L’orlo, di Manuel Cohen

Cohen
Manuel Cohen, L’orlo, Edizioni CFR – 2015, opera prima classificata al Premio Milani 2013.

di Rosa Salvia

Questa raffinata silloge poetica di Manuel Cohen segue il percorso denso e articolato della precedente Winterreise – La traversata occidentale, Edizioni CFR – 2012, opera vincitrice del Premio “Franco Fortini” – 2011.

D’accordo con Gianmario Lucini, che curò anche la prefazione al libro sopra citato, ritengo che, se vi è una spinta innovativa nella poesia di Manuel Cohen, essa vada cercata “nella preoccupazione di saldare la tradizione alla modernità della poesia e al suo ruolo nella cultura”.

“Oserei anche affermare, scrive ancora Lucini, “che la sua ricerca formale, a differenza del suo pensiero poetico, è caratterizzata da una reazione e non da una innovazione o meglio, da una reazione al verso sciatto, pieno di buone intenzioni e dal contenuto denso “di pensieri nobili” ma desolatamente banale sul piano espressivo”.

Come Simone Weil, Cohen nei suoi versi preferisce prendere il peso della storia non redenta e, al contempo, la grazia lieve, essenziale, della parola di canto, della poesia.
Egli crede alla poesia come dovere di parola da portare su di sé, in ogni generazione, per ricordare ed espiare, proprio sulla scia di Franco Fortini (il quale peraltro con dedizione e fedeltà tradusse Simone Weil per le Edizioni di Comunità agli inizi degli anni Cinquanta).
Franco Fortini dunque, cui Cohen dedica, come ad altri poeti a lui cari, da Volponi, Bellezza, Luzi e Pasolini, per citarne solo alcuni, nell’ultima sezione del libro: “Cartoline vecchie e nuove” (1994-2014) con i primi sei testi tratti da Cartoline di marca, Marte, Colonnella (TE) 2010, profondi e ariosi versi incarnati nelle ottave, un modo di scrittura chiuso e metricamente autoimposto, dove i grumi di memoria si sciolgono in intimo colloquio contro il muro nero della storia.
Poesia e storia appunto: tormento di ricerca, ansia di verità, non di sola realtà, da poeta alto e coraggioso quale Cohen è, con sé stesso intransigente, capace di mettere a nudo con i suoi versi ironici, talora umoristici, caustici o in controluce, la sua intolleranza nei confronti dei poteri e dei sistemi ipocriti e convenzionali, senza alcuna dimissione, senza alcuna enfasi.
Tutto è in fieri. L’urgere di una militanza civile, che prende parola e misura soltanto se confrontata all’irreversibile: e il suo testimoniare è quello di chi ha deciso di paragonare l’agire a questo solo scopo, arginare la banalità del male (ricordando Hanna Arendt). Donde la sua inquietudine nella certezza che l’arte va giudicata dalla parte della morte, di ciò che sopravviverà alle ideologie, alle tecniche, alle tattiche, ai nuovi e vecchi dogmatismi, sempre in linea con la sua memore pietas di uomo, o, ancor meglio, come scrive Gianni D’Elia nella sua posfazione alla raccolta Winterreise, con quel “qualcosa che assomiglia alla pietà, ma non è la pietà. E’ un sentimento duplice: di resa e di abbandono, e d’oppositiva resistenza […] che nasce dallo scontro di storia e natura”.

Alla scrittura poetica, autorizzata, senza bisogno di altre ragioni, dal manifestarsi del male nella storia, Cohen riconosce una necessità e una immediatezza comunicativa superiore a quella di ogni altro linguaggio.
Tale fiducia, accordata all’appello parenetico del verso, spiega nella poesia di Cohen le strutture linguistiche scandite e perentorie, la metrica breve e la sintassi lunga, proprie di un comporre che persegue unicamente, nel pulsare memorabile del ritmo, la chiarezza del senso.

Una lingua a volte ricercata “tra assonanze, allitterazioni, enjambement e neologismi taglienti e tagliati impeccabilmente” (come scrive Anna Maria Curci in una breve approfondita recensione al libro sul blog Poetarum Silva); a volte dal “significato espresso ed esplicito reso con fresca musica che da Saba giunge a Caproni e Giudici” (Gianni D’Elia, cit.) come ad esempio nella poesia (Ospedale pediatrico Bambino Gesù) che chiude mirabilmente la raccolta.
Un plurilinguismo che vale da sottolineatura del significato, in cui la voce salga di tono e alta sia l’attenzione al segno e alla sua densità.

