Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano. La svolta.

tarr_pretorio_museo_05La svolta

Giovanni,
Ti chiedo ancora, perché a Caserta non c’eri? Puoi comprendere la mia angoscia? E’ impossibile parlare per telefono. Non posso fare a meno dello spazio di una lettera. Del silenzio, del pensiero. Anche adesso, di fronte ad una tragedia. Anzi, questo bisogno mi è diventato vitale. Se non ti scrivessi soffocherei.


Perché tu non c’eri a Caserta? Ci sarà una ragione oltre il tuo silenzio. La tua assenza ha reso più plausibile eppure per me più insopportabile quello che è accaduto in quella città.
Poteva essere l’occasione per ritrovarci nel luogo dove insieme siamo stati felici. Felici perché vuoti, tesi unicamente verso lo scorrere del tempo. Il nostro luogo della dimenticanza. E’ stata invece una discesa all’inferno. Sì, quella città è il vestibolo dell’Inferno.
Non trovandoti al posto prestabilito, ho voluto rivisitare la Reggia. Era stranamente deserta. Mentre vi camminavo ascoltavo il tocco dei miei passi e col pensiero ne seguivo l’eco, che si disperdeva dietro le colonne e oltre i soffitti inseguendo i fantasmi di splendori perduti eppure reiterati dalla coazione di militari e funzionari statali. La Reggia è la proiezione luminosa e celeste di un diabolico e tenebroso risvolto della terra. Non mi spiego diversamente la sua posizione di capovolgimento assolato del nero cratere che la circonda.
Quando sono uscito per strada mi sono smarrito, un senso di spaesamento mi ha fatto sudare e tremare. Mi sono incamminato per la scacchiera di strade statali che è il cuore di Caserta e speravo ancora di incrociarti non avendo ricevuto segnali da te, né riuscendo a rintracciarti al telefonino. Ho quindi raggiunto quella piazza d’armi che è il luogo centrale della città: non ricordo come si chiama, come non ricordo il nome del Caffè che su di essa si affaccia. Al centro di questa piazza. Sì, mi sono sentito al centro di un cratere buio e gelido come la canna di una pistola.
Se Cristo si è fermato ad Eboli, Caserta è la porta ammaliante dell’Inferno.
Ero fermo di fronte alla vetrina di una libreria quando ho intravisto riflessa e fuggevole la figura di Rosaria. Mi sono girato di colpo. Non poteva essere lei. Che ci faceva a Caserta?
Perché, Giovanni, tu non c’eri Caserta e c’era lei?
Per un po’ l’ho inseguita, poi, d’improvviso e senza ragione, l’ho lasciata andare. Mi sono seduto ad un tavolino del Caffè e sono rimasto a lungo a fissare inebetito i tanti cani randagi che circolano per Caserta.
Ho cercato di riacquistare serenità e di riuscire a figurarmi razionalmente la tua assenza inspiegata e la sua improvvisa e inspiegabile apparizione. Vanamente. Mi era impossibile riuscire a realizzare un qualsiasi pensiero che non fosse legato alle mie sensazioni fisiche immediate e contingenti. Posso però dire che ti ho sentito lontano come mai, irreparabilmente perduto. E soltanto il bisogno profondissimo – specie adesso – della tua presenza riesce a rimuovere il sapore di abbandono che a volte anche un’assenza casuale può avere.
Sono rimasto a Caserta due giorni. Il mattino dopo il mio arrivo non cercavo più tra la gente il tuo volto, ma quello di Rosaria. Non so se era giusto cercarla e incontrarla. Eppure, potevo non farlo? Potevo non parlarle dopo averla rivista? Mi passò davanti di nuovo. Stavo bevendo una tazza di caffè in piazza. Camminava da sola, lentamente, senza, tuttavia, si potesse dire che passeggiava. Non detti il tempo al tremore nelle gambe di vincermi, lasciai sul bancone la tazzina bollente – mancò poco che non la facessi cadere – e mi diressi verso di lei. Passò un istante sufficiente a ricordarmi con struggente rimpianto quanto fosse bella. Mi bloccai. Un uomo le andò incontro. Anche lei si fermò. Furono l’uno di fronte all’altra. L’uomo tirò fuori dal giubbotto di pelle che indossava una pistola e gliela puntò dritta al petto. Sparò. Sparò. Lei cadde, l’uomo si dileguò ed io mi trovai ad affrettarmi in direzione opposta a quella della gente. Non ho avuto il coraggio di affrontarla neppure da morta.
Giovanni sono un vigliacco. Ne ho avuto la prova: non ho avuto il coraggio di affrontarla, neppure da morta.
E’ tragicamente incredibile quello che è accaduto. Da quel momento mi domando ossessivamente se sia il caso a ballare follemente sulle nostre vite o queste siano segnate nella carne più profonda da storie già raccontate; se sia la più cieca casualità a prendere per se stessa le forme della predestinazione o sia il destino ad essere così inverosimilmente certo.
Avrei perso la ragione, Giovanni, se mi fossi trovato nel caos del tuo appuntamento mancato senza un’ancora di sicurezza. Mi lascio sempre una via di salvezza: è l’unica virtù che mi riconosco. Cosa mi sarebbe accaduto se fossi venuto a Caserta solo per vedere te? Sarei caduto all’Inferno, ma senza più tornarne vivo.
Invece, ho pensato di approfittarne per andare a trovare un amico che si sta occupando di un caso analogo ad uno mio: la scoperta di aiuti umanitari destinati in Kosovo, ma finiti in una discarica. Mi ha anche accompagnato a vedere quello che hanno trovato alla periferia di Caserta. Lui mi parlava ed io mi ero incantato inseguendo un pensiero fisso affioratomi alla vista di tanto sentimento misconosciuto. Quanto vicine a questa discarica di rifiuti di amore sono le nostre storie. Così sono riuscito ancora una volta ad ingabbiare questa sconvolgente e indicibile tragedia. Solo così non mi sono sparato. Sono sopravvissuto.
Adesso sono a Potenza. Ho trovato una ragione per continuare. Ti scrivo anche per questo. Riesco persino a prefigurarmi senza cadere nel panico, senza perdere la calma la possibilità che il mio viaggio possa essere prima o poi, in un modo o nell’altro, collegato alla sua morte. Posso cercare con lucidità una ragionevole linea di condotta.
Ma ti chiedo ancora. Perché tu non c’eri a Caserta? Ci sarà un motivo oltre ogni plausibile scusa.

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