Wolfgang Pauli, uomo a molte dimensioni

di Antonio Sparzani
Pauli a tavola
Wolfgang Pauli (Vienna 1900 – Zurigo 1958) è stato uno dei grandi fisici del Novecento. Su queste pagine l’avevo nominato qui nel post su Helgoland, l’isoletta dove Heisenberg andò a farsi ispirare dal vento del nord l’invenzione della nuova meccanica.
Ma Pauli, cui pure è dovuta buona parte della fondazione della nuova teoria, e che venne unanimemente indicato con l’appellativo di das Gewissen der Physik (la coscienza della fisica), era anche altro, era cioè, a differenza di tanti colleghi, un uomo a tutto tondo, uno che voleva capire l’uomo da tutti i punti vista, non solo da quello scientifico-razionale.

Scrisse molto (senza contare le migliaia di lettere che ci restano di lui, un patrimonio straordinario) e qui voglio trascrivervi un passo di un articolo dal titolo «La scienza e il pensiero occidentale» scritto nel 1955 e pubblicato per la prima volta negli atti di un convegno scientifico tenuto a Mainz proprio nel 1955. In italiano sta in W. P., Fisica e conoscenza, Bollati Boringhieri, Torino 2007.

Le scienze naturali hanno in comune con la matematica, che è verificabile per via logica, l’insegnabilità. La possibilità della dimostrazione matematica e la possibilità di applicare la matematica alla natura sono esperienze fondamentali dell’umanità, sorte già nell’antichità. Queste esperienze furono subito sentite come enigmaticamente sovrumane e divine, toccando così l’atmosfera religiosa.

Qui ci s’imbatte nel problema essenziale della relazione tra conoscenza relativa alla salvezza spirituale dell’uomo e conoscenza scientifica. A periodi di scarsa ricerca critica ne seguono spesso altri in cui si desidera e si cerca un inquadramento della scienza in una spiritualità più ampia, contenente elementi mistici. In contrasto con la scienza, l’atteggiamento mistico non è caratteristico dell’Occidente ma, nonostante qualche differenza nei particolari, è comune all’Occidente e all’Oriente. Posso, per esempio, rimandare all’eccellente libro di Rudolf Otto Misticismo occidentale-orientale, (R. Otto, West-östliche Mystik, L. Klotz, Gotha 1926, trad. it. Mistica orientale, mistica occidentale, a cura di M. Vannini, Marietti, Casale Monferrato 1985) che confronta il misticismo di Meister Eckhart (1250-1327) con quello dell’indiano Śańkarācārya (788-820), il più insigne cultore del sistema Vedanta. Il misticismo cerca l’unità di tutte le cose esteriori e l’unità di ciò che costituisce l’uomo interiore con esse, giacché esso cerca di oltrepassare con lo sguardo la molteplicità delle cose considerandola come illusoria, come irreale. Ha così origine gradualmente l’unione dell’uomo con la divinità, in Cina il tao, in India il samadhi o il nirvana buddhistico. Questi ultimi stati equivalgono evidentemente, dal punto di vista occidentale, all’estinzione dell’autocoscienza. Il misticismo coerente non chiede: «perché?» ma: «come può l’uomo sfuggire al male, alla sofferenza del nostro mondo terribile, minaccioso, come può questo essere riconosciuto quale apparenza, come si può guardare all’ultima realtà, al brahman, all’Uno, alla Divinità (per Eckhart non più personale)?» Al contrario, è scientifico-occidentale, in un certo senso greco, il domandare per esempio: «perché l’Uno si rispecchia nei molti? Che cos’è lo specchiante e cosa è lo specchiato? perché l’Uno non è rimasto solo? che cosa dà origine alla cosiddetta illusione?» Giustamente Otto parla nel suo libro di un interesse religioso che, prendendo le mosse da determinate condizioni di malessere spirituale, che si trovano come date, le vuole determinare, ma non vuole risolvere teoricamente il problema della loro origine e lascia tranquilli i problemi insolubili, oppure li decide nel miglior modo possibile con differenti teorie ausiliarie.
Io credo che sia destino dell’Occidente rimettere sempre in relazione tra loro questi due atteggiamenti fondamentali, quello critico razionale, che vuol capire, e quello mistico irrazionale, che cerca un’esperienza unitaria di redenzione. Nell’animo dell’uomo dimoreranno sempre ambedue gli atteggiamenti, e l’uno porterà sempre in sé l’altro, quale germe del suo contrario. In questo modo ha origine una specie di processo dialettico, di cui non sappiamo dove ci conduca. Credo che come Occidentali dobbiamo confidare in questo processo e riconoscere come complementare questa coppia di contrari; non possiamo e non vogliamo sacrificare del tutto l’autocoscienza che osserva il mondo, ma possiamo accettare anche intellettualmente l’esperienza unitaria come una specie di caso limite o di concetto limite ideale. Pur lasciando viva la tensione fra i due opposti, dobbiamo riconoscere che in ogni processo di conoscenza o di redenzione veniamo a dipendere da fattori che esulano dal nostro controllo, che il linguaggio religioso ha sempre definito «grazia».

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