SALLY ALTSCHULER, PROSA DANESE IN CHIAVE YIDDISH

Testo introduttivo e traduzione dall’inglese di Giovanni Agnoloni

Prosegue la serie di miei articoli sugli scrittori che ho avuto modo di conoscere durante la residenza letteraria di questa estate presso H.A.L.D. Hovedgaard.

Sally Altschuler

Sally Altschuler

Oggi parliamo di Sally Altschuler, brillante narratore danese (“Sally” è il diminutivo di Salomon), che nel corso degli anni ha pubblicato una ricca serie di romanzi e racconti per bambini e ragazzi tradotti in numerose lingue.

Di origini ebraiche (russe e polacche), la sua famiglia e la sua storia sono le protagoniste di En engel bag øret (An angel behind the ear, nella versione inglese, ovvero “Un angelo dietro l’orecchio”) (edito in Danimarca da Gyldendal nel 2011), romanzo di narrativa adulta che tratteggia le vicende che hanno per protagonisti i suoi antenati, dal trisavolo (che amava conversare con gli animali), intorno alla metà dell’Ottocento, ai nonni, che arrivarono a Copenaghen nel 1912.

Le doti che spiccano maggiormente, nella scrittura di Sally Altschuler, sono la vivacità e l’ironia tipicamente yiddish, che usa anche nei confronti della propria cultura, nella quale si riconosce, pur non essendo religioso. Insieme a questo, una speciale capacità evocativa, che conferisce alla lettura una tridimensionalità del tutto particolare.

Seguono due estratti del romanzo, nella mia traduzione dall’inglese.

Dal Prologo:

Il primo animale in assoluto con cui il mio trisavolo parlò era un orso. Era gigantesco, e la sua pelliccia nera presentava rimasugli verdastri di antichi licheni. Era primavera, e quando gli apparve davanti lui ebbe l’impressione che si fosse appena svegliato da un’ibernazione lunga secoli.
Ovviamente il mio trisavolo parlava yiddish, ma se ricorresse specificamente a questa lingua, parlando con l’orso e con tutti gli altri animali che in seguito ebbe occasione di conoscere, proprio non lo so.
In generale, c’è un bel po’ di cose che non so. È una storia con un sacco di buchi, ma questo non mi impedirà certo di dedicarmi a raccontarla. Nonostante la sua incompletezza, mi illudo di aver acquisito una certa conoscenza in ordine ai fatti che descrive, e poi, in definitiva, la verità è che la Storia tende a curarsi da sola. Le lacune sono come il taglio sanguinante che il mio trisavolo lasciò nella zampa dell’orso: si suturano da sole.
La narrazione fa cessare l’emorragia, le parole creano croste sulle lacerazioni della Storia, e col passare del tempo viene a crearsi realtà là dove prima c’erano solo macchie bianche nell’imponente mole dei ricordi: una realtà proprio come tutto quello che la circonda. Sulla zampa dell’orso magari resta una cicatrice, ma delle crepe dell’infinita quantità di fatti che costituiscono la Storia, che il raccontare va sanando, non rimane neppure quella.
Una storia può essere vera quanto si vuole, ma se non viene raccontata non è reale. E vale pure il contrario: non esiste realtà che non sia raccontata. Verità e realtà non sono necessariamente la stessa cosa. Se si potesse attribuire alle storie un desiderio innato, sarebbe quello di diventare reali. Ed è così anche per il narratore, che sono io, Sally Salomon Altschuler, un uomo con un nome da ragazza. Anch’io voglio essere reale, ed ecco dunque questa storia su come capitò che nascessi e crescessi in Danimarca, questo minuscolo regno battuto dai venti, un’area linguistica periferica e un sobborgo della cultura ebraica.
Vedete, questa è senz’ombra di dubbio la storia di una famiglia ebrea, forse molto più ebrea di quanto non sia io, sempre che l’essere ebreo possa essere quantificato. Ho rinunciato un paio di volte alla mia appartenenza alla comunità ebraica danese, mangio carne di maiale (anche se non poi così tanta), non osservo nessuna delle regole e delle prescrizioni della legge ebraica, ho sposato una shiksa (in yiddish, una donna non ebrea, n.d.t.), mi reco alla sinagoga di Copenaghen solo di tanto in tanto, non ho cresciuto i nostri figli come ebrei e non nutro alcun desiderio di vivere in Israele; eppure, se mi venisse posta la domanda – e, in effetti, anche se non mi venisse posta – rivendicherei il fatto di essere ebreo. E questa cosa la trovo strana.
Considerare l’essere o meno ebreo una questione di convincimenti religiosi è piuttosto ragionevole, sul piano puramente etimologico, ma nella realtà, quella che raccontiamo, non ha molto senso. Nonostante il fatto che io viva la mia vita in modo completamente anarchico in base ai parametri della religione ebraica, sono certo che anche il fanatico religioso più delirante, per esempio qualcuno che non riconosca lo stato di Israele in quanto non è Dio stesso, ma l’ONU ad averlo istituito, ecco, perfino lui (le donne non verrebbero certamente interpellate) mi considererebbe ebreo. Ho frainteso tutto, mi sono praticamente perso per strada, sono un ebreo sbagliato – ma pur sempre ebreo.

