
Come spiegare a un profugo ‒ in questo periodo ne arrivano all’incirca 3000 al mese ‒ che in ognuna di queste case enormi ci abitano forse due, tre persone?

La periferia a sud-ovest di Berlino è un bosco unico. Casa mia, un bilocale in una fila di case costruite tra gli alberi all’inizio degli anni trenta dall’architetto d’avanguardia Bruno Taut, si trova a cinque minuti dalla fermata della metropolitana Onkel Toms Hütte, ossia la Campana dello zio Tom. Questa denominazione immediatamente evocativa e certo lontana da essere politically correct, deriva da una osteria dell’omonimo nome che fu aperto all’inizio del secolo scorso nel verde recinto della città. Esiste tutt’ora un locale in zona che richiama l’atmosfera di allora. Non è per nulla chic. Si sta bene ai vecchi tavoli in un giardino un poco trascurato, con una tazza di caffè e una fetta di homemade Käsekuchen. Lontano dagli ambienti artificiosi che il turista solitamente cerca e trova nei due grandi centri della città.
Al tavolo accanto, un uomo e una donna, assai avanti negli anni, al loro primo incontro. Immagino che si siano conosciuti su un sito di quelli non a pagamento. Ma non diventeranno mai una coppia. E’ delusa lei, si vede.

A pochi passi da casa mia scopro un Stolperstein che non avevo mai notato prima: Klara Durau, geb. Katz, 1871. Gedemütigt, entrechtet, Flucht in den Tod 1938.
Con queste pietre d’inciampo si ricordano nelle città tedesche gli ebrei uccisi nella Shoah. Sono delle lastre d’ottone quadrate che vengono posate nella pavimentazione davanti alla loro ultima abitazione.
Questa è dedicata a una donna ebrea, forse sposata con un uomo tedesco (me lo fa pensare il cognome) che nel 1938, all’età di 67 anni, si era tolta la vita.

Dalla storia non si scappa in nessuna parte di questa città.
Oppure sono io che la vedo dappertutto.
Sempre a Dahlem è stato aperto recentemente il Dahlemer Kunsthaus, uno spazio museale dedicato all’arte dell’immediato dopoguerra, uno spazio impressionante, altissimo, restaurato perfettamente in uno stile sobrio. Negli anni ‘40 del secolo scorso era lo studio di Arno Breker, lo scultore preferito di Hitler, artista di stato e creatore di enormi figure umane che rappresentavano par excellence la visione dell’uomo nuovo secondo i canoni fascisti.
Sembrano piccolissime le sculture di Bernhard Heiliger, Hans Uhlmann, Karl Hartung und Jeanne Mammen: meditazioni sull’uomo dopo la sua caduta.
Naturalmente la storia ambigua del museo è documentata bene, non viene taciuto nulla. Questa massima correttezza, tipicamente tedesca, è giusta, ma al contempo mi infastidisce come un bambino fin troppo ubbidiente.

Dalla contraddittorietà comunque non si esce.

Il comportamento dei tedeschi negli spazi pubblici è conforme alle regole. In proporzione a questo adattamento sociale pressoché totale sembra crescere il numero di persone che visibilmente si sono congedate da ogni forma di conformismo: i matti di Berlino.
Provo simpatia nei loro confronti, ma anche un certo spavento davanti alla mia solidarietà incondizionata.
Una coppia, ogni anno un poco più matta, sono le uniche persone nella mia via che mi salutano con calore umano.

In un caffè, stile globale, nel quartiere universitario di Dahlem, faccio la conoscenza della cameriera Alessandra, vibrante di voglia di vivere. Viene dalla Toscana. E’ arrivata a Berlino un anno fa con 300 Euro e una vecchia macchina. Adesso ha un ragazzo tedesco, un lavoro e una casa a Steglitz. Non le piacciono i suoi clienti del tipo docente universitario con giovane compagna semestrale (talvolta, in questo locale ci si sente come in un romanzo di Philip Roth!). Li trova arroganti e maleducati. Non hanno pazienza e non si sanno godere la vita. Non le piace il pane integrale che deve vendere e nemmeno la torta con la marmellata di uva spina che piace tanto ai tedeschi e che lei trova repellente. Si sfoga con me come se non fossi io stessa tedesca. Senza falso riguardo. E’ la prima volta che mi succede. Grazie Alessandra!

La messa protestante nella Annenkirche, sempre a Dahlem. Durante la guerra, questa parrocchia è stata un centro della chiesa confessante, cioè della resistenza cristiana. Qui predicarono famosi teologi come Dietrich Bonhoeffer e Martin Niemöller. Sul vecchio cimitero intorno alla chiesa giacciono alcuni membri del gruppo intorno a Claus Graf von Stauffenberg, accanto ad accademici, nobili, professori universitari.
Eppure la messa, celebrata da una giovanissima sacerdotessa, mi lascia del tutto indifferente. Mi accorgo che la mia preoccupazione principale è quella di alzarmi quando si alzano gli altri, insomma, di non farmi notare per un comportamento non opportuno.

