Le voci del Pretorio. La seconda risposta del romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano

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Seconda risposta

Mio Caro Daniele,

Ancora una volta trovo difficoltà a scriverti. Del resto, perché dovrei farlo? Tu sei fuggito via, sei ormai a Potenza, io sono rimasto qui e ho dovuto ricostruirmi una tana solitaria dove dormire? Rifugiarmi? Semplicemente attendere? E che cosa poi? Mi scrivi che Rosaria ti ha sconvolto la vita. Immagino che anche tu, in qualche modo, abbia dovuto innalzare mura dove custodire le assenze, credo. Quella di Rosaria, innanzitutto, ma anche la mia, e quindi la tua innocenza che portavi a spasso con me, la sera, per la via del paese, in un rigurgito di tardiva adolescenza che accettavamo, cercavamo, anzi. Rosaria…

Rosaria ed Elena. E’ chiaro che il filo che le lega non è soltanto il fatto che alle due estremità lo teniamo, o lo tenevamo, tu e io. Strano, non ricordo neppure se sia stata prima Rosaria o Elena. Apparvero praticamente insieme, e potrebbe essere stato un caso, certo, ma mi piace credere, invece, che dovevano comparire in quel momento, e dovevano farlo insieme. Perché insieme, tu e io, sentivamo l’ansia dell’incontro, e potremmo chiamarle anche avventure, ma ciò che cercavamo era un fremito, una scossa. Magari anche un muro contro cui sbattere. Non credo che, la prima volta che guardai Elena con gli occhi di chi si sofferma e pretende risposta, abbia pensato che potesse essere lei la donna della mia vita. Soprattutto perché ho sempre organizzato la mia vita in funzione di tante presenze ma escludendo la possibilità di un’assenza capace un giorno di diventare insostenibile. Conoscevo Elena, parlavo con Elena, mi piaceva Elena, ma non avevo mai pensato a un’avventura con Elena. E non perché non la considerassi donna da avventure: conosci troppo bene la mia politicamente scorretta opinione sulle nostre avversarie e sai bene che ritengo qualsiasi anima femminile, per quanto serena e pacifica, predisposta per natura a farsi increspare, a rabbrividire al vento, per quanto lieve, dell’avventura. Ti ho esposto, spesso, nelle nostre chiacchierate serali, vissute alla Brancati più che alla Fellini, la mia teoria sulla donna che si realizza soltanto quando non soffoca la sua natura di femmina. Ma il fatto è che prima non avevo mai voluto guardare Elena con lo sguardo del maschio. Adesso so per timore di ciò che sarebbe accaduto. Allora, invece, avevo a lungo convissuto con la sua presenza riuscendo a non vedere la sua anima di femmina.
Poi un giorno… Ma quale? E perché quello e non un altro? E chi ha cominciato: fui io a pensare che fosse una femmina o fu lei a decidere che fosse giunto il momento che io lo pensassi? Ricordo che il giorno in cui te ne parlai per la prima volta, non ti stupisti. Allora, non ci badai molto, ma ora mi accorgo che infondo ti aspettavi l’inizio di un’avventura tra Elena e me, e che ti immaginavi la sua trasformazione in “storia”.
Rileggo un attimo ciò che ti ho scritto e mi accorgo che, invece di darti risposte su Rosaria, non ho trovato spazio se non per Elena. E penso che sia curioso, per non dire straordinario, questo incrocio di apparizioni e di assenze. Perché se tu ti sei lasciato dietro Rosaria, anzi sei fuggito lontano da questa città sperando, anche se non volendo, di riuscire a seppellirla sotto cumuli di chilometri e di abbandoni, anch’io mi trovo improvvisamente vuoto di Elena.
E’ questo vuoto che mia ha impedito finora di scriverti. E che adesso me lo impone. Costringendomi a scuotermi dal torpore che in queste ultime settimane è stato il mio riposo. O il mio oblio, se vuoi. Non credo faccia tanta differenza. Come, credo, non la faccia il fatto che io sia ancora qui e tu sia saltato su quel treno. Leggendo il racconto del tuo incontro con quella coppia di giovani, mi ha fatto pensare che, forse, sfiorarsi appena sia il miglior modo per conoscersi. Di possedersi, perfino. Non so che cosa ti rimanga di Rosaria. Ma sento, anzi lo sentono le mie mani vuote che si chiudono afferrando appena l’aria; lo sentono i miei occhi che preferiscono fissare un muro, un libro senza storia piuttosto che guardare volti, sorrisi o parole; me lo fa sentire quest’assenza intollerabilmente presente: di Elena mi resta soltanto ciò vorrei gettare via una volta per tutte. E che non riesco a strapparmi di dosso. Così da casa al giornale, dal giornale alla strada, dalla strada al silenzio, ho aspettato che un giorno scivolasse al più presto nell’apparire del successivo, e che questo non durasse tanto a lungo da riempire il mio vuoto.
Ma basta. Torniamo a te, mio caro Giovanni. O se vuoi a Rosaria. Mi è capitato di incontrarla, ci siamo anche parlati. Non potrei dire con assoluta certezza che i nostri sguardi si siano mai incrociati. Ma dopo essere passato oltre, sempre mi è sembrato di portarmi dietro l’interrogativo, la domanda dei suoi occhi… neri, mi sembra. O forse li confondo con quelli di Elena? Poi, ieri sera ho trovato una busta senza francobollo e senza indirizzo nella mi cassetta delle lettere. Già prima di aprirla ero sicuro che fosse Rosaria. C’era un biglietto: “Ti prego, se davvero tieni a Daniele, dagli al più presto queste carte.” Così, te li invio, ringraziando Emilia di avermi costretto, finalmente, a scriverti.

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