Lettera da Berlino

immagine parte 4 humbold

di Stefanie Golisch

Hakuna Matata.
Altra borsa.

Il mio vicino di casa berlinese si chiama Herr Meister. Ha 76 anni ed è scapolo. Non si alza mai prima di mezzogiorno ed in estate può capitare che questo omone, grande e grosso, si presenti alla porta d’ingresso con addosso solo un paio di mutande. Nei molti anni che ha trascorso nella sua tana solitaria è riuscito a trasformarla in una vera e propria discarica. Herr Meister soffre di sue sindromi personali: 1. La procrastinazione 2. L’incapacità totale di buttare via qualsiasi cosa. Ovviamente le due patologie sono complementari e, insieme, fatali.

Per fare un esempio: Nella sua cantina ho rivisto, non senza un accenno di nostalgia, delle bottiglie mai restituite di certe bibite che si bevevano nella mia oramai lontana infanzia, fine anni sessanta: Afri-Cola, Bluna…
Di tanto in tanto esterna la voglia di cambiare la situazione, di fare ordine insomma, ma naturalmente non ci riesce mai. E’ strano, però, che in tutti quei anni da quando lo conosco, lo status quo a casa sua mi sembra pressoché immutato: come se da un certo livello di sporcizia e disordine in poi, si raggiunga una staticità quasi a-temporale, una specie di nirvana terreno. La stessa cosa avevo notato anni fa in Irlanda, nel ‒ così si dice ‒ più antico pub del paese. (Stiamo parlando di oltre duecento anni!). Alla mia domanda casalinga come si potevano pulire gli innumerevoli oggetti che attribuivano a questo locale il suo tocco, il cameriere mi aveva risposto seccamente: We just don’t clean. Probabilmente lo stesso principio vale anche per la casa del mio vicino: 30 anni, 40, 100… A un certo punto semplicemente lo sporco si solidifica, diventando parte materiale dell’infondibile habitat.
Herr Meister, un berlinese d.o.c, porta il cuore sulla lingua, come si dice in tedesco, cioè, parla senza filtro alcuno, totalmente noncurante della propria immagine. I suoi racconti sono materia prima, puro oro.
Tra le molte assurdità e bizzarrie che mi ha raccontato nel corso degli anni in stretto dialetto, tre mi sono rimasti in mente soprattutto: la prima, come lui, da ragazzo si era perso tra le montagne di macerie della Berlino distrutta, la seconda di un suo amico che, negli anni settanta del secolo scorso, aveva allestito una vera e propria discoteca a casa sua, e la terza, di una sua, diciamo, compagna, che invece di lavare la biancheria sporca li nascondeva dietro i cucini del divano.
Non riporto questi dettagli per immortalare questo piccolo abitante al margine della grande capitale tedesca, ma perché mi chiedo senza retorica: Chi sa per quale gesto distratto, quale parola detta senza pensarci, saremo ricordati dai nostri posteri vicini e lontani?

Tra gli ex-detenuti della prigione Hohenschönhausen che mia figlia ha intervistato per la sua tesi di laurea, spicca la personalità stravagante di Herr W., internato negli anni ‘60 per diversi mesi all’età di soli 17 anni a causa della sua tentata fuga dalla DDR. La sua risposta alla domanda come fosse riuscito a sopravvivere alla tortura e all’isolamento: Pensavo alle ragazze fuori.
Mi colpisce questa risposta così semplice e immediatamente convincente.
Le mie letture e traduzioni intorno a questo tema mi avevano indotto a pensare che in quei momenti si pensasse a cose auliche e nobilitanti come Dio, la rivoluzione, la famiglia, i figli, la propria immagine.
Invece no, Herr W. aveva pensato intensamente al divertimento ‒ le ragazze, le feste, i giri in moto ‒ che lo attendevano nel mondo fuori mentre era rimasto per una notte intera, con addosso uno spesso strato di sapone di Marsiglia, sotto una doccia dalla quale non veniva più una sola goccia di acqua.

Una ragazza anni trenta-contemporanea: cappello di paglia, vestito casto a fiorellini rossi e bianchi.
In metropolitana.
Non gioca con lo smartphone, ma guarda fuori dal finestrino.
In mezzo alla folla, impazzita dal caldo africano.
Silenziosa, raccolta come una madonna del Bellini.

Il Märkisches Museum, dedicato alla storia della città, non è certo un museo alla moda. L’edifico neogotico, non è spettacolare, la posizione tranquilla. Per chi non sopporta più i grandi musei di arte contemporanei, realizzati da Daniel Libeskind, Renzo Piano, Rem Koolhas… è una vera e propria oasi. Nessuno stress per quanto riguarda il dovuto percorso per raggiungere in meno tempo possibile un’opera immortale. Si passeggia su un parquet che accompagna i propri passi con il tipico scricchiolio del legno antico il quale mi ricorda la tipica casa dei vecchi della mia infanzia.
C’è in corso una mostra fotografica di un caporale inglese che nell’immediato dopoguerra aveva ritrattato la vita rinascente della città senza falso pathos: le Trümmerfrauen, un mutilato di guerra che torna nella città distrutta. Le ragazze che cercavano di abbellirsi con i pochi mezzi che avevano a disposizione.
Mi piace lo sguardo per nulla sentimentale, quasi neutro, di questo fotografo improvvisato che mostra la storia del mondo così com’è: si costruisce, si distrugge e si costruisce di nuovo.