Una cosa che ogni volta che vengo a Berlino mi colpisce profondamente: i giovani mendicanti sparsi per la città.
Un ragazzo in particolare. L’ho visto sabato scorso intorno al Wittenbergplatz. Aveva forse 20 anni, magro, capelli lunghi chiari, un apparecchio. I nostri sguardi si sono incontrati per un attimo. Mi vergogno tutt’ora di quell’euro che gli ho dato.
E in un certo senso anche di questo suo ritratto sfocato, sfuggente.
Avrei dovuto almeno chiedergli il suo nome.

La cosa più bella: gli alberi nei boschi intorno alla Krumme Lanke. Il terreno sabbioso, morbido. Il vento leggero e la luce che traspare tra le foglie. Le persone solitarie che vivono questo spazio estivo come vogliono, da nuotatore, passeggiando. Silenziosamente. Uno si è costruito una tenda. Una donna lava i panni. Un altro galleggia con una barca oziosamente sul lago.
Io mi siedo su una panchina. Leggo un poco. Scrivo. Fumo una sigaretta.

Sul cimitero di Zehlendorf si trova la tomba di Mildred Harnack. Era la moglie di Arvid Harnack, uno dei capi della Rote Kapelle, un’importante gruppo di resistenza che operava durante la guerra nel cuore del ciclone, a Berlino. Mildred era americana, una filologa e traduttrice che era venuta in Germania per amore: amore per suo marito e per la lingua e letteratura tedesca. E’ l’unica cittadina americana che nel 1943 fu giustiziata a Plötzensee, la famigerata prigione degli oppositori politici. La loro tomba sembra abbandonata. Nessun fiore. Se non uno spontaneo, viola. Nessuna segnalazione. Nessun visitatore.

Qui la città della commemorazione e del ricordo ha dimenticato di ricordarsi.

Seguo le sue orme fino alla prigione femminile di Barnimstrasse che si trova nelle immediate vicinanze dell’Alexanderplatz.
Non ero sicura, ma, infatti, fu detenuta proprio qui prima di essere portata a Plötzensee.
L’edificio in cui si trovava la prigione non esiste più e quindi si è pensato a un percorso audio, un collage di testimonianze di donne di varie epoche, per rievocare le storie personali di una prostituta all’inizio del secolo scorso, una dottoressa in servizio durante il periodo del nazismo, due donne, madre e figlia, internate ai tempi della DDR per aver tentato la fuga all’ovest… Apprendo che anche Rosa Luxemburg è stata qui. Leggeva, studiava e dava da mangiare ai passeri. Rispetto alle sue compagne future, che avrebbero dovuto sopportare l’isolamento, il buio, la tortura, le sue condizioni erano ancora accettabili.
Di Mildred Harnack non si parla e nemmeno di Hilde Coppi, moglie di Hans Coppi – un altro capo di un gruppo di resistenza -, che nella prigione femminile di Barnimstrasse diede vita al suo unico figlio Hans prima di essere uccisa anche lei a Plötzensee.
A volte le voci si sovrappongono.
Le altre voci, bisogna immaginarle.
E’ una giornata di sole.
E’ tutto molto lontano.
E’ solo un tentativo.
Poi si riemerge nella vita della città.
Dal tram, sul Alexanderplatz, vedo dei ragazzi giovani mendicare. Uno ha davanti un cartellino con su scritto: For weed. E un altro: For beer.

Mi viene in mente una immagine.
Qualche anno fa, alla ricerca di una casa a Berlino, ne avevamo visitato alcune ancora affittate.
Nella prima stava una signora anziana. Un appartamento modesto dove la signora probabilmente aveva trascorso tutta la sua vita. Per paura di quei potenziali compratori ‒ noi ‒ all’ora dell’appuntamento, aveva fatto venire un suo vicino di casa, un uomo ancora più anziano di lei che camminava a fatica, appoggiandosi su un carrello. Ci aveva fatto vedere, mi ricordo, il suo piccolo spazio di vita ordinato e pulito. Al centro del letto matrimoniale, coperto da una trapunta lucida beige, una enorme bambola di celluloide in abiti domenicali.
Non ho mai dimenticato questo strano stilllife, la signora, il vicino di casa e la bambola. Il silenzio secolare del sabato pomeriggio che avevamo invaso senza pensarci.
Per la signora, noi eravamo ricchi.
Potevamo farle del male.

( Parte 1)

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