SUL TAMBURO n.4

Gualberto Alvino, L'apparato animaleGualberto Alvino, Scritti diversi e dispersiGualberto Alvino, L’apparato animale, introduzione di Giovanni Fontana, Torino, Robin, 2015; Gualberto Alvino, Scritti diversi e dispersi (2000-2014), prefazione di Mario Lunetta, Roma, Fermenti, 2015

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di Giuseppe Panella

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Scrive Giovanni Fontana nella sua lunga introduzione al libro di Gualberto Alvino (e il titolo del suo testo critico la dice lunga sul taglio dell’intervento dello scrittore di Frosinone):

«Il suo testo si torce in un’orgia di materia grondante di umori. Talvolta Gualberto Alvino svolta repentino. Fugge per la tangente. Poi torna grondante per apparire di fronte e di profilo a un tempo. Per scomporre l’immagine di sé in vortici. E analizzarne gli elementi. Radici. Ecco che propone allora accumulazioni drammatiche e fluttuazioni incongrue. Una Humanitas fatta di parti anatomiche. Per esempio. E’ un duro atlante di anatomia che si esplica nell’elenco spietato delle membra rivelandone la fragilità come su un tavolo di analisi. Tarsie di cose morte. […] E’ qui che Alvino (si) scrive il corpo in latino. L’elenco articolato nel linguaggio dotto degli antichi. Rotto in sequenza dalla scansione libresca e didattica che ricostruisce sulla pagina i segreti di quel corpo»(1).

A ciò che dichiara Fontana si può credere sulla parola, senza soffermarsi troppo sui testi, perché le poesie di Gualberto Alvino sono tutto fuorché banali ripetizioni di stilemi altrui (anche dei suoi maestri più amati e più cruentemente analizzati) o linguisticamente poco avvertite della crisi del linguaggio poetico in cui si inseriscono, ma denotano invece una ricerca puntuale e devastata di una lingua altra, selvaggia e colta insieme, potente e dolorosa nello stesso tempo, folle e sapiente in un solo getto. Il corpo viene de-scritto, aggirato, invaso, dislocato, ritrovato e attorto.
Le difficoltà di lettura che il libro potrebbe presentare a un pubblico (più) tradizionale sono evitate attraverso il ricorso a uno stile discorsivo che individua nell’assoluta fluidità del discorso le sue potenzialità di ritorno ad una sperimentazione sovrana che si serve dell’afflato della tradizione (da Guittone d’Arezzo a Dante) per sfondare la barriera di un oltre che vuole essere la riconquista di un corpo e di un’anima riconciliate e rimesse in gioco.
Per Alvino, la poesia è dunque – seguendo i guizzi ardimentosi di un Bataille preso sul serio ma non soltanto clonato come modello illustre o ricopiato come eroe del pensiero – esperienza sovrana dell’Io che ritrova sul corpo le stesse difficoltà che registra potentemente nella pagina scritta.

«se niente è escluso a priori dal poetico non vedo / perché poetare puoi far versi finanche / sul callo in fronte del guerriero masai / che ti serve la quattro stagioni nel palmo / della Venere ottentotta grattandosi / l’inguine io dico l’arte ha il dovere preciso / di costruire immagini sottrarre scavare / tane tale indecifrabilità ed esorbitanza / mai achevée solo interrompue / senza reciderne l’origine […] //nei punti demarcativi del sistema avviene sempre / comunque sia quel che importa è il ritorno / speculandone la tipologia le fattispecie / in tutta la varietà dei loro occorrimenti / Madame Edwarda straziata dalla valanga / trisma significa infatti che la mascella non può più / hortus exclusus / guai se se ne perde il vezzo / in re / passa una barca prendiamola»(2).

Costruire immagini, scavare tane nel linguaggio, trovare una barca adatta ad attraversare il mare magnum della realtà semantica e dei segni che denotano una vita di cui tutto può essere detto ma in cui quasi nulla può essere fatto: le gambe abilmente divaricate di Madame Edwarda sanciscono il confine tra il sogno metafisico della compiuta comprensione di tutto e la ricompensa corporea dell’imperfetto e del non-detto. Al posto della completezza (e compostezza) linguistica della tradizione lirica, Alvino sceglie il fluire assoluto e delirante delle Narranze in una lingua che se nel lunghissimo poemetto che porta questo titolo, è ancora un italiano contemporaneo e riconducibile a segmenti di senso, nelle sezioni successive si frantuma in un linguaggio mescidato e ibridizzante fino a esplodere nel parlato, complesso doloroso e ai limiti della comprensibilità di un testo come Dommitiana road in cui viene rievocato il massacro della sartoria Obi Obi Exotic Fashions di Castel Volturno (data: 18 settembre 2008). In esso il linguaggio delle vittime di questo massacro insensato e raccapricciante, frutto della volontà di estendere il proprio dominio da parte della camorra della periferia di Napoli, diventa ipso facto il linguaggio stesso della poesia e della morte:

«we are not dogs no house no nenti here / vivi mali cca no so no capisi talian beni / fa barbere macela agneli big trouble ici / problema lavori tanta problems / racoli arangi venti iuro / maximum twentyfive iurnata pochisima / no poso parli entre nous sinò cacci / sometimes we sing chianechiane / tiuto uguali bianca neri tiuto uquale / solo uno dio no bianca nero uno dio / we have mancato tutticosi qua no leto matiraza / no agua no banio where I dorm you see/ no sta tanti beni uno letto five amigos no poso giri / durmimm abbrazzate each other here / duizento e cchiù uno bagno duiciento cristiane / ghana better ca ici»(3).

Nelle parole smozzicate stente rotte impregnate di dolore costruite traendole da tutte le lingue del colonialismo di ieri e di oggi, il ritmo angosciato della vita si ritrova miscelato con il sapore della disperazione e con l’ambizione della speranza. In esse trapela a sprazzi (affondato com’è nella melma linguistica e nel “sudore di sangue” di una vita aspra agra e impossibile) la verità profonda dell’esistenza e il sapore agrodolce della poesia.
Il poeta non si concede al risuonare dei tromboni troppo sonori del politically correct ma riduce al minimo il rumore per ascoltare le parole in-finite e ridotte al lessico scabro e impazzito di chi ricorre alla poesia perché non ha più alcun’ altra possibilità di vivere.
Allo stesso modo, Gualberto Alvino procede nei confronti degli autori che ama e che ha studiato fin da molto prima della data di inizio delle riflessioni critiche raccolte nel suo volume di disjecta.
Si passa dall’amato Sandro Sinigaglia (cui aveva dedicato un volume – Peccati di lingua. Scritti su Sandro Sinigaglia, Roma, Fermenti, 2009) all’altrettanto amato Pizzuto, da Sanguineti a D’Arrigo (tutti già ampiamente scansionati in altre raccolte ed edizioni) e si conclude con tanti piccoli assaggi di vis polemica che vanno a colpire nel vivo tanta parte della critica letteraria italiana contemporanea e le loro prospettive non sempre entusiasmanti.
Come scrive Mario Lunetta nella sua Prefazione al volume:

«Alvino è esattamente l’opposto del critico impressionista e notarile, e in questo senso il suo libro – in esatta concordanza con l’asserzione continiana («la mira finale d’un qualsiasi discorso su un qualsiasi autore va all’integrità di questo autore; investito da un riflettore unico, piazzato in un sol punto, con le sue enfatiche sproporzioni di luci e di ombre, è però tutto l’autore a essere colpito») – non è una raccolta-florilegio di saggi, articoli, relazioni conferenziali, polemiche, ma un corpus compatto e solidale, in cui si afferma ancora una volta, sul filo di una scrittura meditata e piena di estri, la ragione di un metodo»(4).

I saggi qui raccolti, infatti, sono soprattutto esemplificazioni coerenti e coraggiose di un metodo di lavoro che lo contraddistingue da sempre. Alvino sceglie la strada della schedatura lessicale e l’esplorazione linguistica e affonda sempre con acume nel terreno della lingua scritturale, cercando incroci, analizzando ramificazioni, ritrovando gli innesti. L’ultimo suo pensiero è il giudizio di valore e solo nell’esposizione dettagliata del movimento verbale e della tessitura linguistica può concedersi una riflessione sull’intenzionalità di essa.
A differenza dei “critici a testine rotanti” coi quali polemizza giustamente nell’ultimo saggio della raccolta, la sua scelta è quella di leggere e ponderare, scavare e confrontare, concedendo poi all’autore analizzato l’ultima parola testuale.


NOTE

1 G. FONTANA, “Distassie folgoranti e tarsie. Poesie de desegnio et meglio finite”, introduzione a G. ALVINO, L’apparato animale, Torino, Robin, 2015, p. 7.

2 G. ALVINO, L’apparato animale cit., p. 38-39.

3 G. ALVINO, L’apparato animale cit. pp. 120-121. Sull’episodio di Castel Volturno visto con gli occhi e le parole di chi l’hanno subito e ne sono state le vittime atterrite (ma anche successivamente molto coraggiose), è da vedere il bel film di Guido Lombardi, La bas – Educazione criminale del 2011.

4 G. ALVINO, Scritti diversi e dispersi (2000-2014), prefazione di M. Lunetta, Roma, Fermenti, 2015, p. 5.

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