Lettera da Berlino

foto berlin ultima parte

di Stefanie Golisch

Stamani è riapparso l’airone.
Dall’altra sponda del lago.
Ha aperto le ali e si è alzato in volo.

Un incontro con degli amici letterari.
H., a 20 anni, era un poeta promettente. Oggi, a quasi 60, vive piuttosto nelle ombre.
Dopo aver osservato a lungo, e, con il passare degli anni, in modo sempre più distaccato, come
funzionano le cose, mi sono fatta la seguente idea: non sono certo solo il talento e l’intelligenza a garantire il successo nella vita. Per giocare in serie A ci vogliano determinate caratteristiche collaterali senza le quali non si avanza. La furbizia, il narcisismo patologico, certamente, ma il punto centrale, secondo me, è quello: Bisogna riconoscere le regole del gioco. E non solo. Bisogna aderire al gioco con entusiasmo. Il gioco, per modo di dire, deve essere non la tua seconda, ma la tua prima natura. Anzi, questa distinzione stessa deve dissolversi in un consenso incondizionato.
Se entri nel gioco, ci entri tutto/a ‒ o non ci entri proprio.
E’ un poco come la mafia. Non si aderisce da lunedì a venerdì, sabato e domenica liberi.
Per affrontare lo stato delle cose lucidamente, bisogna guardare i protagonisti da una certa distanza. Inutile sottolineare che questa vivisezione al contrario non si ferma certo davanti alla propria immagine, rigorosamente in maglietta e pantaloncini. Dopo tutto, la grandezza dello stadio in cui si svolge la mia partita, ha sempre una corrispondenza intima.
Non è mai casuale.

In metropolitana:
Un uomo abbraccia un tavolo da stiro.
Una ragazza uno scaffale Ikea.
Un’altra accarezza una rete piena di carote.
Un anziano canta una canzone.
Una anziana divora avidamente un pasticcino alla crema.
Vedo e al contempo sono vista da chi non so.
Tutti insieme addobbiamo la città, ognuno come può.

Sto riscoprendo Botho Strauss.
E’ una scrittura fatta di paradossi che scorrono con la naturalezza di un fiume.
Non si sciolgono mai e lo scrittore rifiuta qualsiasi spiegazione.

Due graffiti:

Nessuno può arrivare oltre se stesso.

Solo a pochi la vita rivela ciò che fa con loro. Pasternak

Ancora in metropolitana:
Una ragazza con i capelli rosa shocking racconta alla sua amica la trama di La vita è bella, concludendo con un sospiro che bisognerebbe proprio trovare un uomo come il protagonista, capace di abbellirti la vita…

La pittrice berlinese Galli è una nana.
I suoi quadri sono anarchici. Sono come le poesie del mio amico H. Non le capisco, ma mi piacciono per la forza indomabile dell’impulso creativo che le nutre.
Sono artisti persi nel labirinto del proprio io. Sono quasi impazziti. Ma solo quasi.
Creano senza voler piacere o essere compresi.
Trappola fatale dell’artista: Cercare consensi.
Pensare che da cosa nasce cosa.
Sorridere troppo.
Essere amico di tutti.
Bisognerebbe svuotarsi completamente.
Diventare neutri.
Poi attendere pazientemente le grazie di un dio danzante.

Il Scheinbar è un piccolissimo teatro con open stage che si trova nel quartiere di Schöneberg. Qui si può esibire chiunque per esattamente sette minuti: comici, cabarettisti, cantanti, equilibristi, maghi… E’ una formula che va bene sia agli artisti, sia al pubblico. Se ti piace, ti dispiace che è già finito, se no, meno male. Mi rilassa questa atmosfera del non definitivo, della prova continua. Anche se un numero non riesce, fa niente, si proverà un’altra volta. Certo, capita che ci si chieda il perché delle vocazioni artistiche ‒ soprattutto nei casi dei comici: l’arte più difficile in assoluto ‒ ma il più delle volte mi stupisce la fantasia inesauribile con la quale l’uomo di tutti i tempi è capace di trasformare il suo mondo e di inventarne un altro. La maggior parte dei perlopiù giovani artisti su questo palco bizzarro non potrà certo ambire a una grande carriera, ma forse è proprio quella assenza di great expectations che, nel migliore dei casi, crea una atmosfera di libertà artistica che si respira soltanto al margine.
Gli artisti di questa sera sono tutti uomini tra i 20 e i 30 anni: un tedesco, un inglese, un ebreo russo, un berlinese arabo, un ucraino. Le loro esibizioni riflettono la quotidianità della vita berlinese della propria generazione tra i locali notturni della Warschauer Str., i lavori saltuari e le difficoltà ‒ di sempre ‒ di trovare delle ragazze.
Sembrano simpatici, pieni di vita e di sogni. In un certo senso mi commuovono. Auguro a ognuno di loro good luck e buon voyage. E aggiungo in mente: Anche se non andrà come vorresti, fa niente, sei un artista lo stesso.
L’ultimo partecipante della serata è un cantante non più giovanissimo, vestito stile anni ’70, che ha composto una canzone dedicata ai viaggi di un pupazzo di neve.
La canzone è assurda e bellissima.
Per me, quell’uomo magro e basso, con la sua cravatta verde pisello è un artista.
Per la durata di una canzone mi ha fatto vedere il mondo con gli occhi di un pupazzo di neve.