Pertanto, prendendo atto delle rovine della storia, Cohen ci regala poesie in forma antilirica e negativa (una sorta di Commedia percorsa in senso opposto, dal Paradiso all’Inferno, un po’ come Pasolini), fedele alla sua passione del giudizio etico e critico, e altresì ci regala poesie sapientemente liriche, con quel fremito o alone che circonda persone e cose, segno della loro vitalità, poesie in cui domina il tema del fermentare delle cose, dei loro “orli”, e di quella luce particolare, finitima, da giorno morente già dentro la notte, che ne rivela la realtà profonda, emozionale.

Nella prima sezione del libro, il poeta reca con sé il marchio-ferita delle sofferenze e delle ingiustizie della storia:
(strage di via D’Amelio, 19.07.1992);
a cui seguono otto componimenti i cui titoli e non solo… mi rammentano L’invetriata di Dino Campana: anche Cohen come Campana, si pone in ascolto delle inquiete tenebre che gli suggeriscono la morte come ritorno a una sorta di sintonia universale. Inoltre i versi si dipanano in una complessa
ma efficiente intertestualità (la vocazione a comporre una unità testuale per frammenti, indistintamente in poesia e prosa, con devota attenzione alle rime e alle assonanze).
Ecco nell’ordine le poesie di cui ne riporterò due:
(l’impostata) – (alla guerra del nobel)
(la devastata) – (Eboli dal treno a Battipaglia) dedicata all’amico e poeta lucano Salvatore Pagliuca e scritta in treno sulla tratta Roma-Bella Muro
il 27 gennaio 2011
(la sciagurata) – (Orlo, Marcinelle) sull’immane tragedia in miniera a Marcinelle in Belgio dell’agosto 1956. Questo testo è stato originariamente scritto su un foglio A4. Cohen ha scelto di editarla, per mantenere l’effetto grafico, dapprima in carattere di 9 pt. e, in pagina seguente, con il normale carattere 12 pt. [n.d.e.]
(l’assassinata) – (l’amaro caso di Floride Cesaretti). Floride fu massacrata alla fine del novembre 1998 a colpi di badile sul posto di lavoro, mentre svolgeva il turno di notte come portiera ai collegi universitari di Urbino, la sua città. Delitto rimasto nel mistero
(la suicidata) – (ultimo lancio di jole pedròn).
(l’insanguinata) – (aria per la guerra dei sei giorni), ovvero la guerra del Sinai, combattuta nel 1967 fra Israele ed Egitto
(la spaesata) – (Traslocando)
(la dimorata) – (il bucato di Jolanda) dedicata alla grande poetessa messinese Jolanda Insana

(l’insanguinata)

(aria per la guerra dei sei giorni)

sei nato il trenta marzo a primavera
correva un’aria nuova fresca dura
e pura, tra politico e privato si era

sulla cresta d’onda degli anni Sessanta
la nuova età portava in piazza l’euforia
la strana forza rivoluzionaria

di cambiare demolire annullare
schiavitù sudditanze repressioni
diversità sessuali mortificazioni

furono canzoni lotte liberazioni
grandi happening sit-in contestazioni
gioiosi incisi alle discriminazioni

oppressioni a manganelli e spintoni
governi reazionari alla Tambroni
espansioni al napalm e gas nervini

furono parole – pure – di pace
grandi sogni per un mondo a colori
disegni per vincere la fame

e, in quella strana gioia, in quella ressa
per chi tornava alla vita promessa
da millenni, si offriva una rossa
distesa di carri umani armenti
sensi di colpa da arare in futuro
per un regno temporale induraturo

la terra insanguinata dalla guerra
“verrà un’aria nuova fresca leggera”
sei nato il trenta marzo a primavera

p. 28

***

(la dimorata)

(il bucato di Jolanda)

e là, nella mansarda centrale
la tramatura di fili tesi
da parete a parete, i versi appesi
alle pinzette dopo i bagni di sale
l’asciugatura in lasse messinesi
onde in foglietti per l’ordine a venire

e, da fuori, una trafittura che sale
a fiotti, a via dei Greci, la dimora
in vecchia muratura inumidisce
lambisce la clausura corporale
là s’espande mondatura di lavanda
insana inchiostratura, insonne Jolanda

