SUL TAMBURO n.5: Vanni Santoni, “Muro di casse”

Vanni Santoni, Muro di casseVanni Santoni, Muro di casse, Roma-Bari, Laterza, 2015

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di Giuseppe Panella

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Che cos’è un rave party e perché ha contato tanto per la cultura giovanile degli anni zero del nuovo millennio (e non solo per coloro che allora erano ventenni in cerca di facili emozioni)?

Vanni Santoni cerca di spiegarlo esaurientemente nel suo intenso e compatto Muro di casse che si presenta non tanto come un saggio documentario su quel periodo quanto come un docu-romanzo (se mi è permesso di usare questo apparente neologismo) in cui diversi personaggi raccontano le loro esperienze sul campo e il significato che hanno avuto per loro, spesso appoggiandosi alla non moltissima letteratura secondaria esistente (soprattutto al magnifico Saggio sulla transe di Georges Lapassade1) e trasformando la trama dei loro ricordi e sensazioni in una sorta di tessitura verbale fitta e spesso allucinata. Eccone un esempio. Chi parla è Iacopo che rappresenta nel testo la memoria sensoriale (il capitolo si intitola Iacopo – I sensi):

«A est, invece, tra i posti in cui ero stato per feste c’erano Maardu e Călugăreni; Estonia, Romania: poteva aver senso parlarne, descrivere il movimento verso oriente intrapreso dalla cultura rave, ma il fatto è forse che era pretestuoso questo voler per forza mandare un personaggio in questo o quel posto, tentare di tracciare una mappa equilibrata, diffusa, d’Europa attraverso le feste più esotiche a cui ero stato io o chiunque altro, perché sarebbe stata, oltre che una tra mille mappe possibili, una mappa di omissioni: per ogni festa a Maardu o Călugăreni andavamo a dieci a Montelupo Fiorentino o Segrate o sulla Prenestina o negli squat di Bologna, e per ognuna di esse ce n’erano altre cento, analoghe, negli altri paesi. Come in un frattale in quegli anni esisteva una grande mappa continentale per chi guardasse da lontano, e una piccola mappa locale, per ogni nazione e regione e provincia, che appena si fosse zoomato si sarebbe rivelata altrettanto ricolma di puntini. E infatti, dovessi tracciare oggi una mappa, marcare davvero quadri cruciali, evocare i primi ricordi che come fuochi vengono a segnare il sipario degli occhi chiusi, mi vengono: Bologna 2000; Pratomagno 2004; Altopascio 2007. Ecco la mia Europa»2.

Un rave non è altro che una festa con tanti partecipanti che ballano per tutta la notte si ubriacano si incontrano usano sostanze stupefacenti più o meno potenti per sballarsi incrociano le loro vite ed entrano in stati di esaltazione se non di allucinazione piuttosto forti e rilevanti. Ma, a differenza delle celebrazioni che si tenevano in discoteca e che avevano un tono tutto sommato più moderato e riconducibile alle tradizioni precedenti delle feste da ballo, i rave presentavano caratteri di eccesso che li rendevano esperienze straordinarie di possessione e di allargamento dell’area della coscienza. Ne è testimone e analizzatrice la protagonista di Cleo – L’intelletto che su queste forme contemporanee di incontro ha fatto la sua tesi di laurea (anche se sostiene di averla copiata in gran parte proprio dal saggio di Lapassade con l’aggiunta di una citazione-esergo da Victor Turner) e le verifica statisticamente con grande precisione e dovizia di particolari tecnici (luoghi, situazioni, durata e nomi delle tribes musicali che vi hanno partecipato alle feste). Ma soprattutto Cleo insiste sulla valenza politica della modernizzazione legata all’investimento libidico attuata in esse:

«Cioè mi vuoi dire che quando hai visto per la prima volta le feste pensavi a Deleuze? Dai Cleo, per favore. E va bene. Va bene. Il discorso politico sì. L’impegno sì. E la contestazione sì. Ma il fatto è che era la cosa più divertente che chiunque di noi avesse mai provato. Va bene? Serve altro? Tss… Mmm, vediamo. La questione della tecnologia? E va bene. Ma smettila di ridacchiare. Eravamo la prima generazione a trovarsi nell’informatica, nella riproducibilità tecnica di qualunque cosa, addirittura dell’esperienza mistica. Non male»3.

A chiudere il cerchio penserà Viridiana ovvero Lo spirito che in un lungo monologo in flusso di coscienza racconterà storie su storie di rave e di prese di coscienza della novità rappresentate dai momenti più rappresentativi di questa esperienza (definito “un mistero eleusino senza il beverone”).
Cercherà di dimostrare soprattutto l’esistenza della mutazione antropologica che questo tipo di feste hanno comportato:

«Proprio dalla consapevolezza che nessun dato può avvicinarsi al significato profondo del trovarsi lì, a ballare fino al mattino, e sovente fino a quello ancora successivo, in quelle industrie abbandonate, in quei capannoni, in quei boschi, in quelle ex-basi militari, fiere del tessile, ballatoi, vetrerie, depositi ferroviari, rifugi montani, bunker, uffici smessi, pratoni, centrali elettriche, campi, cave, rovine di cascinali, finanche strade di città e metropoli quando venne il momento della rivendicazione, è nata l’idea di questo libro»4.

Nel rivendicare il valore conoscitivo e documentario del romanzo, Santoni compie qui la stessa operazione significativa e originale che aveva caratterizzato il suo precedente Se fossi fuoco arderei Firenze (Roma-Bari, Laterza, 2011) con in più la volontà di portare alle estreme conseguenze la sua volontà di sperimentazione linguistica e stilistica.


NOTE

1 Uscito con questo titolo in anni ormai remoti da Feltrinelli (a cura di Gianni De Martino, 1980) è stato riedito con un titolo diverso (Dallo sciamano al raver. Saggio sulla trance) dalla Apogeo di Milano nel 1997 (poi 2008).

2 V. SANTONI, Muro di casse, Roma-Bari, Laterza, 2015, p. 23.

3 V. SANTONI, Muro di casse cit., p. 71.

4 V. SANTONI, Muro di casse cit., pp. VII-VIII.

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