Lettera da Berlino

spatzen von berlin

di Stefanie Golisch

Nel prezzo del biglietto giornaliero dei mezzi pubblici è incluso un giro sul traghetto: da Wannsee, il più grande lago di Berlino fino a Kladow, una piccola località dall’altra parte dell’ampia baia, venti minuti, una crociera in nuce. Faccio una passeggiata lungo il Mauerweg, il sentiero del muro, una pista ciclabile che ripercorre i circa 150 km di muro tra le due parti della città e intorno ad essa. Mi fermo in un vecchio locale con giardino, un poco nascosto, romantico si direbbe. Ordino un cappuccino che non arriva mai e mentre attendo, non proprio pazientemente, ascolto la conversazione del tavolo vicino, un gruppo di film-makers.

Un incontro da film ossia una specie di gara non dichiarata: sono, ovviamente, tutti bravissimi! Location e sceneggiatura perfetta, altrettanto la recita. Infatti, si tratta di veri professionisti del mestiere. Le donne, energiche e decise; l’unico uomo del gruppo, più soft. Una donna però stona: è grassa, vestita male, mangia troppo e parla soltanto quando si tratta di ordinare sempre nuove pietanze (qui c’è qualche istituzione che paga!), mettendo, per via del suo essere goffo, in una luce favorevole la contenuta disinvoltura degli altri.
Senza aver consumato nulla, alla fine mi alzo e me ne vado. Torno nei pressi dell’imbarcazione, dove mi siedo in un tutt’altro tipo di locale: un self-service di poche pretese dove mangio, il massimo della non-eleganza, una porzione di patatine fritte con la maionese. Me ne frego e mi godo questo Kinderessen come una bambina. Ascolto anche qui l’animata conversazione del tavolo vicino. Tre robuste signore, assai avanti negli anni, stanno discutendo ‒ e risolvendo ‒ una volta per tutte il problema dell’immigrazione in Europa. Keine Wirtschaftsflüchtlinge nach Deutschland! Con questo termine, un compatto sostantivo composto, s’indicano in tedesco, in senso peggiorativo, quel gruppo di profughi che non arriva per nobili motivi politici, ma solo per ragioni economiche. Il giudizio delle signore è chiaro: Non li vogliamo qui.
Quando riporto il piatto al banco, il giovane cameriere mi ringrazia, dicendo che non gli succede quasi mai. Come molte persone del suo mestiere, ha una immagine dell’umanità non proprio ottimista.

Ovunque in città noto dei grandi manifesti per l’unico concerto di come-back di Al Bano e Romina Power, ancora ‒ o di nuovo! ‒ popolarissimi in Germania, tanto è vero che si esibiranno il 21 agosto all’immortale insegna di felicita (senza accento sulla a!) sulla Waldbühne, uno dei palchi di musica leggera più prominenti della città!

Come si pronuncia la parola capitalismo?
Una risposta semplice e inequivocabile a questa domanda la fornisce la filiale di Primark (per chi non lo sappia: una grande catena inglese di vestiti super-economici) all’Alexanderplatz.
L’enorme negozio è un campo di battaglia in più sensi: uomo contro merce.
Uomo del primo mondo contro l’uomo del terzo, quarto e quinto mondo.
L’uomo che ha (il potere d’acquisto) contro l’uomo che non c’è l’ha e mai l’avrà.
Chi gira in questo negozio, tirandosi dietro enormi carrelli pieni di vestiti-stracci, non si pone certamente queste domande.
Fa da cacciatore.
Senza pietà alcuna per le vittime ‒ che sono, ovviamente, le lavoratrici tessili nei paesi asiatici, cerca di appropriarsi di più merce possibile a meno costo.
Sembra un vortice.
Donne enormi in magliette troppo colorate, troppo strette, bambini obesi, mariti irritati (all’antica!) o (all’avanguardia!) anche loro presi da questo gioco serissimo, una specie di cannibalismo contemporaneo: tutto possibile, tutto acquistabile, per un euro, due o tre…si prova, quel che non piace si butta da qualche parte e si parte di nuovo, insaziabilmente.
L’atteggiamento dei giovanissimi commessi, rigorosamente vestiti di nero, mi sembra non dissimile dagli operai/schiavi nelle grandi industrie dell’Ottocento. Sembrano spenti, delle specie di robot sotto la luce neon impietosa che illumina questo triste carnevale che davvero meriterebbe un pittore del calibro di Hieronymus Bosch.