*Jolanda Insana, nata a Messina nel 1937, ha l’abitudine di appendere a lunghi fili fissati alle pareti della sua mansarda romana in cui vive da anni,
i foglietti con i suoi versi, man mano che li scrive…

p.32

***

Disperse

(new york)

“sposerò david leavitt
che vi piaccia o no
è possibile questo si può
nel tempio maggiore di new york

è vero amore
trascorriamo da anni
vari mesi in toscana

e là tra pittori olandesi
musicisti tedeschi
artisti irlandesi
rifugiate vedove ungheresi
vecchie regine inglesi
là dove la natura
ha un’aria educata
civile raffinata
viviamo in discrezione
la nostra storia privata

sposerò david leavitt
io sì di tribù pregiata
stirpe di padri della chiesa
che vi piaccia o no
nella sinagoga o nel metrò”

p.48

***

(meridiano zero)

vedere trombone invecchiare male
elargire nasine fiori di citazioni
presenziare commosse a premiazioni

in memoria di pomi laureati e di limoni
d’un tratto appare il senso di certe carriere
prese al volo vincenti volanti corriere

lettrici erudite portaborse devote rese poetrici
di surreali collane predatrici di cattedre direttrici
assurgere a museali araldiche imprenditrici
e in tutto quel citare spolverare scrivere
incensare anche il mostro recensore

l’opera omnia è rinnovare l’occasione
per fare del nasone travestito un gran poetone

*in gergo romanesco, l’aggettivo sostantivato nasino indica persona
con la puzza sotto il naso, o per traslato: uno snob

p.50

***

(ponte milvio)

poi, malgré tout, è un Tevere cenerino
per certe domeniche in cui Roma
s’accoda all’andantino fiume
pure bello vagare in bici a Ponte
Milvio,
navigano dalle prime ore
del mattino i vogatori. Impettiti
come anatre nei giorni migliori
conti i battiti le bracciate i tic-tac
scintillanti alle riverberate
di luce,
alle ottobrate perfette

p.52

***

Ritrovate

(le parole – 1984)

le parole
le parole scambiate lungo la riva
attorno al fuoco di noi
a mezza voce dette
sotto coperte
(fuori
la neve ostruiva
la porta di noce
vestiva l’olmo vecchio
della nostra ombra)
le parole
non dette
da non dire
alla finestra
mettendo un brivido
cercando la luce
del giorno
(che non c’era
che non c’è)

*Testo apparso nel primo libro di Manuel Cohen Altrove, nel folto, a cura di
Dario Bellezza, Ianua, Roma 1990.

p.55

***

(Cartoline vecchie e nuove)

(Pier Vittorio Tondelli)

Ci fu tempo per un caffè veloce
tra un rapido e un espresso per Bologna
quel giorno, sospesa l’aria, una pace
sopra Ancona, t’ho seguito, di soppiatto
passo a passo in libreria, poi il respiro
preso al volo per chiedere la dedica
occhi buoni, di ragazzo che eri
stato, musica per sempre, miei futuri

p. 68

(Mario Luzi)

con tutta la distanza che c’era e c’è
è incredibile quanto ti ami
e ti abbia amato sempre, Mario Luzi
mio maestro amico padre cercato
sempre, uomo a cui mi sono abbeverato
o, inquieto, rifugiato, non ti ho mai rinnegato
o tradito, né mi sono approfittato
ti penso sempre, ovunque tu sia andato

p. 71

3 pensieri su “L’orlo, di Manuel Cohen

  1. Come sempre Manuel Cohen è uno dei pochi “Poeti” che ha la bella abitudine di ringraziare. Oggi purtroppo nel mondo della poesia dominano il narcisismo e l’autoreferenzialità e tanti poeti o pseudo-tali si comportano come “bambini viziati” senza accettare, come si dovrebbe, alcuna critica che, se ben argomentata, può essere uno stimolo alla ricerca senza posa… Ringrazio perciò il nostro don Fabrizio di cui ho da sempre grande stima il quale peraltro ha tenuto a precisare che wordpress non permette di creare l’allineamento irregolare dei versi. In molti testi di Manuel Cohen c’è questa particolarità. Un caro saluto ad entrambi, Rosa Salvia

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