Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano. La terza risposta.

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Terza risposta

Daniele,
Se hai ragione tu, che «si fugge da un luogo, non dalle persone», allora è altrettanto vero che si rimane prigionieri di un luogo, anche quando si è riusciti a scappare da qualcuno. Tanto più se questo luogo è impregnato di abitudini, di stanchezze, di pigrizie.


Mi chiedi di non abbandonarti, quando hai già deciso di non permettermi più di seguirti. Mi dici che non sai cosa fare e vorresti che io ti consigliassi ciò che hai già deciso: non andrai a Roma a incontrarla e non perché hai paura di lei, né di ciò che Rosaria rappresenta, ma perché tagliando il filo che temi possa incatenarti a lei, cerchi di allontanarti definitivamente da Milano. Dici che «non si può morire da eroi nella propria terra», ma a volte è anche impossibile viverci da vigliacchi. Soprattutto quando la viltà non è la paura di morire, ma il terrore di fare qualcosa che possa cambiare la prevedibile tranquillità dell’indomani.
Mi chiedi di non abbandonare un amico, proprio quando ho scelto di lasciare la donna che amo. E, ancora una volta, non può essere una coincidenza questo desiderio, o necessità che sia, il fatto comunque che entrambe le nostre storie siano finite. Irrimediabilmente finite, proprio quando sarebbe bastato tenerle strette in pugno invece di aprire le mani e lasciarle scivolare via.
Perché se tu sei un fuggitivo, io sono un prigioniero. E se tu sei scappato da Milano illudendoti di allontanarti da Rosaria – in realtà per farla finita con l’attesa – io sono rimasto qui, potrei dirti per timore di non amare abbastanza Elena per seguirla – in verità per continuare ad attendere, per non smettere di ingannarmi. Non sto a raccontarti i particolari dell’addio. Ciò che finisce, comunque finisca, ha sempre uno sgradevole odore di risentimento e di accusa che riesce quasi sempre a soffocare il rimpianto. Ma voglio dirti della facilità di questo addio, di come basti pronunciare: “E’ finita”, per accorgersi che era già terminato da un pezzo e per sospettare addirittura che non era mai iniziato.
E chiaro, e non lo nascondo, che vorrei che anche tu pronunciassi il tuo addio. Ma non perché lo ritenga a te più conveniente, né per una qualche ostilità nei confronti di Rosaria. Semplicemente perché non puoi più lasciare che il filo con cui cerchi di restare legato a Milano passi attraverso la tristezza sanguinante di Rosaria. E con quel filo speri, nella malinconia del tuo ufficio a Potenza, di succhiare luce, calore, sangue magari, da questa bagliore stanco che sei riuscito, con violenza, a spingere sotto i tuoi piedi, e a camminare per chilometri e chilometri, lontano, fino a quando un grigiore abbagliante ti ha mostrato la fine della tua fuga. Avrei potuto seguirti, Daniele. Bastava mettermi a fianco di Elena, e magari trascinarci dietro Rosaria. Ma a differenza di te, sono rimasto, prigioniero volontario di un luogo, sempre. Mai di persone. Rubo allora una richiesta a colei che un giorno fu il tuo desiderio. Rivediamoci noi, amico mio. Io sarò a Caserta il prossimo quattro ottobre.

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