Anche questo luogo dello shopping totale è uno dei luoghi di tenebra della terra per dirlo con le parole di Joseph Conrad.

A Hohenschönhausen, in uno dei tipici quartieri all’est di Berlino, si trova la famigerata prigione della Stasi dove, ai tempi della DDR, furono internati gli oppositori politici. Qui l’oscurità del luogo è palese, anche se negli ultimi anni ci si è impegnato a trasformarlo in una specie di museo o centro di documentazione con book shop e caffetteria. La visita avviene esclusivamente con delle guide che, per lo più, sono ex-detenuti.
La nostra guida è un uomo sulla cinquantina. Tesissimo. Eloquente e forzatamente spiritoso. Le sue battute però sono amare e il suo atteggiamento è talmente esagerato che dietro la facciata dell’uomo sovrano s’intravede una persona timida e ferita che cerca disperatamente di elaborare la propria storia, cercando di uscire con tutti i mezzi e a tutti i costi dalla condizione della vittima. Dopo due ore senza sosta sono sfinita. E’ riuscito a trasmettere la sua irrequietudine anche ai suoi ascoltatori. Infatti, nessuno osa porre una sola domanda.
Sarà una specie di autoterapia, ma dubito che, nel suo caso, sia quella adatta.
E’ giusto ricordare il passato, integrarlo, al livello individuale e collettivo, nella propria biografia.
Ma il passato non è il presente.
Bisogna distinguere.
Prendere le distanze giuste.
Nel book shop incontriamo ‒ sono qui con mia figlia che sta preparando la sua tesi di laurea su Hohenschönhausen ‒ un altro testimone che sta mettendo il suo ultimo libro autobiografico in un posto strategicamente favorevole, vicino alle casse. Quest’ uomo, ben più anziano del primo, ha un’aura totalmente diversa: La sua voglia di vivere gli sta scritto sulla faccia. Questo è il suo terzo libro da autore ed editore, i libri si vendono bene, infatti, lui è molto contento. Purtroppo non ha tempo per un’intervista (la tesi di mia figlia!) perché è in partenza per la California!
Da giovane è stato detenuto a Hohenschönhausen perché ha tentato la fuga all’ovest.
Ora sta andando a Sausolito.
Ieri è ieri e oggi è oggi.
Lo vedo bene, quest’ uomo basso e un poco tozzo, in costume da bagno sulle spiagge dell’oceano pacifico, gustandosi un tequila sunrise ‒ e tutto ciò che la vita mette a disposizione per essere goduta.

Il Mauerpark intorno alla Bernauer Str..
Un ampio prato che ogni domenica si trasforma in un grande palcoscenico dove protagonisti e spettatori si confondono.
Bancarelle di bigiotteria, vestiti e borse fatti in casa, quadretti dipinti a mano.
Locali improvvisati con pietanze di tutti i tipi.
Giovani musicisti da tutte le parti del mondo.
L’atmosfera è pacifica. Non c’è alcun messaggio politico se non quello che ognuno faccia quello che vuole senza dare fastidio all’altro.
Sembra che, almeno per la durata di un pomeriggio, questa ricetta funzioni benissimo.
In mezzo alla gente, gli instancabili raccoglitori di bottiglie vuote.
Sono organizzati. Alcuni con dei carrelli della spesa, presi in prestito da qualche supermercato, altri con quei robusti borsoni di plastica a quadretti, chiuse con una cerniera, diffuse in tutta l’est Europa da Berlino in poi.
Per loro è una giornata lavorativa. Riposeranno forse, ognuno a modo suo, domani.

Non si può però scrivere di Berlino senza parlare dei suoi passeri.
Sono bellissimi, ben nutriti, e onnipresenti nel cielo mutevole sopra Berlino, sempre a caccia di briciole. Una volta la gente se li mangiava. infatti, la Spatzensuppe, la zuppa di passeri, era considerata una vera e propria specialità.

Parte 2

3 pensieri su “Lettera da Berlino

  1. Molto coinvolgenti queste immagini/ impressioni di Berlino! Rimandano perfettamente la caratteristica saliente della città, che è la coesistenza di un passato non troppo lontano con un futuro vicino, il tutto immerso in un presente composito e bizzarro.

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