Storie curiose.
Come quella della famiglia italiana Bacigalupo, costruttori famosi di organini, Leierkästen o anche Drehorgeln.
La musica dei poveri.
E’ una icona berlinese, l’immagine di un cortile fatiscente con il Leierkastenmann, circondato da un branco di bambini mal vestiti e mal nutriti, grati per una piccola melodia, un breve svago.
Il fondatore di questa dinastia si chiamava Giovanni Battista Bacigalupo. Da bambino era stato venduto dai propri genitori a un impresario che lavorava a Londra, dove faceva danzare i bambini dei poveri contadini italiani sulle piazze pubbliche alla musica del Leierkasten. Con il passare degli anni il piccolo Giovanni aveva imparato a riparare e ad accordare gli organi e così, per via della amicizia con un costruttore di organi italiano, nel 1873 era arrivato nella neo-capitale tedesca dove i due uomini fondarono una piccola fabbrica. Il successo non si fece attendere e in pochi anni diventarono i maggiori produttori di organini di tutta la Germania.
A quanto pare, in quegli anni, esisteva una vera e propria colonia di italiani del nord, che avevano preso dimora intorno al Prenzlauer Berg, il famoso quartiere degli artisti e scrittori ai tempi della DDR.
C’erano dei ristoranti, S. Remo, Genova, Portofino.
La nostalgia del paese natio, dei sapori d’infanzia, destinati a sbiadire da generazione in generazione.
La fabbrica Bacigalupi, comunque, ha lavorato ancora fino al 1975.
Poi, i tempi hanno cominciato a correre sempre più veloci.

Ogni mattina, sempre sullo stesso ramo dello stesso albero vicino al lago, un airone.
Solo.
Immobile.
Le prime volte, lo guardo distrattamente.
Poi, oramai abituata alla sua silenziosa presenza, comincio a cercarlo.
E proprio da quel giorno non si fa più vedere.
(Sopprimo l’impulso di rendere parabola questa mia breve storia con un airone…)

Due volti in metropolitana.
Dovrei essere piuttosto un fotografo o un disegnatore.
Provo con le parole.
Il primo è nero, largo, lontano.
Sono gli occhi di questo uomo che mi colpiscono. Il suo sguardo che sembra aver già visto tutto.
Nulla lo può più turbare.
Egli guarda dalla fine, guarda indietro, come il famoso angelo della storia che descrive Walter Benjamin, ispirandosi a un quadro di Paul Klee.
Sa già come finisce e non può fare nulla: questo spavento, ecco cosa vedo in quel volto che non rivedrò mai più.

(Ho letto stamani, 10.8.2015, che in questo periodo, mediamente, solo a Berlino, arrivano circa 300 profughi al giorno.)

Il secondo volto è quello di un giovane uomo di inaudita sporcizia.
L’ho visto due volte, sempre in una fermata centrale della metropolitana, spingendo un carrello della spesa con i suoi pochi averi, altrettanto luridi.
Ci sono, non solo a Berlino, i mendicanti che vogliono ancora piacere, che tentano di confondersi con la cosiddetta gente per bene, cercando in qualche modo di farsi perdonare la loro condizione e di non mettere a disaggio l’altro.
Questo uomo no.
La sua caduta è definitiva.
Lui è esattamente quello che è: uno che non ce l’ha fatta.
Un fallimento umano, l’ombra minacciosa di tutti noi.
L’incubo peggiore immaginabile.
Eppure, i suoi occhi sono accesi, brillano nel suo viso distrutto.
Spinge il carrello con decisione per le viscere della città.
Nonostante tutto, non è indifferente.
C’è qualche cosa che gli fa accettare quella croce di fare schifo a tutti, di essere arrivato in fondo, laddove la solitudine non è più rimediabile.

Un regalo inatteso da parte di Herr Meister: un vecchio armadio per la cantina, chiuso a chiave e senza la chiave.
Secondo lui, è un bellissimo regalo. Lo vedo proprio soddisfatto.

Parte 4

Traduzione della citazione di von Humboldt : La Weltanschauung più pericolosa è quella di chi non ha mai guardato il mondo.

2 pensieri su “Lettera da Berlino

  1. La Golisch ha un inimitabile talento di particolarizzare le individualità umane e la toponomastica della sua Berlino. Berlino è il suo mondo, la sua metafisica e la sua fisica. Lì dentro c’è tutto. Al di fuori non c’è niente. Complimenti per questa prosa secca ed ossuta.

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  2. Stefanie Golisch sceglie – e viene scelta- dal multiforme eclettismo di una Berlino-mondo. Una perlustrazione poetica che privilegia con laica compassione gli “spigoli” della vita, ma anche gli squarci idealistici, senza cercarne a tutti i costi il senso.

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