Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano. La quinta lettera.

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Quinta lettera

Caro Giovanni,
Fa attenzione, te lo ripeto. Evitala, tutto è diventato pericoloso. Lo so… Non giudicarmi anche tu.
“Ti amo Daniele. Perché sei scappato?! Credi che abbia perso la ragione? Che non mi renda conto della situazione nella quale ci siamo gettati. Tu ed io. Lo abbiamo voluto. Lo sapevamo. Sei un vigliacco Daniele!” Così mi ha scritto. Ma , in realtà, ha voluto ristabilire un contatto. “Rivediamoci. Ti prego.”

Cosa devo fare? Giovanni aiutami.
Una volta Rosaria mi ha spedito una lettera in Procura, senza riservatezza, senza prendere alcuna precauzione di segretezza. Me lo ha detto lei, perché io non l’ ho mai ricevuta. Ti rendi conto? Il pensiero che sia stato io buttarmi in questa storia; che abbia prodotto tutta questa follia, che sia stato proprio io a inseguirla con una pazzia ancora più cieca e ossessiva mi buca lo stomaco.
Una volta l’ ho fatta venire in Procura per il fascicolo Anselmo senza che ci fosse un briciolo di motivazione. Unicamente per vederla, per stare con lei senza alcuna possibilità di sospetto. Allontanai persino il mio collaboratore, il maresciallo Campieri: avrei verbalizzato da solo l’audizione. E quante volte l’ ho chiamata al telefono. Dio mio, le intercettazioni. Lei all’inizio mi ha sempre evitato, non mi ha mai concesso alcuna sponda, fosse pure la più piccola ed effimera. Ho perso la testa. Al mattino la chiamavo sul telefonino e poi non rispondevo. Di ritorno dall’ufficio, letteralmente guidato da chissà quale demone, mi trovavo a passare sotto casa sua. Ho perso la testa, Giovanni. La incontravo casualmente, lei mi guardava ed in me saliva l’ossessione: deve amarmi. Ed ho avuto ragione. Solo che questo amore corrisposto ha segnato la fine, non l’inizio, di questa storia.
La invitai a prendere un caffè al Bar del Palazzo di Giustizia. Lei accettò arrossendo. Camminavamo lentamente e in silenzio, lei cercando di anticiparmi mi sfuggiva. “Emilia. Fermati.”, la chiamai per nome e le detti del tu, per la prima volta. Lei girò solo il capo, mi guardò con dolcezza e mi sussurrò: “Cerchiamo di non farci notare.” Mi parlò da amante. Per la prima volta. Quella complicità poteva suscitarla solo un caldo e nascente innamoramento. Ne fui felice, ingenuamente. Sono un magistrato. Ero un magistrato. Ci trovavamo nel Palazzo di Giustizia, perché tramutai in timida intimità ciò che allora forse era ancora e unicamente una discrezione rispettosa? Il giorno dell’ingiustificata convocazione in Procura, subito dopo averla ascoltata, la invitai a pranzo. Lei non disse niente.
“Allora andiamo?”, ribadì l’invito e mi alzai dalla scrivania.
Lei non rispose ma mi seguì. Erano passate le due del pomeriggio e il vestibolo del Palazzo era ormai vuoto. Mi fermai un istante per decidere dove andare.
“Hai qualche idea?”, le chiesi.
“Andiamo dove vuoi tu”, mi rispose con una certa affettazione.
Quell’indecisione mi fu fatale. Entrava in quel momento un gruppo di avvocati con le loro collaboratrici e veniva verso di noi che eravamo fermi nel centro del grande ingresso di marmo.
“Devo andare. Arrivederci.”
Mi piantò così, incomprensibilmente o al contrario con lucida saggezza.
Ero fuori di me. “Questa donna mi sta facendo impazzire”, continuavo a ripetermi. Me lo dicevo a voce alta, Giovanni, e questo, credo, ti dia il senso di tutto. Appena giunto a casa la chiamai al telefonino. Esitai. Dall’altra parte, “Ciao Daniele. Te la sei presa per prima?”
Non le chiesi spiegazioni e lei non me le dette.
In quei giorni – ed erano momenti duri, sai benissimo la delicatezza del caso Anselmo – pensavo solo alla sua voce. Cercavo di fissarmela e così rimuginavo in continuazione le sue audizioni. La ascoltavo con grande attenzione e a fatica cercavo di non guardarle le labbra puntando i suoi occhi. Pesavo ogni sua parola: non per individuare elementi utili alle indagini, bensì per cogliere conferme dei suoi sentimenti.
Un magistrato, Giovanni. Ti rendi conto? Io sono un giudice.
Sono dovuto fuggire, forse lo capirai. Non si può morire da eroi nella propria terra.
E’ strano. Se penso adesso alla partenza, seduto nel mio ufficio di Potenza, cogliendo nell’aria l’eco di accenti familiari e di lingue barbare, che lenta si spande nei corridoi e nelle stanze e poi si ferma facendosi sottofondo, faccio fatica ad immaginarmi Emilia. A volte, Stefano, mi sei tu più presente di Emilia.
In fondo, però, si fugge da un luogo, non dalle persone.
Quando sono arrivato nel mio nuovo ufficio ho avuto la sensazione che non mi attendesse nessuno, che fossi persino di troppo. La scorta, però, me l’hanno assegnata subito: trasferito per motivi di sicurezza. A parte questo privilegio obbligato – una sottomissione per la verità – mi aspettavano unicamente due stanze vuote: una era, per dignità e ubicazione, destinata senza dubbio ad un magistrato o a un dirigente; l’altra non era da meno, solo che era, di fatto, l’anticamera del Procuratore, come stava a ricordare una incombente porta di comunicazione. Mi hanno assegnato questa. Non ti nascondo, Stefano, che ne ho provato un certo imbarazzo.
Nessuno mi ha mai spiegato perché non mi assegnarono l’altra stanza, che è rimasta sempre vuota. Ancora oggi, con un’ovvietà sacrale, non è stata occupata da nessuno. Né mi sono azzardato a rompere questo silenzioso ordine, e non perché lo sento intoccabile, bensì per una ragione che per me è altrettanto ovvia e altrettanto sacra: potevo io, che mi sono formato nella venerazione della sostanza delle cose, che ho combattuto la Mafia perché, come mi hanno sempre insegnato in questo mestiere, ciascuno di noi ha una missione da compiere su questa terra, aprire bocca per una stanza? Quale umiliazione. Quale sconfitta. Io le mie indagini le avrei condotte anche in un cesso.
Giovanni, mi rendo conto che per superare la difficoltà di scriverti ho finito per dirti tutto, anche i miei più inconfessabili pensieri. Di fronte al tuo nome scritto su una carta da lettere sto scompaginando la mia vita. Spero che la tua amicizia ti renda indulgente. Non mi abbandonare.
“Rivediamoci. Io sarò a Roma il giorno di San Vito.”
Così lei ha concluso la sua lettera. Ed io non so cosa fare.

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