Lettera da Berlino

stofftasche

di Stefanie Golisch

Who killed Bambi?
Pornografie or romance?

Sono degli slogan, scritti su delle borse di stoffa colorate che ondeggiano ai colli della gente in metropolitana. Mi propongo una maggiore attenzione a questo particolare. La città, descritta dal punto di vista di questi messaggi-punti interrogativi.

Al mercato dei turchi vicino al Kottbusser Tor, nessuna sorpresa. Su questo palcoscenico di bizzarrie ricercate con la massima cura, la cosa più stravagante sembrano proprio le coppiette di turisti avanti negli anni che si sono immersi in questo folklore urbano probabilmente per una segnalazione in qualche guida. Tra le bancarelle di merci di tutti i tipi, oggi si esibiscono tre ragazzi australiani con chitarra, ukulele e banjo, un anziano ragazzo, stile Bob Dylan da giovane, e una ragazza dei cappelli rossi cortissimi con il violino. L’ammiro per il suo coraggio di mostrarsi sicura con uno strumento così poco trascinante davanti a un pubblico casuale di giovani e vecchi alternativi, spagnoli drogati, turisti americani e voluminose massaie turche. Mi viene in mente un saggio di Marcel Mauss, forse Il dono, dove descrive il mercato come luogo in cui, tramite lo scambio di merci, nasce il dialogo tra uomini e popoli.
Il mercato, insomma, come culla di ogni forma di cultura.
Penso al banco di marmo del pescivendolo a Ostia Antica che ogni volta mi commuove, bianchissimo, pronto per essere allestito in ogni istante di tutte le meraviglie del generoso mare mediterraneo.

Passa una famiglia turca, la madre su sedia a rotelle, due bambine sedute sulle ginocchia, spinta in mezzo alla folla, pazientemente, dal padre-marito.
Passano due uomini con un bambino neonato dentro il passeggino.
Una giovane donna vestita nel casto stile degli Amish con tre bambine, vestite allo stesso modo: gonna lunga e fazzoletto in testa.
Due uomini grigi con due borse grigie.
Molte ragazze giovani con il velo, truccate per sedurre.

Mondi che non comunicano ma che vivono uno accanto all’altro, lasciandosi semplicemente in pace.

Qualche volta si toccano.
Nella piccola piazzetta dove le due corsie del mercato si congiungono, attende il Leibkneter, un massaggiatore, che offre i suoi servizi in loco.
Non si direbbe, ma, nonostante il luogo, in mezzo alla piazzetta affollata, sembra assai richiesto.
Vedo sempre nuovi clienti, soprattutto donne, sedersi su una sedia speciale, in una posizione non certo favorevole alla propria immagine.

Nel Krumme Lanke, il lago curvo vicino a casa mia, c’è sempre chi fa il bagno, qualsiasi tempo faccia. Mentre io passeggio, magari avvolta in più strati di lana, loro nuotano, nudi e felici.
Ma io preferisco osservarlo dalle sue rive sabbiose morbide, ad ogni tempo e in ogni fascia del giorno. Come il protagonista del racconto geniale Nuvola lago castello di Nabokov, provo, davanti alla sua bellezza per nulla spettacolare, una pace che trovo solo in pochi luoghi. Il Krumme Lanke, lago minore di Berlino, non si impone, non chiede a gran voce di essere ammirato, anzi, non ha proprio bisogno di applausi.
Dorme nella sua cava di verde intoccato.

Non riesco, o forse non voglio, dire altro.
Dal punto di vista letterario la natura non mi ha mai ispirato.
Che bisogno c’è di descriverla, di dipingerla?
Il suoi colori, odori e suoni, in ogni caso, non sono superabili, il suo silenzio, in ogni caso, sempre superiore a qualsiasi forma di espressione artistica.
Nei suoi confronti, l’artefatto è in perdita.
A priori.

Ciò che invece vuole essere descritto raccontato, poetato, sempre e in tutti modi possibili, dal grande romanzo russo alla telenovela, è l’uomo: il suo chiacchiericcio ininterrotto, le sue smorfie, le sue gaffe e i suoi pochi attimi di volo libero.
In qualche modo, la scrittura deve giustificare la sua presenza ingombrante e le sue inevitabili ambiguità. Lo deve abbellire un poco, ed eventualmente assolvere dal peccato mortale di aver sprecato invano il suo breve soggiorno terreno.

Born british but raised on the streets of New York.
Un’altra borsa.
Jesus Christus hilft.
E un’altra ancora

Intorno al Wittenbergplatz si scatena lo shopping del sabato.
Mi immischio per un pezzo di strada fino al Kurfürstendamm.
Bevo un caffè in uno degli innumerevoli locali veloci e ascolto un dialogo-pezzo di vita: Una giovani coppia, lei poco appariscente, lui, abbronzatissimo, vestito estivamente, tutto di bianco.
Lei è arrabbiata di qualcosa, continua a lamentarsi, finché lui non la tranquillizzi in dialetto berlinese con il seguente ragionamento: Non è niente, tutto avrebbe potuto andare ancora molto peggio, se, mettiamo, fossero morti questa mattina in un incidente d’auto. Pensa, dice, senza ironia, non avremo potuto fare il nostro shopping! Davanti a questo argomento assolutamente incontestabile, lei si calma subito, pronta alla battaglia dei saldi.