Oggi, nel Tagesspiegel, ho letto un lungo reportage su due giovani che in questo periodo di estrema emergenza ospitano a casa loro dei profughi, loro coetanei. Si racconta questa esperienza senza abbellire le cose, senza un accenno di sentimentalismo, cercando di dare un volto a tutte le persone coinvolte in questa non facile convivenza. Non esistono i profughi dei giornali e telegiornali, un blocco compatto, una massa anonima tutta uguale, ma solo uomini, singoli individui che in questo momento della loro vita si trovano nella condizione di profugo.
Non possono rimanere con noi a lungo, dice uno di quei giovani che li ospitano, ma almeno possono respirare un attimo, dormire, mangiare e lavarsi. Non possiamo risolvere i loro problemi.
Forse sono proprio questi i momenti di grazia nella vita: piccoli spazi di quiete tra una battaglia e l’altra, quando le cose sono andate appena bene e avrebbero potuto andare ancora molto peggio. Quando si può fare giusto un sospiro di sollievo prima di dover rientrare nella battaglia.

Elsa Gindler era una insegnante di ginnastica. All’inizio del Novecento non certo una professione comune per una donna. Nel corso degli anni, il lavoro sul corpo l’aveva portata a riflettere intensamente sul nostro modo ‒ maldestro ‒ di essere nel mondo. Aveva sviluppato in seguito, insieme al musicista e musicologo Heinrich Jakoby un metodo di autoconoscenza che consiste, se non ho capito male, nell’auto-osservazione continua del proprio vivere, di solito distratto e dispersivo. Non ha voluto fondare una scuola, non ha nemmeno scritto dei libri, ma ha trasmesso le due idee semplicemente a pochi allievi. L’unico luogo dove si coltiva il cosiddetto metodo Gindler/Jakoby è una piccola fondazione che si trova nel quartiere di Grunewald, a sud-ovest di Berlino. E’ un luogo nascosto, bisogna cercarlo per trovarlo. La signora della fondazione mi dice che è proprio voluto. Le cose non devono essere mai troppo facili da raggiungere.
Guardando la piccola mostra allestita nei silenziosi locali, mi soffermo su dei ritratti di lei, Elsa Gindler che ha lavorato una vita senza mettersi in mostra, senza assumere ‒ come purtroppo succede in quegli ambienti ‒ la funzione di un guru, una guida, un peso.
Mi piace lo sguardo della donna oramai anziana, ancora in viaggio.
Mi piace una sua frase che dice: La forza deriva dall’esperienza della resistenza, che comprendo in questo senso: Puoi crescere proprio perché le cose non girano mai come vuoi tu.

Alla fine dell’estate il mio vicino di casa si è finalmente deciso di abbellire il suo balcone-discarica.
Ha piantato dei fiori rossi, presi ‒ vista la stagione ‒ con un bello sconto in qualche centro di giardinaggio.
Saluta l’autunno in arrivo con una botta di fiori primaverili.

Va bene così.

Fine

Foto: Andrea Buzzichelli

http://www.andreabuzzichelli.it

2 pensieri su “Lettera da Berlino

  1. “La pittrice berlinese Galli è una nana.
    I suoi quadri sono anarchici. Sono come le poesie del mio amico H. Non le capisco, ma mi piacciono per la forza indomabile dell’impulso creativo che le nutre.
    Sono artisti persi nel labirinto del proprio io. Sono quasi impazziti. Ma solo quasi.
    Creano senza voler piacere o essere compresi.
    Trappola fatale dell’artista: Cercare consensi.
    Pensare che da cosa nasce cosa.
    Sorridere troppo.
    Essere amico di tutti.
    Bisognerebbe svuotarsi completamente.
    Diventare neutri.
    Poi attendere pazientemente le grazie di un dio danzante.”

    Nella sua interessante ed emozionante perlustrazione del corpo-anima berlinese, Stefanie trova occasione per uno squarcio di poetica condivisibile.

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