Sade in drogheria e altri racconti, di Roberto Barbolini

Barbolini FOTO
Brevi riflessioni attorno a un romanziere ‘sperimentale’

di Guido Michelone

Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, il divin marchese, ovvero Donatien-Alphonse-François de Sade, si trova a Modena – correva l’anno 1775 – alla ricerca, come sempre, di emozioni forti, benché il festino nel retro bottega del caffè-drogheria Giusti non lo soddisfi sufficientemente. Le gesta erotiche del filosofo-libertino sono tuttavia il pretesto per una metafora sulla violenza, con l’autore che crea un immaginario dialogo fra un tale Benelli e la coppia di sociologi francofortesi Horkheimer e Adorno.
Ne La festa dello zio Ciro, il racconto di fantapolitica si trasforma ben presto in pastiche culturale, in cui Barbolini dà forma a un ricco Ducato di Modena in lotta con la Germania dominante e in combutta con gli Stati Uniti: un turbinio postmoderno di situazioni metaletterarie, tra eroi risorgimentali, filosofi esistenzialisti, industriali della ceramica e gente comune.
In Un Walser per Sherlock Holmes, il celebre detective privato indaga sulla scomparsa di una ragazza a Ornavasso, in Valsesia, dove si trova una piccola comunità walser (contadini arrivati dalla Germania nel tardo medioevo) e dove soggiorna anche il celebre romanziere svizzero Robert Walser, che avrà un ruolo non indifferente nel dipanare una vicenda in cui compaiono gnomi misteriosi, portatori di inganni e malefici.
Ne Il giudizio di Parigi viene simulata la tipica discussione dei media, nella quale l’argomento è pretestuoso: serve solo perché i partecipanti diano sfogo a deliri verbali che lasciano emergere le invidie, le frustrazioni ed i livori che poco hanno a che fare col dibattito incentrato, in queste pagine, sulla musica rock.
Ne Il candore di Padre Tiger il protagonista è un sacerdote africano operante nell’hinterland milanese: dopo essersi salvato da un pitbull, sventa colpi criminali in cui si affrontano, senza esclusione di colpi, ladri, assassini e prostitute, zingari, drogati, mafiosi e camorristi.
Dunque cinque racconti, nei quali Barbolini sfoggia notevoli abilità affabulatorie, con uno stile diverso in ogni brano, dall’uso della dotta citazione al ripescaggio del vernacolo, dal luogo comune al kitsch e al pop. Il tutto sapientemente calcolato a tavolino, con una prosa che odora di Gadda e Calvino, di Cortázar e Pynchon, benché l’omaggio si concentri soprattutto sulla sperimentazione ‘anarchica’ che comprende futuristi, Gruppo 63 ed giovani cannibali.
Ne è cosciente Barbolini, il quale, nella postilla finale, ostentando qualità indiscusse di critico letterario (esaltate di recente nella nota editoriale all’antologia Nel segno di Proteo, di Guido Fink) dichiara apertamente: “Distorcere, stravolgere, alterare: sono queste le parole d’ordine del perverso, i suoi imperativi estetici e morali”. E l’autore delle cinque storie qui raccolte ha l’orgoglio e la vergogna di ubbidire a questo assunto. Intendiamoci: nessuno coming out di quelli tanto in voga. Qui il sesso c’entra poco, anche se il Marchese de Sade, ossia il perverso sessuale per antonomasia è uno dei protagonisti del volume. Di altra specie sono le devianze presenti nei racconti, alcuni dei quali sono microromanzi molto concentrati”, che consentono di “farsi beffe di antiche perversioni e di nuovi idoli della tribù (a cominciare dal ‘politicamente corretto’), senza però rinunciare al piacere di narrare”.

Roberto Barbolini, Sade in drogheria. Racconti perversi, Guaraldi, Rimini, pagine 135, euro 12,90.
Guido Fink, Nel segno di Proteo. Da Shakespeare a Bassani, Guaraldi, Rimini, pagine 414, euro 24,00.

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