Un uomo abbastanza giovane, ben vestito, fa la coda in un negozio solo per consegnare una bottiglietta d’acqua vuota e incassa 25 centesimi.
Ma buttala da qualche parte per la piccola gioia dei raccoglitori delle bottiglie vuote!

Vado per nere distese danzando.
Ci sono degli artisti che mi ispirano subito versi.
La mostra dedicata a Hans/Jean Arp si svolge nel Kolbe Museum, un piccolo museo chicca ‒ lo studio dello scultore berlinese ‒ immerso in un bellissimo giardino di alberi secolari e grandi nudi, uomini e donne, un omaggio alla bellezza naturale dell’uomo.
L’arte di Arp, così informa la mostra, parte dall’ombelico, quel misterioso nodo dove confluiscono unità e separazione dell’uomo dalla sua origine.
E’ una buona chiave di lettura.
Mi piacciono le sue sculture antropomorfiche, multiformi, che richiamano le forme della natura senza corrispondenze precise.

non vogliamo imitare la natura. Non la vogliamo raffigurare, vogliamo creare come la pianta crea il suo frutto, mai rappresentare. (dice Arp)

Perché non si impongono, non cercano di trasmettere alcuna verità assoluta, mi fanno sentire leggera.
Solare.
Estiva.

laddove appare l’arte concreta se ne va la vecchia melanconia con le sue grigie valige piene di neri sospiri. (ancora Arp)

Ha ragione.
Almeno a giudicare da questo pomeriggio che ho trascorso oziosamente nel caffè del museo tra uomini e sculture. Una – scultura ‒ mi piace in particolare: una donna senza età precisa, seduta, la testa inclinata. Silenziosa. Sembra che posi completamente in se stessa. Che basti a se stessa. Non ha bisogno di nulla e di nessuno con il suo piccolo cuore di pietra.
E’ libera.

Lo voglio anche io un cuore di pietra.
No, non lo voglio.

Un’altra donna, reale. E’ anziana. Porta un cappello di paglia e due orecchini enormi. Le sue labbra sono rossissime. Una messa in scena. E’ lei che ha deciso quale immagine fare vedere al mondo. E così ha perso quella naturalezza che possiede la sua sorella di pietra, la cui grazia è dovuta proprio all’inconsapevolezza del proprio essere.

L’insuperabile grazia delle cose inanimate, frutto, appunto della non consapevolezza, questo paradosso, l’ha analizzato Heinrich von Kleist nel suo saggio Sul teatro delle marionette.
Kleist, ucciso dalla propria mano sulle sponde del Wannsee. Ma la sua storia l’ho già raccontato nel mio libro su Berlino. Non voglio ripetermi.

Due modi di celebrare la messa della domenica.
Gli evangelici di Dahlem: contenuti, retti davanti al loro dio severo, giudicativo e punitivo (in verità più simile al dio dell’antico che non del nuovo testamento) e i membri allegri e rilassati di una parrocchia afro-americana, trovata per caso. Una messa gospel con un pastore in maglietta bianca aderente e una cantante-direttrice del coro con una gran bella voce profonda.
Ingenuamente detto, è come essere in un film americano.
Qui si celebra la gioia di vivere, sembra tutta gratitudine. Le parole del pastore sono semplici, ma convincenti: è il suo linguaggio corporeo, l’intensità della sulla presenza fisica, che gli dà credibilità.
Qui tutti sono welcome.
E, almeno per la durata della funzione ‒ ben due ore! ‒ sembra che sia davvero così.

Ma forse funziona come il Natale in famiglia. Potrebbe anche andare bene l’idea di trascorrere una giornata all’anno insieme, all’insegna della pace e dell’armonia. Basta che non sia la propria, ma qualsiasi altra.
Sono convinta che in occasione di quel primo e unico incontro, tutti i partecipanti si troverebbero almeno sopportabili, se non perfino simpatici!

Parte 3

2 pensieri su “Lettera da Berlino

  1. L’eleganza della scrittura di Stefanie Golisch è data dalla spartana esattezza della sua manifestazione, sembra, infatti, non una rappresentazione quanto una manifestazione, un accadimento. Complimenti circostanziati.

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  2. la capacità di osservare il pulsare della vita berlinese, di ricavarne pensiero ed essenzialità espressiva, mi riportano, con gaudio di lettore, al suo precedente grande libro su Berlino, per mezzo del quale Stefanie si è sottoposta al cilicio mnemonico che ha fondato la nuova Germania.

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