unnamedDal capitolo 1:

(…) Al mercato di Mozyr il mio trisavolo aveva ottenuto un prezzo piuttosto vantaggioso per il suo abbondante carico di legna da ardere, e perfino una richiesta di ulteriori consegne. Ora lui e i suoi due fratelli stavano raccogliendo i frutti del loro duro lavoro, portato avanti nel corso di quell’inverno insolitamente rigido. Una tempesta via l’altra, carichi di neve e di freddo, che rendevano il legname duro come la pietra, avevano tenuto lontani dalla foresta molti uomini robusti, ma non il mio trisavolo e i suoi fratelli minori, i gemelli Mordechai e Joseph. Avevano attraversato l’oscurità invernale segando e spaccando legna, e anche quando il proprietario terriero Shakhovskoy si era preso la sua considerevole quota, rimaneva pur sempre una bella somma per loro. Joseph aveva perso due dita dei piedi per il freddo, il che, per il resto della sua vita, gli fruttò il nome di Joseph Tredita, e rese anche più facile riconoscere un gemello dall’altro, sempre che stessero a piedi nudi. Ma che potevano mai contare due dita perse, adesso che, avendo legname da vendere, potevano spuntare ottimi prezzi, pensò il mio trisavolo.
Così, aveva tutte le ragioni per essere decisamente di buonumore, mentre sobbalzava per la foresta sul suo carro, dove il pesante carico di legna da ardere era stato scambiato con due galline schiamazzanti che Sara, con l’aiuto di Dio, l’indomani avrebbe trasformato in eccellente cibo per lo shabbat.
La strada ondeggiava tra i pini alti e snelli, mentre il pavimento della foresta era ricoperto da muschio verde e freschissimo, e c’era un odore di primavera umida e vitale. Il mio trisavolo respirò profondamente ed emise un sospiro. Ancora una volta, il Creatore faceva sì che la vita si manifestasse in ogni dove. Di lato alla strada, un mucchietto di anemoni blu risalivano in superficie penetrando lo strato di muschio. I suoi occhi rimasero incantati dall’intensità di quel colore sullo sfondo verde chiaro, e per un breve momento fu tentato di fermarsi e cogliere quei fiori per Sara; ma che diritto aveva di distruggere quell’inebriante armonia?
Lasciò che fosse il suo cavallo, Hillel, a stabilire l’andatura, mentre lui pensava che quell’inverno, che per molti era una disdetta, per lui e la sua famiglia si era rivelato una benedizione. Non solo dava loro pane e minestra, ma era sempre in questo periodo che Dio Onnipotente aveva concesso a sua moglie di dare alla luce un figlio sano. Aveva già partorito tre femmine, e il Signore aveva concesso a due di loro di sopravvivere, ma adesso, finalmente, avevano anche un maschio. Quest’inverno era veramente stato una benedizione, e perciò fu del tutto naturale che il mio bisnonno venisse poi chiamato Baruch, che significa appunto “benedizione”.
Perso in tali piacevoli contemplazioni, passò vicino a un laghetto dove due svassi (un tipo di uccello, n.d.t.) sembravano impegnati in una feroce lotta; ma il mio trisavolo aveva dimestichezza con la vita della foresta e sapeva che stavano amoreggiando.
– Eh già, a volte deve sembrar brutto, prima di diventar bello, disse a Hillel.
Hillel non rispose, perché a quel punto il mio trisavolo, come la maggior parte delle persone, agli animali parlava soltanto, non ci conversava. (…)

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